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Lucio Dalla: “Matteo Salvatore, fondatore della musica italiana”
Di Vincenzo Santoro (del 14/09/2011 @ 18:54:53, in varie ed eventuali, linkato 1879 volte)
"Gireremo la sua storia ne 'Il bene mio' come ha fatto John Turturro con Napoli"
di Federico Mello
da Il Fatto Quotidiano del 14 settembre 2011
“È stato il precursore di tutti i cantautori italiani” chiarisce subito Lucio Dalla. Eppure se si seguisse una logica strettamente commerciale, Matteo Salvatore non avrebbe alcuno spazio nella storia della musica italiana. Chi, - verrebbe da chiedersi – comprerebbe le sue nenie che grondano fame, fatica, morte, miseria e ribellione? Ma se le logiche delle major crollano miseramente all’ascolto dei suoi brani: la sua voce profonda e cupa ha il suono di un tempo ancestrale, come se la terra dura della sua Apricena, delle sue campagne foggiane, si fosse fatta canzone. “Le parole di Matteo Salvatore le dobbiamo ancora inventare” disse Italo Calvino. A sei anni dalla morte, questa sera Dalla sarà a Manfredonia per ricordarlo insieme a Renzo Arbore, Moni Ovadia, Teresa De Sio, Marco Alemanno e numerosi altri musicisti in un evento speciale titolato “Il bene mio”. Dal progetto, verrà tratto un film e lo stesso Dalla, da Manfredonia, ci racconta il senso di questa riscoperta che vuole essere anche culturale.
Musica di fatica ma anche “politica”.
I cantanti alla Pietrangeli facevano lotta politica, lui faceva politica e basta. Scriveva canzoni che erano l’espressione più alta delle istanze del popolo.
Un precursore o l’ultimo dei cantori popolari?
Non esiste una prova di anticipazione dei tempi e dei linguaggi come la sua. Anche dei grandi cantautori che sono venuti dopo, non ce n’è nessuno così moderno e attuale. È un precursore, anzi, un fondatore.
Con un seguito negli anni?
La sua capacità vocale era straordinaria, ma la sua vera invenzione era quella di cantare una grande sensibilità senza retorica. Capiva che la gente avrebbe parlato come lui scriveva. Questo i cantautori hanno cominciato a farlo solo dopo: se prendi un mio testo come “L’anno che verrà” è uno dei più vicini a quella sensibilità.
Ha ancora un’attualità?
Stai scherzando? Parli con Vinicio Capossela, tra i numeri uno di oggi, e ti dice che è stato il suo ispiratore.
E l’evento di questa sera?
Utilizziamo il premio Matteo Salvatore per lanciare il film che seguirà. Spero anche che la parte funzionante delle istituzioni aiuti le economie necessarie per realizzarlo. Sarà una pellicola che punta a far capire una cultura, pugliese ma non solo, così come ha fatto John Turturro per Napoli con il suo “Passione”.
A proposito di Puglia: nel 2006 hai partecipato alla Notte della Taranta, ormai un evento internazionale.
Anche quello è un fenomeno, dove sono stato testimone di un evento incredibile. I centomila presenti si sono divertiti quando ho fatto “Disperato Erotico Stomp” in versione pizzica ma è stato incredibile come sono rimasti in silenzio ad ascoltare cinque testi nell’antico dialetto locale, il “grico”, letti da Marco Alemanno: una cosa che mai sarebbe successa in un’altra parte d’Italia. Centomila persone con un tasso alcolico piuttosto alto, hanno avuto la curiosità e l’educazione di stare in silenzio ed ascoltare cinque testi della loro cultura.
È una sorta di Buena Vista Social Club italiano?
No. È molto di più. I Buena Vista colpivano anche per decadenza fisica dei protagonisti, nel caso di Matteo Salvatore ci troviamo di fronte a una forza energetica dove c’è tutto tranne la malinconia. Il suo livello è altissimo anche in confronto con i grandi della letteratura. E il popolo pugliese dovrebbe avere coscienza di questo patrimonio.
Anche all’epoca di Facebook i ragazzi sembrano riscoprire la cultura popolare.
Il fatto che i giovani sentano loro la cultura popolare non smentisce i codici della modernità, piuttosto permette di arrivare alla propria natura che non può fare a meno di un supporto di fede, di tradizione. Matteo Salvatore era del tutto laico, ma esprimeva una religiosità profonda: forniva un supporto per vivere il lato sociale della propria esistenza.
Un messaggio importante…
Importante non solo per la Puglia, ma anche per quello che riguarda la nostra società che viene confusa, distratta, svilita dal rapporto televisivo, dalle puttanate che ci vengono fatte vedere ogni giorno, da questa sorta di ricatto che dobbiamo subire e che vi vuole obbligare a vivere per la pubblicità, per la merda che ci propinano ogni giorno.
Stasera, è tutt’altro.
Lo è di partenza e lo sarà di arrivo. Come il film, avrà un valore storico come tutto ciò che parla di comunità. E in Puglia, evidentemente, funziona.
di Federico Mello
da Il Fatto Quotidiano del 14 settembre 2011
“È stato il precursore di tutti i cantautori italiani” chiarisce subito Lucio Dalla. Eppure se si seguisse una logica strettamente commerciale, Matteo Salvatore non avrebbe alcuno spazio nella storia della musica italiana. Chi, - verrebbe da chiedersi – comprerebbe le sue nenie che grondano fame, fatica, morte, miseria e ribellione? Ma se le logiche delle major crollano miseramente all’ascolto dei suoi brani: la sua voce profonda e cupa ha il suono di un tempo ancestrale, come se la terra dura della sua Apricena, delle sue campagne foggiane, si fosse fatta canzone. “Le parole di Matteo Salvatore le dobbiamo ancora inventare” disse Italo Calvino. A sei anni dalla morte, questa sera Dalla sarà a Manfredonia per ricordarlo insieme a Renzo Arbore, Moni Ovadia, Teresa De Sio, Marco Alemanno e numerosi altri musicisti in un evento speciale titolato “Il bene mio”. Dal progetto, verrà tratto un film e lo stesso Dalla, da Manfredonia, ci racconta il senso di questa riscoperta che vuole essere anche culturale.Musica di fatica ma anche “politica”.
I cantanti alla Pietrangeli facevano lotta politica, lui faceva politica e basta. Scriveva canzoni che erano l’espressione più alta delle istanze del popolo.
Un precursore o l’ultimo dei cantori popolari?
Non esiste una prova di anticipazione dei tempi e dei linguaggi come la sua. Anche dei grandi cantautori che sono venuti dopo, non ce n’è nessuno così moderno e attuale. È un precursore, anzi, un fondatore.
Con un seguito negli anni?
La sua capacità vocale era straordinaria, ma la sua vera invenzione era quella di cantare una grande sensibilità senza retorica. Capiva che la gente avrebbe parlato come lui scriveva. Questo i cantautori hanno cominciato a farlo solo dopo: se prendi un mio testo come “L’anno che verrà” è uno dei più vicini a quella sensibilità.
Ha ancora un’attualità?
Stai scherzando? Parli con Vinicio Capossela, tra i numeri uno di oggi, e ti dice che è stato il suo ispiratore.
E l’evento di questa sera?
Utilizziamo il premio Matteo Salvatore per lanciare il film che seguirà. Spero anche che la parte funzionante delle istituzioni aiuti le economie necessarie per realizzarlo. Sarà una pellicola che punta a far capire una cultura, pugliese ma non solo, così come ha fatto John Turturro per Napoli con il suo “Passione”.
A proposito di Puglia: nel 2006 hai partecipato alla Notte della Taranta, ormai un evento internazionale.
Anche quello è un fenomeno, dove sono stato testimone di un evento incredibile. I centomila presenti si sono divertiti quando ho fatto “Disperato Erotico Stomp” in versione pizzica ma è stato incredibile come sono rimasti in silenzio ad ascoltare cinque testi nell’antico dialetto locale, il “grico”, letti da Marco Alemanno: una cosa che mai sarebbe successa in un’altra parte d’Italia. Centomila persone con un tasso alcolico piuttosto alto, hanno avuto la curiosità e l’educazione di stare in silenzio ed ascoltare cinque testi della loro cultura.
È una sorta di Buena Vista Social Club italiano?
No. È molto di più. I Buena Vista colpivano anche per decadenza fisica dei protagonisti, nel caso di Matteo Salvatore ci troviamo di fronte a una forza energetica dove c’è tutto tranne la malinconia. Il suo livello è altissimo anche in confronto con i grandi della letteratura. E il popolo pugliese dovrebbe avere coscienza di questo patrimonio.
Anche all’epoca di Facebook i ragazzi sembrano riscoprire la cultura popolare.
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