21 luglio 2004 di Vincenzo Santoro
Intervista a Brizio Montinaro
- La Notte della Taranta a Roma, 29 giugno 2006
- Cronaca di uno scempio annunciato
- Riflessioni semiserie sulla Notte della Taranta 2005 e sull’attarantamento di Nichi Vendola
- Una fondazione ad hoc per la Notte della Taranta
- Il “movimento della pizzica” e la politica delle istituzioni locali
- Brizio Montinaro e la grazia di San Rocco
- Ricordo di Rina Durante
- Sviluppi della Notte della Taranta
- Alcune considerazioni sulla Notte della Taranta 2004
- Intervista a Brizio Montinaro
- Il ritmo meridiano. Tradizione e modernità nella pizzica salentina
- Quannu 'u diavulu te 'nkarizza... l'anima ne vole
Autoproduzione 2003 - con il patrocinio del comune di Alessano - Il sud dolente di Edoardo Winspeare
- La taranta tradita nella "Notte"
- Tabacco e tabacchine nella memoria storica
- Il Salento di Giovanna Marini
- Rina Durante, militante culturale
Articoli
In particolare, intorno alla metà degli anni settanta, la sua attenzione si è concentrata sui canti di tradizione orale. Quel lavoro di ricerca, sfociato nei due mitici dischi della collana Albatros Musiche e canti popolari del Salento (recentemente riediti in doppio cd dalle edizioni Aramirè www.briziomontinaro.it/cd_musiche_e_canti_popolari.html), oltre ad essere stato per due decenni l’unica pubblicazione specifica sulla tradizione musicale salentina, è stato anche il punto di partenza per tutto il “folk revival” che si è sviluppato successivamente. Infatti, i canti raccolti da Montinaro hanno costituito la “fonte” da cui hanno attinto tutti i gruppi di riproposta, dal Canzoniere Grecanico Salentino prima maniera al “movimento” di oggi. Alcuni dei brani cult del repertorio odierno, come Pizzicarella, la Pizzica degli Ucci, la Pizzica di Aradeo, gli Stornelli, Ferma Zitella, Mara l’acqua e tanti altri, sono conosciuti grazie a quelle bellissime registrazioni realizzate ormai quasi trent’anni fa.
Abbiamo incontrato Brizio Montinaro nella sua casa romana, a pochi passi da Campo dei Fiori, per una conversazione ad ampio raggio sul suo rapporto col Salento.
Come è nato il tuo interesse per la cultura popolare salentina?
Io sono nato a Calimera, in via Martano (oggi via Europa). La mia famiglia era una famiglia normalissima, come ce n’erano tante a quel tempo. Mia madre era tabacchina, mio padre sarto. Anche bravo mi dicono! Poi, col tempo, ha avuto un impiego all’Aeroporto di Galatina. Quindi, per come andavano le cose allora, la mia era una famiglia fortunata! Vicino a noi abitava una famiglia di Martano. Il primo impatto con una cultura che mi ha abbastanza segnato è avvenuto proprio in concomitanza della morte di uno dei componenti di questa famiglia. I parenti del defunto avevano fatto arrivare delle prefiche da Martano per piangere il morto. Fu in quella circostanza che mi si aprirono gli occhi e scoprii che c’era una realtà diversa dalla mia, una realtà che da una parte mi sconvolgeva - ero letteralmente terrorizzato da quelle donne nero vestite con i capelli sciolti sulle spalle che urlavano - dall’altra mi incuriosiva moltissimo. Ero ancora un ragazzo, potevo avere dieci-undici anni.
È stato questo episodio a farmi porre le prime e forse ingenue domande. Chi sono queste donne? Cos’è che succede? Perché succede? Perché quando muoiono alcuni accade che ci siano e quando muoiono degli altri questo non accade? Ed è proprio allora che è nato il mio interesse per la cultura e per le tradizioni popolari, interesse che è iniziato con l’osservazione dei riti funebri ma poi man mano si è allargato alla musica e a tutte quelle tradizioni nelle quali ero profondamente immerso. Quando, con le prime letture importanti, ho cominciato a dare risposte alle mie domande, ho capito che forse io ero fortunato ad essere nato lì, a Calimera, a parlare due lingue – il grico era la lingua di mia madre e di mio padre, e io lo avevo imparato da loro - e di avere una tradizione così ricca. E così, ancora ginnasiale, ho cominciato a fare ricerche in vari campi. Era una cosa che mi appassionava. Risale proprio a quel tempo la composizione di una mia poesia dal titolo In terra straniera non sei. Una poesia piccola e ingenua ma che è servita al sindaco del tempo per trarre un verso fondamentale da incidere sull’architrave dell’edicola che nei giardini pubblici di Calimera accoglie una bellissima stele in marmo pario che Atene donò allora a Calimera a suggello di una comune origine. So che molti ascrivono a loro frutto e proprietà la frase Zeni ‘su en ise ettù ‘s ti Kalimera (In terra straniera non sei) ma è un vero e proprio furto. È mia, e fui proprio io a tradurre in quel modo il verso del mio testo.
Un momento importante, in quel periodo, è stato l’incontro con una donna di Calimera veramente straordinaria. Si chiamava Maria Rescio. Era un archivio vivente della cultura grica. Lei sapeva a memoria tutta la poesia popolare e d’autore esistente. Per anni ne ho registrato i testi poi andati distrutti proprio da chi mi aveva insegnato a leggere e scrivere la lingua italiana: Ernesto Aprile, il mio maestro delle elementari a cui avevo prestato i nastri con le registrazioni. Quando Maria Rescio morì i calimeresi furono molto colpiti. Con lei se ne andava parte di Calimera. Io, tra le lacrime, scrissi per lei una poesia e mi risulta che anche Giannino Aprile ne abbia scritta una, o forse due. La sua opera di grande dicitrice ha lasciato segni in me e in tutti quegli studiosi del grico che dalla Grecia venivano nelle nostre terre: non ultimo il grande glottologo Anastasios Karanastasis. Unendo tutte queste esperienze, la conoscenza naturale della lingua grica, i miei studi di filologia e di antropologia che intanto andavo facendo presso l’Università di Lecce con grandi maestri come Maria Corti, Mario D’Elia, Bronzini ecc. ho potuto possedere gli strumenti per ben capire la realtà del Salento e tradurre finalmente i testi grichi come andavano tradotti.
Ad un certo punto, nel ’64 esattamente, andai via da Calimera. Venni a Roma per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia. Ma ero ancora iscritto all’Università di Lecce e quindi continuai a ritornare molto di frequente nel Salento. E ancora ci torno.
Quale è stata la tua prima pubblicazione?
Il primo libro che ho pubblicato è stato Salento povero, edito da Angelo Longo. È una raccolta di saggi su vari argomenti. Uno dei primi libri scritti da un salentino che, in qualche modo, si occupava scientificamente del Salento dal punto di vista storico-antropologico. Poi ho cominciato a studiare la “poesia popolare”.
Quando nei primi anni settanta, c’è stata l’esplosione della musica popolare in Italia io avevo già fatto varie ricerche, e non solo sulla musica popolare. Mi ero interessato moltissimo, ad esempio, al santuario di San Rocco di Torrepaduli. Lo frequentavo assiduamente dalla fine degli anni quaranta. Ero piccolissimo. Ci sono andato tutti gli anni almeno fino al 1981. Nessuno meglio di me poteva sapere quindi quello che ogni anno vi accadeva. E bada che io andavo lì tra i fedeli e devoti con l’occhio dell’osservatore. Il breve saggio che ho pubblicato in Salento povero è il racconto sintetico della struttura del rito legato al culto di San Rocco. Le tarantate vanno dal loro psicanalista: S. Paolo fece aprire gli occhi a molti. Fece scalpore. L’antropologa e carissima amica Annabella Rossi ne era innamorata.
In tempi più recenti ho pubblicato con Sellerio San Paolo dei Serpenti. Non è uno studio di argomento salentino anche se ovviamente il Salento, Galatina e il tarantismo hanno un loro posto. È un saggio che parte da Malta e, man mano, risalendo su per la Sicilia, allunga il raggio d’interesse a tutta l’Italia e anche a parte dell’Europa.
Io mi occupo di tradizioni popolari e di antropologia culturale. Non sono un cultore del folklore salentino. Se poi la mia ricerca ha prediletto il Salento è solo perché è la terra che mi ha visto nascere e che meglio conosco.
E per finire, ma non finire, ho pubblicato per Bompiani nella ‘Nuova corona’ - la prestigiosa collana diretta da Maria Corti - una raccolta di testi della tradizione popolare greco-salentina in Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento. Un libro fortunato. Ora alla sua seconda edizione nei Tascabili Bompiani dopo le due edizioni avute con la prima uscita. Venduto anche all’estero. Ha suscitato l’interesse di Luciano Berio e di un altro grande musicista inglese Brian Elias. Hanno composto due opere servendosi dei testi grichi del mio libro. Posso dire con orgoglio d’essere stato il primo a portare all’attenzione di un pubblico internazionale la lingua grica del Salento.
Ma forse mi sto dilungando troppo? Non ricordo più qual era la domanda.
No, va bene così. Come nascono i dischi Albatros?
I due dischi Musiche e canti popolari del Salento, pubblicati nella collana Albatros nel 1977-78, nascono dal mio interesse per la cultura salentina, in tutti i suoi aspetti. E il canto popolare mi interessava come espressione della cultura tradizionale. Non mi interessava tanto la musica quanto i testi. Io ho sempre dato un grande valore ai testi. Sui testi e su quello che mi rivelavano potevo dire qualcosa di nuovo, sulla musica invece no. Io non ho studiato musica. Del resto come tanti altri che invece ne parlano da esperti.
Nel 1977, dopo l’uscita di Salento povero, ho avuto una rubrica sulla musica popolare in una importante trasmissione di Radio2. Si chiamava Qui Radio2. Avevo a disposizione quindici minuti al giorno per tre volte a settimana e avevo deciso di trattare un tema diverso per ogni settimana. Ebbe molto successo perché io in quella trasmissione spiegavo il significato del testo, il contesto in cui il canto poteva esser nato, la funzione della musica popolare e via dicendo. Facevo anche ascoltare delle bellissime canzoni. Ebbe un grande successo. Moltissima gente mi chiamava incuriosita dal discorso che andavo facendo. In quel periodo ebbi modo di incontrare una signora che si occupava qui a Roma delle Edizioni Sciascia, l’editore della collana Albatros. Albatros era la più importante collana discografica a livello europeo per la musica popolare italiana e internazionale. In essa si pubblicavano esclusivamente “documenti originali del folklore musicale europeo”. Siccome non avevano nulla in catalogo sul Salento le proposi di realizzare un disco. Mi mise in contatto con Sciascia. Andai a Milano, lo incontrai e gli presentai il progetto per un primo disco. Lui, dopo aver consultato Roberto Leydi che sovrintendeva alla collana, decise di accettare. Naturalmente mi disse: “guarda che non ci sono soldi, ti pagherò un rimborso spese e basta”, ma io accettai lo stesso perché non mi interessava tanto l’aspetto economico quanto che esistesse un disco con i canti popolari salentini e che i materiali che avevo raccolto non andassero perduti.
Avevo registrato tanta di quella roba negli anni che dopo il primo disco Sciascia mi chiese di farne un secondo e dopo ancora, di farne un terzo. Io lo preparai anche, con testi, trascrizioni, presentazioni e tutto... quando però mi disse che dovevo andare a Milano a spese mie gli risposi che mi pareva eccessivo e rinunciai all’impresa. Il materiale di quel terzo disco ce l’ho qui, tutto pronto. L’ho anche riversato su cd, ma non ho voluto mai pubblicarlo.
Perché non hai mai pensato di pubblicarlo? Sicuramente incontrerebbe un interesse da parte di molti, visto tutto il movimento che c’è nel Salento – e non solo – intorno alla musica popolare.
Io avrei materiale per più dischi, ma a dire la verità sono un po’ scocciato per tutte le storie che mi sono successe. Storie surreali. Di veri e propri furti. Del mio maestro delle elementari che si fa fotografare davanti alla stele e si spaccia per l’autore di quel verso te ne ho già parlato. Sai che ho dovuto scrivergli più volte per diffidarlo di continuare ad appropriarsi del mio verso?
E lui?
Lui adesso quando mi incontra svicola. Evidentemente si vergogna e cambia strada ma non mi risulta che abbia cambiato il vizio di spacciarsi per l’autore di quel verso.
Poi anche il mio stesso collaboratore di un tempo e amico Luigi Chiriatti non si è mai comportato molto bene nei miei confronti. Pettegolezzi, certo. Ma insomma, la voglia ti passa. Non mi va di sprecare il mio tempo e il mio talento, come si dice, per difendere quello che faccio da chi non ha mezza idea e si attacca alle tue. A Chiriatti, per esempio, ho dovuto ricordare che mi ha semplicemente dato una mano, che mi ha spesso messo a disposizione il suo bel registratore stereofonico nuovo, ma che la parte scientifica l’avevo svolta io e che ero stato io a chiamarlo a collaborare alla mia ricerca e che per questo è stato anche retribuito, minimamente ma retribuito. Con parte dei soldi del mio rimborso spese. Come risulta da una ricevuta da lui stesso firmata. Peccato, perché Luigi ha anche molte qualità. Per esempio, lui è molto bravo a cercare e far cantare la gente. Ha uno stigma che i cantori riconoscono come loro e gli si affidano. Come Annabella Rossi. Anche lei mi raccontava che quando andava a fare ricerche sul campo insieme ad altri era lei quella a cui i contadini, i miracolati, le fattucchiere e gli esorcizzati si rivolgevano. Era lei che loro riconoscevano. Pensavano evidentemente che fosse una di loro. Penso a Lettere da una tarantata.
Nel Salento di oggi succedono cose incredibili, mi dicono che ci sono persone a capo di gruppi di musica popolare che hanno depositato alla SIAE musica popolare come fosse loro per riscuotere i diritti d’autore. Capisco se avessero fatto dei particolari arrangiamenti, ma non di dire di essere loro gli autori. Sono cose che gridano vendetta al cospetto di Dio! Sono l’opposto della serietà che pretendono di avere. Il fatto è che i giovani di oggi che suonano nei gruppi hanno poca voglia di studiare, di fare ricerca sul campo. Mi fa piacere che ci siano tanti gruppi che suonano pizziche, però senza la ricerca e lo studio non so che sviluppo possano avere, quale possa essere il loro repertorio al di là dei soliti pochi pezzi che ripetono tutti. Quale il loro futuro.
Ritengo che ci sia una iperfetazione di gruppi che eseguono musica popolare e che questa iperfetazione si trovi soltanto nel Salento. Tutto ciò si deve solo al ritmo della pizzica. Tutti fanno pizziche e solo pizziche. A me dispiace che in questo clima di euforia accesa non sia passato un solo concetto scientificamente corretto. Ognuno racconta quello che gli piacerebbe fosse. La transe appunto, Dioniso, la Grecia, cose che forse c’entrano ma più probabilmente no.
E tu stai lavorando a qualche nuovo libro?
Sì. Ora sto scrivendo un libro il cui tema principale è la lingua grica. Un libro di cose inedite, ricercate in questi anni. Più non posso dire.
Noi finora abbiamo parlato soprattutto delle questioni attinenti alla musica popolare, così importanti per il Salento di oggi. Da uno studioso di lunga data della cultura grica, vorrei avere anche un parere sulla iniziative che in questi anni sono state prese per la rivitalizzazione di questa lingua antica. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a dei tentativi di salvare e di valorizzare una cultura che dalle istituzioni per decenni è stata ignorata, quando non esplicitamente combattuta. Che ne pensi?
Esistono alcuni paesi, sette, in cui si parla ancora grico. E anche poco, se devo dire la verità. Il grico mi sembra un tessuto sempre più mangiato dalle tarme. Si è ridotto ad una ragnatela. Eppure oggi c’è chi si scopre grico e fa parte dell’unione dei paesi della Grecìa salentina. Questo succede solo per ragioni economiche, evidentemente, serve per avere finanziamenti dalla Stato e dall’Europa. Mi fa piacere che le minoranze vengano tutelate, anche la nostra minoranza “linguistica”, è ovvio. Ma cercare di costruirsi un’identità etnica oggi solo perché ci sono i soldi ritengo sia una cosa poco seria. L’identità o ce l’hai o non ce l’hai. Non te la puoi inventare. Io, come altri, l’identità grica l’ho sempre avuta. Da quando sono nato. Fin da quella notte in cui ascoltai a Calimera le prefiche piangere il morto ho cercato di indagare questa identità, ma poi sono andato oltre. Non ho mai sostenuto di essere greco. Sono italiano, europeo, cittadino del mondo. L’identità non si ottiene per questioni economiche. Identità è sentirsi culturalmente partecipe di una realtà. Quella realtà dalla quale sono fuggiti in molti, dai primi anni cinquanta in poi. Non la si può acquisire oggi a posteriori. Non la si può ricreare, perché ormai appartiene al passato. Questo è un falso movimento. Alla base c’è solo l’interesse economico. Perché non si sono occupati del grico quando non c’era da guadagnare niente?
E si può recuperare l’uso di questa lingua insegnandola a scuola?
No. Lo nego. La lingua grica non sarà mai più parlata. Una lingua vive finché è necessaria, quando non è più necessaria ad esprimere concetti moderni muore. Tantissime lingue muoiono ogni giorno, e morirà anche il grico. C’è un interessante studio dell’Unesco in proposito. Noi non sappiamo fare in grico un discorso uguale a quello che facciamo in italiano. Noi col grico possiamo esprimere solo cose quotidiane: “come stai?”, “dove vai?”, chiedere che cosa ha preparato da mangiare la mamma, parlare d’amore e fare un po’ di conti - perché i numeri rimangono sempre identici a quelli dei greci classici, anche nella pronuncia - ma se io devo fare un discorso su quello che penso della situazione politica in Italia, se devo parlare di letteratura, di cinema o altro, io in grico non lo posso fare, se non riducendo all’estremo il senso di quello che voglio dire. Quindi a questo punto uso la lingua italiana. Se io potessi esprimere tutto quello che mi passa per la testa, il grico non morirebbe. Siccome questo non è possibile, il grico morirà, perché non serve più.
Tutto quello che succede intorno al grico oggi mi sembra un po’ quello che accade intorno al letto di un morto. Ma di questo non voglio più parlare.
Mi chiedevi della scuola. Se vogliamo essere sinceri, il grico che insegnano a scuola è inutile: primo perché insegnano solo due-tre poesie e poco altro, poi perché i ragazzi, una volta usciti dalla scuola, ritornano a parlare l’italiano impoverito che imparano stando ore davanti al televisore.
Non possiamo ripristinare la vita passata. Saremmo antistorici. Dobbiamo ricordare le nostre radici, questo sì. Dobbiamo ricordare da dove veniamo e chi siamo. Imesta grichi. Siamo grichi. Dobbiamo studiare quanto più è possibile il nostro passato perché è attraverso la ricostruzione del passato che noi possiamo progettare meglio il nostro futuro. Tutto il resto non ha senso. È solo polvere per gli occhi. Credimi.
pubblicato il 21/07/2004