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8 novembre 2005 di Marco Seclì
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L'economia salentina ad una svolta. La «ricetta» di Sergio Blasi, segretario provinciale dei Ds, che invoca un nuovo modello di sviluppo.
«Siamo chiari: qui occorre riqualificare agroalimentare, manifatturiero leggero e turismo»
Scuotere dalle radici il modello di sviluppo, reinventarlo su basi nuove, perché è questa l'unica possibilità per strappare il Salento a un declino che, altrimenti, viene considerato inesorabile. I Democratici di sinistra invocano uno «shock» e non esitano a intonare il «de profundis» per seppellire definitivamente l'era iniziata col boom del tessile. Il segretario provinciale, Sergio Blasi, lo dice chiaro e tondo. «Non possiamo ridurci al ruolo di becchini di un ciclo economico ormai chiuso, quello legato al tessile, abbigliamento e calzaturiero vecchia maniera. Nel Tac - ricorda - abbiamo perso cinquemila occupati in pochi mesi e sarebbe da folli pensare a un loro reimpiego nello stesso settore. Bisogna avere il coraggio di ammettere che è un mondo finito. Serve uno shock forte nell'idea di sviluppo».
Quali alternative al vecchio modello?
«In un'economia globalizzata, la competizione non può più essere circoscritta alle singole imprese ma riguarda i sistemi territoriali nel loro insieme. È proprio il territorio che diventa strategico in funzione del modello competitivo. Ecco perché dobbiamo passare dalla monocoltura alla multicoltura. Un esempio: se la sfida con Paesi come la Cina viene basata solo sul tessile, non c'è partita. Si compete invece se il territorio, con tutti i suoi settori vitali, riesce a fare sistema e a spingere verso la qualità».
Da quali «settori vitali» parte il Salento?
«Il nostro territorio ha tutte le potenzialità per mettere in piedi il modello integrato a cui pensiamo: possiamo ancora contare sul manifatturiero leggero e sul tessile di qualità, ma anche su presenze significative nell'industria aeronautica e nell'informatica, c'è il settore turistico e quello dell'innovazione tecnologica, con la ricerca sulle nanotecnologie. Tutte risorse da coagulare in un unico progetto che chiami in causa non solo le istituzioni politico-amministrative ma anche quelle della conoscenza, in primo luogo l'università».
In concreto, come si realizza l'integrazione tra i diversi comparti produttivi?
«Noi Democratici di sinistra stiamo lavorando al progetto anche con la nostra deputazione. Abbiamo proposto alla Regione un accordo di programma sullo sviluppo che riguarda il territorio Salento come sistema complessivo. È uno strumento utilissimo, su cui dovremo impegnare la Regione anche in vista dell'utilizzo delle risorse comunitarie del 2007-2013».
Già, questa volta sarete voi del centrosinistra a gestirle. Come?
«Bisogna sfuggire alla logica dei capannoni e dei macchinari. Il sistema di finanziamento e di sostegno alla competitività si deve fondare su idee nuove e sulla ricerca della qualità. Nell'utilizzo dei fondi comunitari, la scelta strategica è puntare sul territorio nel suo complesso e al tempo stesso evitare la parcellizzazione delle risorse. Occorre concentrarle su settori precisi, che nel Salento sono soprattutto manifatturiero leggero, agroalimentare e turismo. Altro principio-guida è investire nella riqualificazione delle aziende. Le nostre sono per la maggior parte microimprese, che non possono reggere se non fanno sistema. Bisogna invogliarle a consorziarsi. Va poi sostenuto il loro sforzo di riposizionarsi sui mercati attraverso innovazione, riqualificazione e formazione permanente del personale. Non solo: sappiamo che il recupero di competitività si ottiene anche con ulteriori strumenti, dai costi ben definiti: spese per il management, per gli studi di fattibilità e le indagini di mercato. Le imprese vanno aiutate a sostenerle. Altro nodo è l'internazionalizzazione: perché non prevedere un sostegno pubblico rivolto alla partecipazione delle aziende a fiere internazionali, per favorire la ricerca di nuovi mercati?».
In questi giorni, dopo le riunioni al Ministero, si discute molto dei fondi per il Tac pugliese. Una parte dovrebbe essere destinata agli ammortizzatori sociali. Se è vero quello che lei e i Ds sostenete, sarebbe solo un mezzo per prolungare l'agonia di lavoratori condannati prima o poi a essere espulsi.
«Intanto, le riunioni romane sono servite a far capire con chiarezza che il centrodestra ha solo venduto fumo. Non c'è nessun accordo di programma quadro sul tessile-abbigliamento. Lo ha detto il viceministro Baldassarri: c'era solo un protocollo d'intesa. In ogni caso, credo che oggi abbiamo la necessità di ripensare anche l'impiego delle risorse pubbliche nello stato sociale. Il sostegno al lavoro fatto di strumenti come la cassa integrazione fa parte di un'idea che andava bene nella metà del secolo scorso. Anche qui, non ci si può limitare a una funzione da "becchino": i fondi vanno convogliati nella formazione permanente dei lavoratori e lo stato sociale deve creare una rete di protezione nel passaggio da un'occupazione all'altra, assicurando la copertura previdenziale continua. È una lettura progressista più utile a chi deve essere protetto».
Con il tessile, l'altro comparto salentino in forte sofferenza è l'agricoltura.
«Anche in questo caso, bisogna spingere verso l'innovazione e la qualità, agganciando i prodotti al territorio. Le aziende salentine che lo hanno fatto, soprattutto nel settore della vinificazione, dimostrano che l'operazione paga».
Sviluppo e infrastrutture, un connubio ritenuto inscindibile. Sul «raddoppio» della statale Maglie-Leuca restano discussioni e polemiche. Il modello a cui pensate cosa prevede al riguardo?
«Noi parliamo di un accordo di programma che guarda al sistema-territorio. Se dobbiamo riqualificare agroalimentare, manifatturiero leggero e turismo, come possiamo avallare interventi infrastrutturali che in qualche modo ci sottraggono la materia prima, diventando antitetici a quell'idea di sviluppo? La Maglie-Leuca va messa in sicurezza e su questo non c'è dubbio. Ma preservando le peculiarità di cui il turismo si nutre. Chi viene nel Salento non lo fa per vedere le quattro corsie, ma un patrimonio paesaggistico, monumentale, culturale, gastronomico unico. Crediamo davvero che per utilizzare al meglio queste ricchezze ci sia bisogno dei 22 chilometri a quattro corsie da Montesano a Leuca? Chi arriva nel Salento da Francoforte è davvero interessato a risparmiare qualche minuto? No, piuttosto c'è bisogno di infrastrutture diverse, leggere, che siano un tutt'uno con la promozione del territorio, con la sua cultura. Allora, non strumentalizziamo le disgrazie con comitati per la vita, come se ci fosse chi sta dalla parte della morte. Parliamo di cose serie: chi dice che l'ammodernamento deve arrivare subito fino a Leuca? Procediamo intanto da Maglie a Montesano e, per il tratto finale, studiamo soluzioni che non danneggino le risorse su cui dobbiamo puntare per lo sviluppo».
A proposito di ambiente, viene subito da pensare al problema dei rifiuti. Il piano dell'ex commissario Fitto ha superato tutti gli ostacoli giudiziari ma Vendola sta tardando a farlo partire. Lei cosa ne pensa?
«L'ex commissario ha impiegato cinque anni per produrre un modello di gestione della raccolta dei rifiuti, non possiamo pensare che Vendola in pochi mesi ne elabori uno alternativo. Però adesso è il momento di intervenire. Non conosco le ragioni per cui il presidente non ha ancora dato il via libera ai nuovi impianti, ma so che bisogna fare in fretta. Perché il nostro è un territorio in forte emergenza e il sistema impiantistico va avviato al più presto: l'apertura di nuove discariche o la sopraelevazione di quelle esistenti sono ipotesi da scongiurare, anche perché sarebbero osteggiate dalle popolazioni interessate. Nulla vieta, una volta dato il via al processo, di apportare correttivi e miglioramenti. Oggi, però, la priorità è far partire gli impianti».
tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno
pubblicato il 08/11/2005