20 gennaio 2005 di Vincenzo Santoro
Brizio Montinaro e la grazia di San Rocco
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- Cronaca di uno scempio annunciato
- Riflessioni semiserie sulla Notte della Taranta 2005 e sull’attarantamento di Nichi Vendola
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- Il “movimento della pizzica” e la politica delle istituzioni locali
- Brizio Montinaro e la grazia di San Rocco
- Ricordo di Rina Durante
- Sviluppi della Notte della Taranta
- Alcune considerazioni sulla Notte della Taranta 2004
- Intervista a Brizio Montinaro
- Il ritmo meridiano. Tradizione e modernità nella pizzica salentina
- Quannu 'u diavulu te 'nkarizza... l'anima ne vole
Autoproduzione 2003 - con il patrocinio del comune di Alessano - Il sud dolente di Edoardo Winspeare
- La taranta tradita nella "Notte"
- Tabacco e tabacchine nella memoria storica
- Il Salento di Giovanna Marini
- Rina Durante, militante culturale
Articoli
Brizio Montinaro, salentino di Calimera, ma ormai da tanti anni residente a Roma, lavora come attore per il teatro, il cinema e la televisione. Nel corso degli anni ha anche svolto delle importanti ricerche sulla cultura popolare, salentina e non, da cui sono state tratte una serie di raffinate pubblicazioni.
In particolare, intorno alla metà degli anni settanta, la sua attenzione si è concentrata sui canti di tradizione orale. Quel lavoro di ricerca, sfociato nei due mitici dischi della collana Albatros Musiche e canti popolari del Salento (recentemente riediti in doppio cd dalle edizioni Aramirè, per maggiori informazioni clicca qui), oltre ad essere stato per due decenni l’unica pubblicazione specifica sulla tradizione musicale salentina, è stato anche il punto di partenza per tutto il “folk revival” che si è sviluppato successivamente. Infatti, i canti raccolti da Montinaro hanno costituito la “fonte” da cui hanno attinto tutti i gruppi di riproposta, dal Canzoniere Grecanico Salentino prima maniera al “movimento” di oggi. Alcuni dei brani cult del repertorio odierno, come Pizzicarella, la Pizzica degli Ucci, la Pizzica di Aradeo, gli Stornelli, Ferma Zitella, Mara l’acqua e tanti altri, sono conosciuti grazie a quelle bellissime registrazioni realizzate ormai quasi trent’anni fa.
Come è nato il tuo interesse per la festa di San Rocco a Torrepaduli?
Per vicende personali frequento il santuario di San Rocco dal 1948. Ci sono andato tutti gli anni, tranne uno. Sembra impossibile ma è così. E quasi sempre sono andato proprio nei giorni della festa.
E come mai?
Il mistero è presto svelato. In quegli anni, come un male sfuggito dal vaso di Pandora, circolava silenziosa tra la gente una malattia terribile che mieteva vittime a centinaia: il tifo. Io mi ammalai proprio di questa malattia e fui prossimo alla morte. Mi raccontano che un giorno del mio lungo periodo di degenza il medico, dopo aver fatto tutto quello che si poteva e anche di più, amareggiato disse a mia madre: «Signora, perda pure le speranze perché ormai non c’è più nulla da fare, è questione di ore e il bambino muore. Non ha quasi più polso ormai». Avevo quasi cinque anni.
La notizia della mia imminente morte si diffuse subito nel vicinato e da qui corse per il resto del paese.
Era la fine di maggio, forse i primi di giugno. Non ricordo. C’era un sole fortissimo. Questo sì lo ricordo con certezza.
Le case dei nostri paesi allora erano quasi tutte uguali. Case povere. Davano tutte sulla strada ed erano composte da una stanza d’ingresso, una camera da letto, la cucina e il bagno. Quando c’era, altrimenti, separato dal resto dell’abitazione si usava uno stanzino, in fondo al giardino, con un cesso alla turca. Nella prima stanza troneggiava di solito il letto dei genitori. Tutti i figli dormivano nella seconda stanza. Io però ero nella prima stanza quando successe il fatto.
La porta di casa aveva gli scuri chiusi ed era accostata a forbice. Una lama di luce penetrava fendendo il buio. Una di quelle lame di sole salentino, terribile e ardentissimo. Ero nel letto, pulito e con le lenzuola bianchissime. Solo, in quella grande stanza buia. Mia madre, costretta da mia nonna, era andata di là in cucina a tentare di mangiare qualcosa.
Quanto segue è quello che “credo” di aver visto. Quello che ricordo.
Era da poco passato mezzogiorno. Avevo sentito suonare le campane.
Dopo giorni e giorni che non parlavo riuscii a chiamare mia madre, facendo una fatica immensa per farmi sentire. Venne correndo, spaventata per quello che stava accadendo. «Che è successo? Dimmi, figlio mio!» mi disse. Ed io feci questo racconto che ripeto con il linguaggio di allora: «È venuto San Rocco, mamma. È entrato dal buco della porta. Si è avvicinato al letto, mi ha messo la mano destra sulla testa e mi ha detto: “Da oggi in avanti tu starai bene e dovrai venire ogni anno nella chiesa piccina di Torre”». Mia madre sentendo questa storia rimane stupefatta, poi chiama urlando mia nonna che si precipita dalla cucina convinta che io ormai stia morendo. Ripeto anche a mia nonna lo stesso racconto. Mi chiedono particolari. Io allora descrivo l’abbigliamento del santo. Dico che aveva una mantellina con una specie di “pagnotta” sul petto: era la conchiglia dei pellegrini. E aveva con sé un cane che stava lì, ai piedi del letto, con un osso in bocca. Puoi immaginare cosa ha potuto scatenare in mia madre e in mia nonna il mio racconto. Attratti dalle urla arrivano i vicini di casa. Anch’essi ascoltano il racconto, che io ripetevo sempre con le stesse precise parole, e poi corrono via urlando per le strade sotto un sole assassino: «È un miracolo, un miracolo! Brizio ha visto san Rocco».
In effetti dopo un paio di giorni dall’apparizione del Santo ero già in piedi, nonostante fossi stato a letto malato per alcuni mesi.
Da quel momento parenti, amici e vicini di casa mi hanno sottoposto a una serie di test. Ricordo che mi facevano scorrere sotto gli occhi una grande quantità di immaginette sacre, alcune somiglianti all’immagine di san Rocco altre no, sperando che io potessi confondermi ed indicare un altro santo invece di quello che avevo visto ma io, in questo passaggio di figurine che mi facevano vedere, individuavo sempre l’immagine di San Rocco. Anche il prete è venuto, mi ha fatto rifare il racconto e poi mi ha sottoposto a trabocchetti vari per farmi cadere in contraddizione, ma niente: io ripetevo il mio racconto sempre con le stesse parole, e riconoscevo tra mille sempre la stessa immagine.
Stando così le cose, arrivata la prima festa, mia madre sentì l’obbligo di portarmi al santuario di San Rocco per ringraziarlo di quanto aveva fatto per me.
Questo è quanto. I primi anni ci andai condotto. Poi, perché “non ci credo ma comunque…” e infine per i miei interessi di natura storico-antropologica.
Come si arrivava al Santuario?
Allora le strade non erano asfaltate. La guerra era finita da poco. I paesi erano poverissimi. I mezzi di trasporto pubblici non esistevano. Si arrivava con una grande fatica. A noi il primo anno ci portò uno zio di mia madre che possedeva un’asina con un carretto.
San Rocco a quei tempi era un Santo taumaturgo molto amato. Per la sua festa arrivava gente da tutta la Puglia. Anche dalla Basilicata.
In genere noi partivamo il 14 di agosto, all’imbrunire per evitare il caldo, e arrivavamo a Torrepaduli al sorgere dell’alba del giorno dopo. Mi ricordo in quegli anni, ma anche in quelli appena successivi, la grande quantità di gente che vedevamo passare a piedi da Calimera prima ancora che noi si partisse con il carretto di mio zio o, poi, con i “traini pubblici”. Quindi, per rispondere alla tua domanda, si andava soprattutto a piedi o con i carretti. In seguito arrivarono le corriere. E ancora dopo, quando un po’ di benessere era ormai giunto anche da noi, con le automobili pubbliche e private. Ma è un altro racconto.
Una volta partiti con il traino, si stava ore ed ore a viaggiare. Ricordo ancora i canti e i racconti che si facevano per passare il tempo. Quanto più ci avvicinavamo a Torre tanto più si vedeva gente che camminava ai margini delle strade carica dei propri fagotti. File lunghe e nere. C’era chi veniva investito, chi si sentiva male, chi si sedeva sui muretti per riposare stremato dalla stanchezza. Tutto questo avveniva di notte, ricordalo. Ad un certo punto tutti i carretti convergevano sulla strada che conduceva a Ruffano e camminavano in fila. Avanzavano verso Torrepaduli con le lanterne sistemate in basso, sotto il carretto, per illuminare la strada. Ricordo che, stravolto dal sonno, sentivo i grandi che biascicavano preghiere. E finalmente, alle prime luci dell’alba, si arrivava a Torrepaduli.
Com’era allora Torrepaduli?
L’immagine che conservo nella memoria è abbastanza diversa da quella di oggi. C’era campagna, solo campagna, con vigneto e alberi di fico. In mezzo la chiesetta. Era un santuario di campagna. Isolato. A mezza strada fra Torre e Ruffano.
Si arrivava lì la mattina, e si stava l’intero giorno. La cosa più importante da fare era andare a trovare il santo. A fare questo c’era una folla impressionante. Riuscire a penetrare nella chiesa era un’operazione molto difficile e faticosa, anche perché bisognava stare attenti a non schiacciare quelli che entravano ginocchioni o strisciavano il pavimento con la lingua. Tutti si dirigevano contemporaneamente verso la statua del santo posata su un fercolo modestamente barocco. Ricordo bene il caldo infernale che c’era all’interno, le spinte, le candele che bruciavano l’ossigeno. Si moriva dal caldo, non si respirava. Chi sveniva da una parte, chi sveniva dall’altra. Io mi ricordo – e i miei me lo hanno sempre confermato - che il primo anno, appena entrato urlai «Ecco chi mi ha fatto la grazia!», indicando la statua di San Rocco. E tutta la gente si è girata verso di me...
C’era chi offriva al Santo i propri abiti. Bambini venivano denudati dalle madri per regalare i vestiti a San Rocco. Per grazia ricevuta. Io non lo feci perché li avevo offerti a San Brizio, durante una processione fatta apposta a Calimera per questo evento. Processione che giunse fino a casa mia, dove mi spogliarono davanti a tutti e sollevandomi nudo per aria mi esibirono e mi offrirono al santo protettore di Calimera.
Mi ricordo, un altro anno, un busto di gesso offerto al Santo da una donna che era guarita miracolosamente. Altri portavano da donare comuni ex-voto in argento: chi una gamba, chi un cuore, chi una testa e le pareti della chiesa erano piene di questa roba. Un anno uno ha donato la stampella perché era stato guarito dal Santo e ormai camminava senza.
La situazione all’interno della chiesa era veramente impressionante. Il senso del sacro quasi tangibile. C’era una fortissima tensione emotiva che spingeva i pellegrini verso la statua di san Rocco che bisognava assolutamente raggiungere e toccare. Quindi spinte, litigi. I devoti facevano di tutto pur di arrivar lì e strusciare il fazzoletto sulla statua. Il fazzoletto diventava così l’amuleto che funzionava tutto l’anno, che fungeva da Santo in casa, seguendo una regola classica della magia. Quella del contatto. Nel comportamento quasi isterico dei fedeli c’era una grande dose di paganesimo. Finalmente arrivati davanti alla statua del Santo si offriva il pesante fardello della sofferenza, della fatica del viaggio e silenziosamente si chiedeva una grazia o si ringraziava per la grazia ricevuta. In generale si chiedeva di stare bene, ma fisicamente, non c’era nulla di trascendentale nelle richieste. L’unica cosa che si poteva donare al Santo in cambio dei propri desiderata era la fatica del viaggio. La sofferenza. Uno dei valori fondamentali del pellegrinaggio antico. Oggi questo non esiste più.
Poi usciva la processione...
Si, portato a termine il saluto a san Rocco e ascoltata la messa, usciva la processione. Sì, chiamiamola così, in realtà quella che si chiamava processione non aveva alcuna struttura. Annunciata dal suono delle campane e qualche sparo appariva sulle spalle di alcuni fedeli la statua di san Rocco. Ricordo i visi dei devoti. Facce mai più viste da nessuna parte. Contadine e contadini con i visi solcati da profonde rughe bruciate dal sole che fissavano la statua avanzante caracollando tra la folla. Gli occhi lucidi, sofferenti. Poi la massa informe si apriva in due ali disordinate che si avviavano nella strada che dal santuario porta a Torrepaduli. Camminavano un po’ alla rinfusa biascicando qualche preghiera o accennando a un canto liturgico. Ricordo il suono stridente di un megafono entro il quale qualche seminarista urlava brani di preghiere. E intanto il Santo avanzava trionfante bloccato di tanto in tanto o da un gruppo di giovani che forniti di tamburelli gli offrivano una suonata o da devoti emigranti che appendevano dollari, marchi o franchi su nastri colorati o depositavano il loro denaro in cesti di vimini. Ricordo la statua del Santo coperta di denaro; e anche cuscini di velluto neri, sistemati sulla facciata del santuario, dove tutti potevano metter soldi. Ma i soldi li si poteva depositare anche in una sacrestia annessa alla chiesa, dove si segnavano le messe. C’era un commercio pazzesco.
La partecipazione della gente tuttavia era molto commovente. La festa di san Rocco non era quello che si pensa oggi quando si pronuncia la parola festa. Era, come tutte le feste nei santuari, una dramma quasi, piena di sofferenza ma anche di liberazione. Si andava lì perché si stava male, e si implorava di stare bene. Concretamente. Su tutto questo grumo di sentimenti forti dominava la speranza: l’inganno di un anno. E poi il ritorno l’anno successivo.
La processione giungeva in paese e si snodava con un percorso rituale, prestabilito lungo le tortuose e strette vie di Torre. Le porte delle case venivano aperte, illuminate. Le stanze così esposte apparivano pulitissime, linde. Troneggiavano lettoni enormi in ghisa e madreperla. Quando la via si restringeva e la gente si accalcava strusciando quasi i muri si poteva anche sentire il profumo degli interni. Il profumo del basilico. I colori delle dalie e delle zinie messe nei portafiori. Poi col tempo tutto questo si trasformò. Gli interni delle case cambiarono. Non c’era più il letto di ghisa con la madreperla, al suo posto mostrava uno squallore pretenzioso un letto di legno con incastonato nella testiera uno specchio. Sedie con alte spalliere, quasi troni, ricoperte ancora col cellofan. I vasi di terracotta scomparvero. Vennero sostituiti da quelli di plastica. La plastica e l’alluminio anodizzato col passare degli anni spuntarono un po’ dappertutto.
Cambiò anche il modo di vestire. Soprattutto delle donne. Prima dignitose contadine, semplici, poi giovani alla moda con tristi abiti lunghi facsimili di quelli visti sulle riviste che potevano trovare dal parrucchiere.
In questo luogo tu vedevi un mondo che altrove non ritrovavi più. Era come se spuntasse fuori non si sa da dove questa specie umana particolare, che erano i frequentatori di santuari. Avevano tutti uno stigma che li distingueva. Quelle facce le si trovava solo lì. Quello che sto raccontando avveniva nei primi anni. Diciamo fino alla fine degli anni sessanta. Poi anche questo cambiò. Nella prima metà degli anni settanta, quando io scrissi il mio saggio per Salento Povero, i contadini cominciarono a non credere più al Santo, e a credere sempre di più al medico. Si spostarono quindi verso la scienza, presero i “treni della speranza” e partirono per essere ricevuti dai luminari della medicina a Roma o a Milano. Luminari che potessero salvarli dai loro mali. E compivano così un altro rito – diverso da quello di prima – ma sempre rito. Parallelamente, in una sorta di dissolvenza incrociata, arrivava al santuario una classe nuova, non più di contadini ma impiegati che, perduta la fiducia nella scienza, si rivolgevano di nuovo all’irrazionale, al magico, al divino. Prima questo tipo di persone non si sarebbero neanche avvicinate ad un santuario, non gli interessava. Poi ci fu questo cambiamento. Non riguardava solo il santuario di Torre ma un po’ tutti i santuari d’Italia. Io lo rilevai, anzi fui uno dei primi a farlo, e ne parlai nel mio Salento povero.
Come si passava la notte tra la vigilia e il giorno della festa?
Conclusa la processione con il trasferimento della statua di san Rocco dal santuario alla chiesa madre di Torre c’erano varie possibilità. La mia famiglia per esempio, come molti altri, si affrettava a raggiungere il proprio carretto e partire prima che si creasse grande confusione. Per tornare a casa si viaggiava di nuovo la notte. Appena partiti ci si fermava perché venivano sparati i fuochi. Anche gli altri si fermavano a guardarli. Finiti i fuochi si ripartiva. Altre persone invece non partivano, si fermavano intorno al santuario e dormivano nelle campagne, sotto gli alberi. Alcuni si mettevano addossati attorno ai muri della chiesa, altri addirittura dentro, in attesa che durante il sonno arrivasse il Santo a fare la grazia. Esattamente come succedeva nell’incubatio degli antichi. Coloro che decidevano di fermarsi prima di andare a dormire suonavano, cantavano, ballavano, mangiavano. Il cibo. Anche questo è un elemento importante. Bisognava portarsi da mangiare. La consumazione del cibo in qualche modo era un fatto rituale. Non potevano mancare, per esempio, i sedani.
La mattina del 16 c’era il mercato, dove si vendevano animali, attrezzi agricoli, frutta, mostaccioli e inoltre - la vera devozione - ventagli e nastri colorati. I primi tempi non si trovava il cibo da comprare. Bisognava portarlo da casa. Poi con gli anni si sono aperti luoghi di ristoro, con carne arrosto e pezzetti. Era una festa dei poveri.
Hai ricordi delle ronde di tamburelli davanti al santuario?
Sì. Ma non nei primi anni di cui racconto. Verso la fine degli anni sessanta. Prima, durante la notte, in più luoghi si cantava e si suonavano i tamburelli poi invece tutti gli anni si cominciò a formare una ressa di fronte alla cappella intorno a due uomini che accennavano ad una specie di pantomima al suono scatenato di tamburelli. Era gente del capo dall’accento. Sembrava volessero fare una schermaglia con in mano immaginari coltelli. Nel mio saggio ne parlai avanzando malauguratamente l’ipotesi che si potesse trattare di una specie di danza delle spade. Lo misi in tono dubitativo perché non avevo gli strumenti per decifrarla. La postura di chi partecipava a queste danze era in qualche modo malavitosa, sfrontata, da bullo. L’atteggiamento che avevano era quello del divertimento, si formava un cerchio e questi si esibivano, al ritmo della pizzica suonata con i tamburelli.
Gli anziani la chiamavano “danza scherma”...
Allora, a mia memoria, nessuno la chiamava in alcun modo, neanche Annabella Rossi, che aveva a lungo frequentato il santuario, ha mai usato questo nome e non si è mai espressa, che io sappia, con certezza sul trema. Su questo punto però vorrei essere molto chiaro. Il santuario di San Rocco a Torrepaduli era semplicemente un santuario dove la gente andava con una certa ritualità a chiedere grazie o a ringraziare per grazie ricevute. Non esisteva altra realtà. Era uno dei tanti santuari dedicati ad un taumaturgo sparsi per le contrade d’Italia. Era un luogo dedicato all’esperienza religiosa. Non si andava per motivi musicali. Per esibirsi in danze e in musiche. La musica era presente, ma non era un aspetto fondamentale della festa. Non aveva alcun significato specifico attinente alla festa. La pantomima di cui abbiamo parlato era un fatto secondario, per passare il tempo in attesa del giorno dopo. Non aveva attinenza con gli aspetti religiosi. Con il Santo non c’entrava nulla, si faceva di notte, dopo che tutto il rito religioso era finito.
Lo sviluppo abnorme di questo particolare è una cosa recente e avulsa dalla realtà del santuario. È un’escrescenza. Una superfetazione. Una di quelle bizzarrie che si vuole assolutamente inserire in una sfera di natura antropologica di cui il Salento si è riempito in questi ultimi anni. Fino alla nausea.
pubblicato il 20/01/2005