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	<title>Vincenzo Santoro &#187; Castro</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>Viaggio a Finibusterrae</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Aug 2007 16:52:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Viaggio nei confini della terra d&#8217;Otranto di Antonio Prete da Liberazione del 18 agosto 2007 &#160; A Leuca, punta ultima della penisola salentina, c&#8217;è, oltre al faro che sventaglia il suo fascio luminoso sullo spartiacque tra lo Jonio e l&#8217;Adriatico, un santuario alto sul mare: Santa Maria de finibus terrae. Se non ci si va almeno una volta da vivi,... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2007/08/18/viaggio-a-finibusterrae/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"><span style="font-size: small;"><br />
<span style="font-size: medium;"><span style="font-weight: bold; color: #800000;">Viaggio nei confini della terra d&#8217;Otranto</span></span><br />
di <span style="font-weight: bold;">Antonio Prete</span><br />
da <a href="http://www.liberazione.it">Liberazione</a> del 18 agosto 2007<br />
</span></div>
<div style="text-align: justify;">
<p>&nbsp;</p>
<p>A <span style="font-weight: bold;">Leuca</span>, punta ultima della penisola salentina, c&#8217;è, oltre al faro che sventaglia il suo fascio luminoso sullo spartiacque tra lo Jonio e l&#8217;Adriatico, un santuario alto sul mare: <span style="font-weight: bold;">Santa Maria de finibus terrae</span>.<br />
<span style="font-family: Arial; font-size: small;">Se non ci si va almeno una volta da vivi, raccontava mia nonna, si deve andare in ginocchio da morti. Così, da bambino, cercavo, paurosamente, di figurarmi quell&#8217;ombroso e postumo trascinarsi per campagne, tra uliveti e vigneti, strisciando lungo muri a secco, alla ricerca di un approdo estremo. Non Finisterrae, come altri leggendari e poetici toponimi, ma Finibusterrae: la forma ablativale è quella che i dialetti salentini e l&#8217;immaginazione popolare hanno incorporato. E <span style="font-style: italic; font-weight: bold; color: #000080;">Viaggio a Finibusterrae. Il Salento fra passioni e confini</span> (<span style="font-weight: bold;">Manni</span>, euro 10) si intitola il bel libro che ora <span style="font-weight: bold;">Antonio Errico</span> ha dedicato al Salento<span id="more-415"></span>, alle sue fantasmagorie letterarie, ai suoi incantamenti e alle sue ferite, alla sua storia. Una storia che è come volatilizzata in miti, in dicerie, in credenze, ma anche segnata dal dolore delle partenze e dagli struggimenti della nostalgia. Come in altri libri di Antonio Errico, pubblicati anch&#8217;essi da Manni editore &#8211; penso a quelli che più mi hanno attratto, come <span style="font-style: italic; font-weight: bold;">Favolerie</span>, del 1996 e il più recente <span style="font-style: italic; font-weight: bold;">L&#8217;ultima caccia di Federico Re</span> &#8211; anche questo libro ha la sua forza nel ritmo del dire. Un ritmo che modula, nel piacere della ripetizione, movimenti propri del raccontare fiabesco, e allo stesso tempo, mentre avvicina la cosa evocata, ne mostra l&#8217;alone fantastico, mentre nomina un luogo, un ricordo, una credenza popolare, o cita un poeta, fa vedere come solo l&#8217;approssimazione possa dirsi vera forma di conoscenza. E infatti il viaggio nel Salento, nella propria terra, non è che il viaggio dentro le parole, e le forme mentali, e fantasticanti, di una rappresentazione, forse di un&#8217;invenzione. Ed è questo per Errico il paese di Finibusterrae: «un costante avvicinarsi ad un luogo di parole che rappresenta la condizione della leggerezza e della profondità, dell&#8217;opacità e della rilucenza, dell&#8217;epifania e del dissolvimento, dell&#8217;immutabilità e della mutevolezza, del mythos e del logos, dell&#8217;estremità e del punto di confluenza». Per questo Ernesto de Martino, mentre s&#8217;accingeva a interpretare attraverso il rituale della tarantata un&#8217;antropologia che univa ferita e musica, dolore e danza, preghiera e desiderio, ricordava che la traccia dell&#8217;incubo che qui viene dal mare e che per secoli grava sulle coste è come riflessa nei miraggi: la gente osservava le «mutate di cielo», come volesse scorgere «a specchio nelle nuvole l&#8217;avvicinarsi della flotta turca».</span></p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: small;">Finibusterrae non è solo il Capo di Leuca: è ogni luogo di partenza e di approdo, ogni lingua di terra circondata dal mare. Otranto, Gallipoli, Santa Cesarea, Castro sono Finibusterrae. E&#8217; il confine, lo stare sul confine. Quel particolare Salento che Antonio Errico descrive è anche quello al quale io stesso sento di appartenere e che qualche volta mi è accaduto di raccontare. Un Salento che ha la sua identità in questo guardare altrove mentre si avvertono fortemente le radici: compresenza di lingue e culture che qui abitano da sempre e si sovrappongono e intrecciano e influenzano. Mescolanza di storia e favola, di concretezza e svagamento malinconico. Terra di passaggi. Un Sud che accoglie i riverberi che vengono da altre terre, un Sud che tanto più è fisicamente preso dalla lingua dei corpi quanto più è perso nella fascinazione dell&#8217;inesistente, del vuoto, della fantasticheria. E tanto più è funambolico, o bizzarro, tanto più avverte la malinconia del passaggio, e la carnalità del sentire. E&#8217; questo anche il Salento che appare nei versi di Vittorio Bodini. E nella scrittura filmica e teatrale di Carmelo Bene. E&#8217; il Salento compendiato nel barocco particolare della facciata di Santa Croce. Di quel barocco Antonio Errico dice che sembra voglia «figurare l&#8217;assoluto», e voglia anche «attribuire visibilità all&#8217;invisibile, plasticità all&#8217;aria, una densità all&#8217;impalpabile».</span></p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: small;">In questa terra che corteggia l&#8217;improbabile, le pagine di Viaggio a Finibusterrae conducono il lettore, facendo ricorso alla mediazione dei poeti e degli scrittori che a questa terra appartengono per nascita o per scelta di scrittura. E il viaggio diventa evocazione, anche se fuggevole, di certi versi, di certe scritture che il Salento hanno interrogato: Girolamo Comi, Maria Corti, Vittorio Pagano, Vittore Fiore, Salvatore Toma, Antonio Verri e altri vanno a comporre, per brevi citazioni e brevissimi richiami, un&#8217;altra terra nella quale la prima si riflette: una terra fatta di ritmi, di parole, di immaginazione. Quale delle due è quella vera? Quale il riverbero, e il miraggio?</span></p>
</div>
<div style="font-family: Arial; text-align: justify;"></div>
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