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	<title>Vincenzo Santoro &#187; Corriere della sera</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>Gli ulivi sterminati, la ferita del Salento</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 16:06:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[emergenza ambiente Salento]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Antonio Stella]]></category>
		<category><![CDATA[Salento]]></category>
		<category><![CDATA[ulivi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Per far posto a una centrale fotovoltaica hanno commesso un delitto di Gian Antonio Stella dal Corriere della Sera del 2 novembre 2011 «Un bel paesaggio una volta distrutto non torna più e se durante la guerra c&#8217; erano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati allo sterminio dei campi», scrisse Andrea Zanzotto, scomparso una ventina di giorni fa. Pensava... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2011/11/03/gli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;"><em>Per far posto a una centrale fotovoltaica hanno commesso un delitto</em></span></p>
<p>di <span style="color: #ff0000;"><strong>Gian Antonio Stella</strong></span></p>
<p>dal <strong>Corriere della Sera</strong> del 2 novembre 2011</p>
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2015/07/ulivi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1931" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2015/07/ulivi-300x225.jpg" alt="ulivi" width="300" height="225" /></a>«Un bel paesaggio una volta distrutto non torna più e se durante la guerra c&#8217; erano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati allo sterminio dei campi», scrisse <strong>Andrea Zanzotto</strong>, scomparso una ventina di giorni fa. Pensava alla sua campagna veneta, ma non solo. Ed è il dolore del grande poeta trevigiano che ti viene in mente guardando l&#8217; angosciante servizio che una giornalista di Telerama, un&#8217;emittente pugliese, ha dedicato allo stupro del paesaggio nel Comune di <strong>Carpignano Salentino</strong>, poco a nord di Maglie, nel Salento. Dove le ruspe hanno estirpato centinaia di bellissimi ulivi per fare posto a una centrale fotovoltaica. L&#8217; abbiamo scritto e riscritto:<span id="more-1930"></span> nessuno, a meno che non accetti la rischiosa scommessa nucleare, può essere ostile alle energie alternative e in particolare a quella solare. Ma c&#8217; è modo e modo, luogo e luogo. Un conto è sdraiare i pannelli in una valletta di un&#8217; area non particolarmente di pregio e da risanare comunque perché c&#8217; erano i ruderi di una dozzina di capannoni d&#8217; amianto, come è stato fatto in Val Sabbia col consenso di tutti i cittadini, di destra e sinistra, un altro è strappare quelle piante nobilissime che la stessa Minerva avrebbe donato agli uomini e che fanno parte della nostra storia dalla Bibbia all&#8217; orto di Getsemani fino alle poesie meravigliose di Garcia Lorca: «Il campo di ulivi / s&#8217; apre e si chiude / come un ventaglio&#8230;». C&#8217; è una legge in vigore, laggiù nel Salento. La numero 14 del 2007. Il primo articolo dice che «la Regione Puglia tutela e valorizza gli alberi di ulivo monumentali, anche isolati, in virtù della loro funzione produttiva, di difesa ecologica e idrogeologica nonché quali elementi peculiari e caratterizzanti della storia, della cultura e del paesaggio regionale». Né potrebbe essere diversamente: l&#8217; ulivo è nello stesso stemma della regione. È l&#8217; anima della regione. Eppure, denuncia Telerama, il progetto di quell&#8217; impianto «Saittole» da un megawatt della Solar Energy, è stato regolarmente presentato al Comune di Carpignano e da questi approvato nonostante l&#8217; area fosse agricola e fertile. Di più, l&#8217; autorizzazione finale è stata data dallo stesso assessore regionale all&#8217; agricoltura Dario Stefano che oggi dice: «Verificherò». Certo è, accusano il Coordinamento Civico apartitico per la Tutela del Territorio e il Forum Ambiente e Salute del Grande Salento, che quegli alberi che crescevano solenni su quattro ettari di uliveto secolare, come dimostrano le immagini registrate, «sono stati espiantati e ripiantati accatastati gli uni agli altri come pali di una fitta palizzata, lungo il margine del fondo, senza neppure le dovute prescritte cure d&#8217; espianto riportate nella stessa autorizzazione, ad esempio la prescrizione della presenza di una zolla del raggio di almeno un metro». Un delitto. Che fa venire in mente quanto scriveva Indro Montanelli: «Ogni filare di viti o di ulivi è la biografia di un nonno o un bisnonno». Buttare giù quelle piante non è solo una porcheria: è un insulto ai nostri nonni.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/3GsXVDnIiQo" width="420" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="http://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;linkname=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/facebook.png" width="16" height="16" alt="Facebook"/></a><a class="a2a_button_twitter" href="http://www.addtoany.com/add_to/twitter?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;linkname=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" title="Twitter" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/twitter.png" width="16" height="16" alt="Twitter"/></a><a class="a2a_button_google_plus" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_plus?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;linkname=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" title="Google+" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/google_plus.png" width="16" height="16" alt="Google+"/></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="http://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;linkname=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/whatsapp.png" width="16" height="16" alt="WhatsApp"/></a><a class="a2a_button_google_gmail" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_gmail?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;linkname=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" title="Google Gmail" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/gmail.png" width="16" height="16" alt="Google Gmail"/></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share_save#url=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;title=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" id="wpa2a_2">Condividi</a></p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it/2011/11/03/gli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2/">Gli ulivi sterminati, la ferita del Salento</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it">Vincenzo Santoro</a>.</p>
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		<title>Taranta, il festival, la notte  e i numeri da capogiro</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 16:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni sulla Notte della Taranta]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Notte della Taranta]]></category>
		<category><![CDATA[Peppe Acquaro]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;undicesima edizione della rassegna europea inizia l&#8217;11 agosto con la serata clou il 27. Affare da 25 ml di euro di Peppe Acquaro da www.corriere.it del 10 agosto 2011 I numeri non tradiscono mai. E i numeri, per l’undicesima edizione del Festival della Taranta – la più grande rassegna europea dedicata alla musica tradizionale salentina della Pizzica, al via dall’11... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2011/08/10/taranta-il-festival-la-notte-e-i-numeri-da-capogiro/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><em>L&#8217;undicesima edizione della rassegna europea inizia l&#8217;11 agosto con la serata clou il 27. Affare da 25 ml di euro</em></span></p>
<p>di <strong>Peppe Acquaro</strong></p>
<p>da <a href="http://www.corriere.it">www.corriere.it</a> del 10 agosto 2011</p>
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2011/08/notte-della-taranta2011.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-1855" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2011/08/notte-della-taranta2011-300x211.png" alt="notte della taranta2011" width="300" height="211" /></a>I numeri non tradiscono mai. E i numeri, per l’undicesima edizione del Festival della Taranta – la più grande rassegna europea dedicata alla musica tradizionale salentina della Pizzica, al via dall’11 agosto &#8211; indicano 200 mila persone pronte ogni anno a seguire i concerti che precedono il clou di tutto, <span style="color: #993300;"><strong>la Notte della Taranta</strong></span>, 14 edizioni, il 27 agosto a <strong>Melpignano</strong>, in provincia di Lecce. Ma i numeri riferiscono anche che l’impatto economico, tra Festival e Notte della Taranta, negli ultimi quattro anni, per un investimento di 3 milioni e 800 mila euro, ha avuto un ritorno di più di 11 milioni di euro. Se poi si considera il Salento post 27 agosto, vale a dire le presenze dei turisti che hanno deciso di soggiornare nella parte finale della Puglia anche dopo la Taranta, si superano i 25 milioni di euro. Sono i conti in tasca fatti da una ricerca dell’Università Bocconi di Milano (<span style="color: #ff0000;"><em>Eventi, cultura e sviluppo. L’esperienza de “La Notte della Taranta”</em></span>, <span id="more-165"></span>Egea, Milano, a cura di Filippo Giordano e Giuseppe Attanasi) in uscita a fine agosto.</p>
<p>DAL SALENTO AGLI USA &#8211; Del resto, nella rete della Taranta e del suo immenso potere, c’era cascato, come si ricorderà, anche il Wall Street Journal. Un anno fa, infatti, Joel Weickgenant, nel suo reportage dal Salento, aveva incoronato la Pizzica pugliese come blues del futuro e nuova regina della musica internazionale. E che lo sia (mondiale) è facilmente constatabile. Vedi alla voce Ludovico Einaudi &#8211; anima del Notte della Taranta lo scorso anno e anche il prossimo 27 agosto &#8211; il quale ha recentemente eseguito il meglio dell’edizione 2010 del Concertone di Melpignano al Barbican Centre di Londra. Stesso discorso per l’importanza delle presenze degli artisti in cartellone pronti a esibirsi dall’11 al 25 agosto (si stoppa solo a ferragosto e alla vigilia del Concertone di Melpignano) nel Festival che ci accompagnerà alla Notte magica del 27 agosto nel piazzale ex convento degli Agostiniani, a Melpignano, capitale della Grecia, un pezzetto importante della magica terra salentina.</p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">C’E’ ANCHE LECCE &#8211; Einaudi tornerà quindi per l’edizione 2011 del «più grande world music festival d&#8217;Europa», al posto di comando dove si sono succeduti negli anni passati artisti come Steward Copeland, Joe Zawinul, Ambrogio Sparagna, Dalla e Franco Battiato. Lo starter della Pizzica sarà invece dato a Corigliano d’Otranto, a pochi chilometri da Melpignano, dove, Daniele Durante, protagonista del Canzoniere grecanico salentino, comincerà la sera dell’11 a far ballare il pubblico, dalle 21,30, lungo quella scia di emozioni e suoni che si trascinerà un po’ in tutta la Grecìa salentina: da Calmiera a Carpignano Salentino, da Castrignano dei Greci a Cutrofiano, Sternatia e Zollino, fino ad Alessano, Cursi e Galatina. Con una grossa novità: quest’anno una tappa del Festival toccherà anche Lecce con location la centralissima piazza Sant’Oronzo.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTTE E CONCERTONE &#8211; Pizzica dunque e musica internazionale. Ecco allora i Chieftains, gruppo irlandese, a chiusura del festival itinerante, la sera del 25 agosto a Carpignano Salentino sul palco insieme al tamburellista Antonio Castrignanò. Entrambi fanno parte di un progetto speciale del festival. Naturalmente ci saranno i Sud Sound System, gruppo fresco di festeggiamenti per i vent’anni di carriera e portavoce di una cultura salentina fatta di blues, reggae e ragamuffin, recentemente protagonisti, insieme a Ludovico Einaudi e i Mascarimirì fondati da Claudio “Cavallo” Giagnotti, del singolo «Beddha Carusa», uscito in questi giorni e proposto in anteprima da Corriere.it. E chissà che il Concertone non sia trasmesso e seguito, come lo scorso anno, in diretta streaming &#8211; grazie ad una speciale App per iPhone &#8211; da milioni di persone proprio sul sito del Corriere. Anche qui i numeri, si sa, hanno sempre ragione.</p>
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		<title>Il petrolio cambia il paese dell’arpa</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 18:47:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[varie ed eventuali]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della sera]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Una scena nel film di Papaleo «Basilicata coast to coast» e ora una docufiction con Moni Ovadia ispirata alla tradizione musicale di Dino Messina dal Corriere della Sera del 6 dicembre 2010L’utilitaria di Michele Treves, il personaggio interpretato da Moni Ovadia, si ferma senza benzina davanti al centro oli Eni di Viggiano, cuore della Val d’Agri dove esiste il maggior... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/12/12/il-petrolio-cambia-il-paese-dellarpa/">Read more &#187;</a></p>
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<p><em><span style="color: #000000; font-size: medium;">Una scena nel film di Papaleo «Basilicata coast to coast» e ora una docufiction con Moni Ovadia ispirata alla tradizione musicale </span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">di <strong>Dino Messina</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">dal <a href="http://www.corriere.it/cultura/10_dicembre_06/messina-petrolio-cambia-paese-europa_b4fd34e0-0119-11e0-96e9-00144f02aabc.shtml">Corriere della Sera</a> del 6 dicembre 2010<a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2015/07/petrolio_stemma_100x100.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1966" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2015/07/petrolio_stemma_100x100.jpg" alt="petrolio_stemma_100x100" width="100" height="100" /></a></span><span style="color: #000000; font-size: medium;">L’utilitaria di Michele Treves, il personaggio interpretato da Moni Ovadia, si ferma senza benzina davanti al centro oli Eni di <strong>Viggiano</strong>, cuore della Val d’Agri dove esiste il maggior giacimento di petrolio dell’Europa continentale. «A chi tanto a chi niente» commenta con la cantilena del luogo Vincenzo Coviello, detto «Cusumiello», perché qui si è conosciuto più per il soprannome che per il nome. Comincia così <em>Alma Story</em>, docufiction diretta da Gerardo Lamattina su soggetto di Dario Zigiotto, presentata il 28 novembre al Mei (Meeting delle etichette indipendenti) di Faenza.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">In Alma story recitano molti personaggi di Viggiano, che fu feudo dei Sanseverino, dei Sangro, dei Loffredo, per finire nel marchesato dei Sanfelice. Coprotagonista è il farmacista Nino Caiazza, presidente della Pro Loco da una vita e appassionato fotografo. Una particina il versatile dottor Caiazza se l’era guadagnata anche in <em>Basilicata coast to coast</em>, il film di Rocco Papaleo, ma il paese nelle cui viscere scorre l’oro nero che ha dato nuova linfa a tutta la Basilicata era poco rappresentato. Così al figlio di Nino, Luca Caiazza, farmacista pure lui e assessore alla Cultura, venne l’idea di fare un film interamente dedicato a Viggiano una sera che navigando su internet si imbattè in un’intervista di Moni Ovadia a un gruppo di studenti. L’attore, scrittore e musicista che ha reso popolari in Italia le musiche del folclore askenazita con «Oylem Goylem» raccontava agli studenti delle ricerche condotte dal suo maestro Roberto Leydi, uno dei fondatori della nostra etnomusicologia, sull’arpa viggianese.<span id="more-1965"></span> L’unico caso di arpa portativa conosciuta in Italia.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">Ovadia aveva colpito al cuore Luca Caiazza, che a scuola, come tutti i bambini del posto, aveva dovuto mandare a memoria i versi del poeta ottocentesco Pier Paolo Parzanese, «ho l’arpa al collo son viggianese». Una poesia del 1838 che fotografa il destino di una comunità che dalla metà del Settecento agli inizi del Novecento aveva trovato sostentamento in un mestiere, quello del suonatore ambulante d’arpa portativa, di flauto e violino, documentato nelle statuine settecentesche del Presepe Cuciniello a Napoli e in una serie di documenti resi noti dal lavoro di un brillante etnologo, Enzo Alliegro. Docente all’università di Napoli, Alliegro, che sta per pubblicare una storia dell’etnografia italiana, nata proprio qui in Basilicata e anche a Viggiano con le ricerche pionieristiche di Ernesto De Martino e di Diego Carpitella, è autore del saggio <em>L’arpa perduta</em> (Argo), dove documenta e spiega lo strano destino di questo paese di cui ci si può bene rendere conto da una tabella sui mestieri degli sposi tra il 1809 e il 1910: su 4.076, 2.433 (60%) erano contadini, mentre 537 musicisti (13%). A seguire, artigiani, proprietari, pastori, professionisti. L’Alma artistica di questa comunità è stata così celebrata anche con un film grazie al fiume di danaro che portano le royalties dell’oro nero. «Spendiamo duecentocinquantamila euro all’anno per le attività culturali», dice Luca Caiazza, animatore di un programma che spazia da un festival jazz a una rassegna di concerti d’arpa, a un concorso intitolato al grande flautista Leonardo De Lorenzo e a uno dedicato ai film culturali.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">Duecentocinquantamila euro all’anno per la cultura sono tanti per un paese di 3.150 persone, ma poco in confronto ai circa cinquanta milioni di euro affluiti in dieci anni nelle casse del Comune.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">L’ingegner Giuseppe Alberti, sindaco del Pd al secondo mandato, scottato quattro anni fa da un’intervista in cui passava per un amministratore che non sapeva come gestire questa manna, snocciola ora con sicurezza dati e programmi. I 18 pozzi attivi a Viggiano sui 28 della Val d’Agri (ma i pozzi in totale sono una cinquantina) producono oltre cinquantamila barili di petrolio al giorno che vengono processati nel grande centro oli dell’Eni prima di essere trasferiti con un oleodotto a Taranto. Secondo l’intesa firmata con l’Eni, alla Regione va il 7 per cento del valore del petrolio. Di questo 7 per cento, il 15 va direttamente ai Comuni, il resto dovrebbe essere ridistribuito dalla Regione alle aree interessate, anche se non sempre è così. Comunque al Comune di Viggiano, a seconda del prezzo del petrolio, arrivano annualmente dagli otto ai quindici milioni di euro. E questo flusso di denaro potrebbe continuare per ancora quindici-vent’anni. «A parte il settore culturale &#8211; riassume il sindaco Alberti &#8211; una ventina di milioni sono stati stanziati per opere pubbliche che comprendono una piscina coperta, un palazzetto dello sport, un museo nella restaurata villa dei marchesi Sanfelice che abbiamo acquisito». Oltre 3,6 milioni vanno poi a sostegno dell’occupazione, secondo un bando che prevede l’erogazione per 36 mesi di mille euro alle aziende lucane che impieghino una viggianese, novecento se il viggianese è di sesso maschile. Un programma particolare con 4,8 milioni riguarda poi le attività produttive: un imprenditore che presenti un buon progetto di investimento di quattrocentomila euro ne potrà ricevere sino a duecentomila a fondo perduto. Poi ci sono i due milioni per l’agricoltura&#8230; A Viggiano si racconta che Giuseppe Nigro «Terranevra», soprannominato così per aver faticato nei campi tutta la vita, alla morte del suo asino, l’ultimo esemplare rimasto in paese, abbia pensato di presentare domanda al Comune per comprarne un altro.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">Viggiano nuova Bengodi? «Alla fine degli anni Ottanta, quando Raffaele Di Nardo firmò per la Regione la convenzione con l’Eni accettammo il petrolio come una sfida», dice Vittorio Prinzi, dal 1980 per vent’anni sindaco comunista a Viggiano e ora consigliere provinciale nell’Idv, «ma a me pare che si stiano affrontando i problemi partendo dalla coda. Soltanto quest’anno è stato istituito l’Osservatorio ambientale Val d’Agri per la valutazione dell’impatto ambientale e gli investimenti fatti mi sembra non vadano ancora nella direzione giusta per un sostegno reale all’occupazione e per assicurare un futuro ai nostri figli». L’economia locale non si può basare solo sulle sovvenzioni, come i cinquanta miliardi di lire arrivati dopo il terremoto del 23 novembre 1980 che colpì duramente Viggiano. Sulla stessa linea è il medico Giambattista Mele, che parla di «un aumento sicuro dei tumori in Basilicata anche se non si può fare l’equazione petrolio=cancro, poiché un monitoraggio non è mai stato fatto e solo quest’anno è nata una commissione comunale». Poi Mele avverte: «Per ben due volte, il 24 novembre 2008 e il 2 febbraio 2009 dal centro oli si è levato un boato e la fiamma di sicurezza è arrivata a 35 metri». Ma l’Eni smentisce che si sia mai verificato un incidente. Si teme per la salute dei cittadini ma anche per le colture rinomate: i fagioli di Sarconi, il pecorino di Moliterno, il vino della Val d’Agri che ha ottenuto il riconoscimento doc grazie alla sapienza dei fratelli Pisani.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">Una voce di dissenso si alza anche dalla Basilica di Viggiano, che ospita la Madonna Nera, protettrice della Lucania e vero simbolo del paese. Citata nel <em>Cristo si è fermato a Eboli</em> di Carlo Levi e nei racconti di Leonardo Sinisgalli, la Madonna venerata dal Cinquecento anche in Calabria e in Campania sembra passata in secondo piano. Don Paolo D’Ambrosio, il colto parroco di Viggiano, non ha gradito il cartello che accoglie i visitatori dopo una recente delibera della giunta comunale: «Benvenuti a Viggiano, paese dell’arpa e della musica». Per la verità qualche centinaia di metri prima c’è un altro cartello, del 1995, che definisce «Viggiano città di Maria». Dice don Paolo: «Non mi riconosco nell’operazione culturale che punta unilateralmente sull’arpa e sulla musica. Non voglio soldi, ma chiedo: quanto si è investito sul patrimonio religioso? Niente». In effetti il culto mariano a Viggiano data dal tredicesimo secolo, quando secondo la tradizione sul monte del paese, 1775 metri, venne scoperta una effigie lignea della madre di Gesù salvata dalla furia iconoclastica che risente di evidenti influssi bizantini. Già una bolla di Giulio II nel Cinquecento parlava del culto della Madonna di Viggiano e nel 1892 alla cerimonia di incoronazione della protettrice della Basilicata parteciparono 30mila fedeli. La Regina della Lucania, che viene portata a spalle sulla cappella del monte ogni prima domenica di maggio e riportata in paese ogni prima domenica di settembre, con l’arrivo del petrolio sembra aver perso il centro della scena, tanto che don Paolo parla con sospetto di «rinascita massonica ». Una cultura, quella dei fratelli muratori, introdotta a Viggiano dai suonatori ambulanti che nelle capitali europee assorbivano idee liberali e socialiste. Tanto che nel 1911 quasi un terzo dei capifamiglia si dichiarava ateo.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">Benvenuti nel paese di Maria, dell’arpa e del petrolio. E delle molte contraddizioni.</span></p>
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		<title>Pannelli solari e pale tra gli ulivi. E la storia muore</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 16:24:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[emergenza ambiente Salento]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Antonio Stella]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Rizzo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A pochi chilometri da dove nacque l`ultimo ministro borbonico, il miraggio (e i quattrini) delle energie alternative distruggono il paesaggio di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella dal Corriere della Sera del 28 agosto 2010 Tira una brutta aria eolica, per le ninfe e i fanciulli che da millenni vivono tra gli ulivi secolari del meraviglioso colle San Giovanni a... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/08/28/pannelli-solari-e-pale-tra-gli-ulivi-e-la-storia-muore/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><em>A pochi chilometri da dove nacque l`ultimo ministro borbonico, il miraggio (e i quattrini) delle energie alternative distruggono il paesaggio</em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <span style="color: #ff0000;"><strong>Sergio Rizzo</strong></span> e <span style="color: #ff0000;"><strong>Gian Antonio Stella </strong></span></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">dal Corriere della Sera del 28 agosto 2010</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/4530530387_16c4d2b2b9_o.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1691" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/4530530387_16c4d2b2b9_o-300x274.jpg" alt="4530530387_16c4d2b2b9_o" width="300" height="274" /></a>Tira una brutta aria eolica, per le ninfe e i fanciulli che da millenni vivono tra gli ulivi secolari del meraviglioso colle San Giovanni a Giuggianello: non hanno i timbri in regola. C&#8217;è chi dirà: ma se ne hanno scritto Nicandro e Ovidio e probabilmente pure Aristotele! Fa niente: non hanno i timbri in regola. </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Lo dice una sentenza del Consiglio di Stato. Secondo il quale un posto può anche essere la culla della memoria magica di un popolo ma se non ha le carte in regola, cioè un timbro della sovrintendenza che dice che effettivamente è la culla della memoria magica di un popolo, non ha diritto a tutele. Testuale: «A prescindere dal fatto che tali miti e leggende non risultano essere stati individuati da un provvedimento legislativo, non si vede come l&#8217;impianto degli aerogeneratori possa interferire su tale patrimonio culturale».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Appunto: «non si vede». Nel senso che i giudici non hanno «visto» l&#8217;area in cui dovrebbero sorgere le immense pale eoliche se non sulla carta<span id="more-224"></span>. Perché certo non avrebbero mai potuto scrivere una cosa simile se fossero saliti su queste colline dolci che hanno incantato nei secoli i viaggiatori. Se avessero visto, scavata nella viva roccia, l&#8217;antica e commovente chiesetta rupestre di San Giovanni. Se si fossero fermati davanti a questi massi enormi dalle forme incredibili che scatenarono le fantasie e la devozione dei nostri avi. Se avessero camminato all&#8217;ombra di questi ulivi grandiosi. Come può un paradiso bucolico come questo non essere devastato da 12 pale eoliche alte 80 metri cioè quanto 12 palazzine di 25 piani? </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Eppure questo, salvo miracoli, è il destino della Collina dei Fanciulli e delle Ninfe a Giuggianello, pochi chilometri a sud della strada che da Maglie porta a Otranto, nel Salento. Non è un punto qualunque sulla carta geografica, questa collina. Come spiega l&#8217;ambientalista Oreste Caroppo in un delizioso saggio, è conosciuto «l&#8217;Acropoli della civiltà messapico-salentina antica».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Qui sono ambientate da migliaia di anni leggende riprese da Nicandro di Colofone: «Si favoleggia dunque che nel paese dei Messapi presso le cosiddette “Rocce Sacre” fossero apparse un giorno delle ninfe che danzavano, e che i figli dei Messapi, abbandonate le loro greggi per andare a guardare, avessero detto che essi sapevano danzare meglio. Queste parole punsero sul vivo le ninfe e si fece una gara per stabilire chi sapesse meglio danzare. I fanciulli, non rendendosi conto di gareggiare con esseri divini, danzarono come se stessero misurandosi con delle coetanee di stirpe mortale; e il loro modo di danzare era quello, rozzo, proprio dei pastori; quello delle ninfe, invece, fu di una bellezza suprema. Esse trionfarono dunque sui fanciulli nella danza e rivolte ad essi dissero: “Giovani dissennati, avete voluto gareggiare con le ninfe e ora che siete stati vinti ne pagherete il fio”. E i fanciulli si trasformarono in alberi, nel luogo stesso in cui stavano, presso il santuario delle ninfe. E ancora oggi, la notte, si sente uscire dai tronchi una voce, come di gente che geme; e il luogo viene chiamato “Delle Ninfe e dei Fanciulli”».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Un mito rilanciato, come dicevamo, da Publio Ovidio Nasone. E trattato anche nel Corpus Aristotelico dove si accenna al salentino Sasso di Eracle: «Presso il Capo Iapigio vi è anche una pietra enorme, che dicono venne da Eracle sollevata e spostata, addirittura con un sol dito». E coltivato dai contadini della zona che raccomandavano ai figlioletti di non andare a giocare alle rocce del «Letto della vecchia», del «Sasso di Eracle» e del «Piede di Ercole», spiega Caroppo, perché potevano «apparire loro le fate» e chissà quale incantesimo erano capaci di fare.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Leggende. Ma nessuno, un tempo, avrebbe osato profanare un sacrario della memoria antica come questo. Così come nessuno avrebbe osato abbattere migliaia di ulivi stuprando quella che da secoli è l`immagine stessa del Salento. Marcello Seclì, presidente della sezione salentina di Italia Nostra, non si dà pace mentre ci trascína tra i viottoli delle campagne tra Parabita e Gallipoli e poi a Scorrano e a sud di Maglie e mostra come intere colline siano state tappezzate da quell’altra forma di violenza alla natura che possono essere le distese sterminate di pannelli fotovoltaici.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Pannelli bruttissimi. Giganteschi. Tirati su senza rispetto per la natura. Per la fatica dei nostri nonni che piantarono gli ulivi sradicati. Per la vocazione turistica dell`area. Fa impressione rileggere oggi quel che mezzo secolo fa scriveva sul «Corriere» Alberto Cavallari parlando del Salento come del «più bel paesaggio d’Italia»: «Sorgono nel leccese i paesi più affascinanti del Sud, come Nardò, o la città morta di Otranto. Restano infatti i borghi civili, asciugati dal mare e dal vento, nitidi come la loro povertà. Le coste, spesso frastagliate nello scoglio, non sono ancora deturpate: sono piene di grotte, leggendarie e favolose, mentre lontano si vedono le “pagliare” dei pastori, e i riverberi, i luccichii dei due mari (come una volta scrisse Piovene) “sembrano quasi incontrarsi a mezz’aria” nel punto in cui l`Italia finisce, o meglio sfinisce, dentro l`atmosfera di un miraggio».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Non aveva dubbi, Cavallari: «Difendere questa provincia e conservarla è così certo l`unico modo di fare della buona economia». Questo doveva fare, il Salento: puntare su «un turismo di classe, come quello che si svolge in Grecia, redditizio e ricco, e certo meglio di un’industrializzazione assurda e asfittica».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">I dati di questi giorni dicono che il turismo è davvero la chiave della ricchezza salentina. L`Apt gongola sventolando un aumento del 5%, che in questi tempi di magra vale doppio. E contribuisce a «collocare il Salento ai vertici della classifica nazionale». Italiani, soprattutto. Ma anche tanti stranieri. In testa tedeschi, francesi e inglesi.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Vengono per vedere la cattedrale di Otranto e inginocchiarsi davanti alle reliquie dei morti nella strage del 1480 ed emozionarsi nel leggere che il corpo senza testa di Antonio Pezzulla detto il Primaldo, il primo degli ottocento martiri di Otranto a venire decapitato per ordine del Gran Visir Achmet «lo Sdentato», «si alzò e restò in piedi fino al termine della strage e non ci fu forza che valesse ad atterrarlo». E poi vengono per le orecchiette e i turcinieddhri e le `ncarteddhrate e tutte le altre leccornie della formidabile cucina salentina e il suo olio e il suo vino. E vengono per la notte della Taranta, quando a fine agosto accorrono in decine di migliaia a Melpignano per ballare e ballare fino a uscir di senno con la «pizzica pizzica».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma verrebbero ancora, se il Salento fosse definitivamente stravolto da una edilizia aggressiva che ha già deturpato parte delle sue coste come a Porto Cesareo, San Cataldo o Ugento? Se le distese di ulivi che costituiscono la sua essenza fossero sistematicamente rase al suolo? Se questo panorama che trae la sua bellezza non dalla vertigine delle vette dolomitiche ma dalla dolcezza delle distese appena ondulate venisse trafitto da centinaia e centinaia di pale eoliche? </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">«Lecce, città dell`arte, / se ne infischia / di chi arriva e di chi parte», dice un vecchio ritornello usato dagli antifascisti il giorno in cui Achille Starace, il braccio destro di Mussolini che era nato a Sannicola, tornò in pompa magna della terra natia. E per certi versi la città è rimasta così come la vide Cavallari. Una città «aristocratica, spagnolesca, narcisista». In qualche modo «tagliata fuori dalla Puglia dinamica». Dove, nonostante l’orrore di certi quartieri residenziali e la bruttura della ragnatela di cavi neri che dovrebbe servire la metropolitana di superficie incompiuta da un mucchio di anni, è ancora emozionante camminare tra pietre e chiese di rara eleganza.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Il problema di chi arriverà ancora e di chi se ne andrà, però, esiste. E dipende dal rischio di un`accentuazione del degrado paesaggistico. Cinquantuno anni dopo, il reportage a puntate lungo le coste scritto da Pier Paolo Pasolini per la rivista «Successo» e riproposto nella versione integrale con il titolo «La lunga strada di sabbia» da Contrasto, va riletto: «In quello slanciato ammasso di case bianche, inanellato da lungomari e da moli, la gente vive una vita autonoma, quasi ricca, si direbbe, quasi non ci fosse soluzione di continuità con qualche periodo della storia antica, che io non so, né faccio in tempo a capire: il demone del viaggio mi sospinge giù, verso la punta estrema. Ci si arriva lentamente, mentre intorno la regione si trasforma, si muove in piccole ondulazioni, si ricopre d`ulivi. Santa Maria di Leuca si stende lungo il mare con una fila di villini liberty, lussuosi, rosei e bianchi, incrostati d’ornamenti, circondati da giardinetti&#8230;» </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Fece una gran fatica, PPP, «nel sole feroce» ad arrivare fino alla punta estrema del tacco d’Italia, fino a questo splendido promontorio dove, come ha scritto Giuseppe Salvaggiulo nel libro collettivo «La colata» scritto con Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve e Ferruccio Sansa, «sei ancora sulla terra, ma ti senti già in mare».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">E forse proprio per questo tanti viaggiatori ci vengono ancora: perché non è alla portata di tutti, appena fuori da uno svincolo autostradale come tanti vacanzifici traboccanti di discoteche, bazar e McDonald. Perché arrivarci costa fatica. E questa fatica appare loro in qualche modo obbligata per assaporare il gran premio finale: la vista su un mare di una bellezza che ti mozza il fiato. Diceva il poeta e saggista Franco Antonicelli, in occasione di un lontano viaggio con Italo Calvino: «Anche Reggio Calabria è alla fine della penisola, ma subito dopo c’è l’isola e subito dopo l’Africa; non c’è tempo di perdersi. Ma a Leuca sì&#8230;» Di là del promontorio c’è il mare. Solo il mare.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">«Uffa!», sbottano gli «sviluppisti». E dicono che no, anche il luogo più lontano d’Italia, quello che partecipò al processo unitario solo con Liborio Romano, di cui parla Nico Perrone, deve essere collegato al resto del mondo con una superstrada. Un’arteria che dovrebbe partire da Maglie e scendere giù per 40 chilometri, con le sue 4 corsie per 22 metri complessivi e un viadotto di 500 metri su 26 piloni di cemento fino a una mastodontica rotonda del diametro di 450 metri, lunga un chilometro e mezzo, che intrappola un’area estesa quanto 23 campi di calcio.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Una mostruosità, dicono gli ambientalisti. Che stanno dando battaglia a colpi di ricorsi un po’ a tutto. Alla superstrada voluta da Raffaele Fitto, il giovane ministro amatissimo da Berlu-sconi e figlio di quella Maglie che in passato aveva dato all`Italia uomini della statura di Aldo Moro. A ulteriori cementificazioni di coste già abbruttite da lottizzazioni selvagge. Al progetto spropositato di quadruplicare il santuario di Santa Maria de Finibus Terrae svettante su Santa Maria di Leuca e farne un edificio (citiamo ancora «La colata») di «ventiduemila metri cubi eretti su una superficie grande la metà di un campo di calcio per ospitare otto celebrazioni giornaliere, presbiterio con annesso palco per quaranta sacerdoti concelebranti, penitenzieria con almeno dieci postazioni confessionali, aule per catechesi e attività connesse»..</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Battaglie difficili. Segnate a volte da sconfitte sconcertanti. Come quella della sentenza sulla Collina delle ninfe che ribaltava il verdetto del Tar che aveva accolto in pieno la tesi dell’avvocato Valeria Pellegrino spiegando che l’impianto eolico andava bloccato perché quei miti e quelle leggende millenarie avevano determinato «un legame tra le popolazioni che ruotano attorno all`area de qua che va ben oltre la percezione visiva e dunque fisica dei luoghi». O come un altro verdetto del Consiglio di Stato che, anche qui ribaltando il precedente giudizio del Tar che dava ragione all’avvocato di Italia Nostra Donato Saracino, ha accolto le tesi della società tedesca Schuco International. La quale aveva comprato terreni a Scorrano per metterci un mare di pannelli fotovoltaici per un totale di una quindicina di megawatt. Un impianto enorme. Frazionato in quattro pezzi diversi, con una furbizia «all’italiana», per stare al di sotto di certi limiti ed evitare la grana della Via, la valutazione dell’impatto ambientale.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Vi chiederete: come mai anche i tedeschi vengono a investire nel Salento? Perché nel nostro Paese del Sole, dove fino al 2006 si produceva con i pannelli 70 volte meno che nella «grigia» Germania, è stata fatta una scoperta: il «solare» può essere una manna. I dati dicono che nel 2009 l`elettricità da fonti rinnovabili è aumentata del 13%. Ma se l`eolico ha avuto una crescita del 35%, il fotovoltaico ha registrato in dodici mesi un boom: + 418%. Tredici volte di più.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Sia chiaro: come per le pale eoliche, anche per il fotovoltaico vale lo stesso discorso. C’è modo e modo, c’è luogo e luogo. Gli incentivi, qui, sono faraonici. Come in nessun Paese al mondo. In base alle regole introdotte nel 2007, per esempio, si prendono i soldi per l`elettricità prodotta anche per impianti microscopici. E tutto si scarica sulle tariffe: più energia rinnovabile viene prodotta, più le bollette sono care. La progressione è geometrica. Nel 2008 gli incentivi fotovoltaici hanno pesato sugli utenti per 11O milioni di euro? L’anno seguente sono triplicati: 344. Ovvero un sesto di quanto abbiamo speso per incentivare le fonti rinnovabili: oltre 2 miliardi di euro. Conto salito nel 2010 a 3 miliardi. «Quasi il 10% &#8211; ha detto il presidente dell`Auto- rità per l`Energia Alessandro Ortis -, dell`intero costo del sistema elettrico» nazionale perché «l’incentivo medio risulta pari a circa il doppio del valore dell`energia prodotta. Così paghiamo l`energia incentivata 3 volte quella convenzionale». E questo in un Paese dove già prima delI`esplosíone di questo business le bollette erano le più care d`Europa.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma è niente, rispetto alle previsioni dell`authoríty. La quale ipotizza, nel caso di raggiungimento degli obiettivi assegnati per il 2020 da Bruxelles ai vari Stati europei, una spesa aggiuntiva astronomica a carico di chi paga la bolletta: cinque miliardi l’anno per il 2015, sette per il 2020. Dei quali metà per i soli pannelli fotovoltaici. E questo, dice l’Autorità per l’energia, anche nel caso in cui gli incentivi vengano ridotti via via al 50%.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Il guaio supplementare è che in un territorio urbanizzato come quello italiano, i pannelli finiscono per rubare terreni all’agricoltura. Alla faccia dei dubbi che già negli anni Novanta aveva manifestato Carlo Rubbia secondo il quale «per soddisfare la metà del nostro futuro fabbisogno elettrico con l`energia solare servirebbero circa 22.000 chilometri quadrati di pannelli, un’area grande più o meno quanto tutta la Sardegna».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma sapete com`è fatta l`Italia: o tutto o niente. Così, dal totale disinteresse per le fonti rinnovabili, si è passati a un eccesso di incentivi. Mettetevi nei panni di un agricoltore: perché dovrebbe arare, seminare e trebbiare quando è molto meno faticoso e più redditizio riempire un campo di pannelli? E rieccoci in Puglia e nel Salento. Dove a chi installa meno d’un megawatt è sufficiente presentare, come abbiamo visto, una semplice Dia. Se la regione con più impianti fotovoltaici è la Lombardia (13.617), seguita da Emilia Romagna, Veneto e Piemonte, la Puglia è quella che produce di più: 295 megawatt, dei quali 239 prodotti da 497 impianti collocati su terreni agricoli, per una superficie di 358 ettari. Viene dalla Puglia il 20% circa di tutta l’energia solare italiana, pari a 1.509 megawatt: potenza che richiede oltre 2.250 ettari di pannelli. Il Salento contribuisce alla produzione pugliese col 30%: vale a dire 87,6 megawatt, dei quali ben 76,6 su 115 ettari «rubati» all’agricoltura. Ma sono dati ufficiali che per Marcello Seclì sono già sfigurati dai nuovi impianti: «Il boom è nella seconda metà del 2009. In provincia di Lecce, secondo noi, sono già stati impegnati 2000 ettari, per la maggior parte non ancora collegati».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">E potete scommettere che la corsa non cesserà molto presto. I nuovi incentivi stabiliti dal ministero per lo Sviluppo economico da mesi occupato ad interim da Berlusconi, variano da un minimo di 28 a un massimo di 44 centesimi di euro al chilovattora. Da quattro a sei volte più del prezzo medio (7 centesimi) dell’energia elettrica prodotta con sistemi tradizionali. Avanti così, perché un contadino dovrebbe piegare la schiena sulla terra? </span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Checco Zalone: tutto &#232; partito con la man&#236;a della sinistra snob per la pizzica</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2009 13:42:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[varie ed eventuali]]></category>
		<category><![CDATA[Checco Zalone]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[folk]]></category>
		<category><![CDATA[Puglia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Dalla D&#8217;Addario a Cassano. La (mia) Puglia al centro del mondo di Pierluigi Battista dal Corriere della Sera del 27 dicembre 2009 La Puglia va di moda. L&#8217;anno che si chiude, il 2009, l&#8217;ha consacrata. E&#8217; diventata meta di un turismo sofisticato che apprezza l&#8217;atmosfera neo-bucolica delle sue masserie. Parla attraverso le gesta e i gesti di Cassano e l&#8217;infinita... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/12/27/checco-zalone-tutto-partito-con-la-mana-della-sinistra-snob-per-la-pizzica/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">Dalla D&#8217;Addario a Cassano. La (mia) Puglia al centro del mondo</span></strong></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <em>Pierluigi Battista</em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">dal Corriere della Sera del 27 dicembre 2009</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/12/7243.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1551" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/12/7243-300x225.jpg" alt="7243" width="300" height="225" /></a>La Puglia va di moda. L&#8217;anno che si chiude, il 2009, l&#8217;ha consacrata. E&#8217; diventata meta di un turismo sofisticato che apprezza l&#8217;atmosfera neo-bucolica delle sue masserie. Parla attraverso le gesta e i gesti di Cassano e l&#8217;infinita polemica sulla sua (non) convocazione in Nazionale. Si impone nella cronaca istituzional-gossipara con le imprese di Patrizia D&#8217;Addario a Palazzo Grazioli, in quella giudiziaria con le inchieste sul malaffare sanitario, in quella politica come laboratorio delle future alleanze grazie allo scontro tra Emiliano e Vendola. E poi fa il boom sul piano del gusto collettivo, dello spettacolo e dell&#8217;antropologia comica attraverso l&#8217;esplosione di Luca Medici, in arte Checco Zalone: da «che cozzalone»,<span id="more-276"></span> versione pugliese del tamarro, che spopola con i suoi speciali in tv e trionfa al botteghino con il suo «Cado dalle nubi».</span></p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">A lei, signor Checco Zalone, il compito di spiegarci come mai la Puglia è diventata quest&#8217;anno così mitopoietica.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Dicono che uso troppo il turpiloquio, ma &#8220;mitopoietica&#8221; è una parolaccia che non ho mai detto, giuro.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">Non è una parolaccia. Vuol dire che la Puglia all&#8217;improvviso è diventato un mito. Fa tendenza. Crea atmosfera. Piace. Come piace lei con le sue parodie e i suoi film in puro stile pugliese.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma io questa mitopoietica la vedevo già con il mio cabaret. A Venezia trovi in prima fila il pugliese. A Milano senti più barese che a Bari. I pugliesi sono dappertutto, pure a Cuneo. Non ho mai sentito un senso di inferiorità. La Puglia ha dato più emigranti di tutti. Non c&#8217;è posto in Italia dove non senti il nostro accento. Certo, solo ora posso fare un film con cui celebrare Polignano, la terra che ha dato i natali a un gigante come Domenico Modugno. Peccato che per colpa dei pugliesi non ho potuto inginocchiarmi davanti alla sua statua in &#8220;Cado dalle nubi&#8221;.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">E perché?</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma perché si sono messi a litigare il Comune e la famiglia. La famiglia voleva che la statua guardasse il mare. Il Comune non voleva che, guardando il mare, la statua desse le spalle al paese. Tira e molla, tira e molla, questa statua l&#8217;hanno inaugurata due mesi dopo la fine della lavorazione del film. E me la sono presa&#8230;.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">No. Non se la doveva prendere. La Puglia sta sempre sulle prime pagine dei giornali.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Sì, per quattro ragioni almeno.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">La prima.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">La prima è questa mania della sinistra snob per la taranta, anzi per la pizzica. Fa tanto folk, fa tanto popolare. Ma è una mistificazione. A loro piace la musica che fa &#8220;popolare&#8221;, ma non sopportano la massa, che non è il popolo come piace a loro: che non danza la taranta, ma va a Capitolo, vicino Monopoli, nel divertimentificio dove un uomo tanto colto e raffinato come Nichi Vendola non metterebbe mai piede. E poi tutti &#8216;sti fricchettoni sono un po&#8217; maleducati. Durante una sagra, quella della lumaca, stavamo provando sul palco e questi ballavano con la loro taranta che fa tanto folk di sinistra. Per questo mi sono incaz.., vabbé mi sono arrabbiato e ho cominciato una pizzica con &#8220;Viva Berlusconi&#8221;.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">E nacque la &#8220;Taranta del centrodestra&#8221;. La Gelmini si è arrabbiata?</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">«No, ma quale arrabbiata. Anzi, una sera Ignazio Baldelli, un giovane berlusconiano amico di Francesco Boccia (quello che è stato fregato alle primarie del centrosinistra da Vendola), mi ha detto che dalle sue parti politiche si sono divertiti.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">La seconda ragione.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">L&#8217;aspetto mignottistico.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">La prego, Zalone.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">D&#8217;accordo, le donne che fanno quel mestiere e sono diventate famose. Ma le pugliesi dovrebbero essere famose perché sono le migliori. Niente eguaglia la bellezza della salentina, lo dico io che sono straniero di Bari. Ma nel Salento sono le più bone, indiscutibilmente e statisticamente. Mi dispiace il contesto in cui la cosa è avvenuta, tutta quella storia di registrazioni e di lettoni di Putin, ma era doveroso che la Puglia diventasse famosa per una sua femmina. La Puglia dovrebbe andarne fiera, come per la sua arte culinaria.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">Le donne, non le femmine, non credo gradiscano.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">E perché non dovrebbero? No, anzi lo capisco. Capisco anche che Daria Bignardi, che ha avuto la gentilezza di ospitarmi nella sua trasmissione, si sia sentita a disagio per questa mia visione delle cose. Ma io sono un uomo, e un animale, sincero.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">La terza.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Cassano. Lui è il barese per eccellenza, figlio di Bari e del suo modo di essere. Arrogante, arrogantissimo, arroganza allo stato puro. Schietto e ruspante, barese perfetto. Passionale che piange durante le interviste. Più che meridionale, barese. Il barese crede di essere più furbo e più intelligente di tutti. Con quella faccia, di dove poteva essere uno come Cassano?</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">La quarta.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Io.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">Modesto.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Pugliese. Arrogante. Figlio del mangiare più buono che c&#8217;è al mondo: le orecchiette, il pesce cucinato in modo inimitabile, riso patate e cozze, burratina, panzerotti, stracciatella, focaccia. Dove si mangia meglio, me lo dica lei col suo mitopoietico? E il paesaggio? Lei sa che tra baresi e leccesi non corre buon sangue, ma mi deve indicare una città più bella di Lecce. Quando vado in Grecia mi dico sempre: Gallipoli è meglio.</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">E che è, uno spot della regione.</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma no, è che spesso nei romanzi e nei film si vedono dei lati della Puglia che ci sono, ma non sono tutta la Puglia. Film bellissimi, come quelli di Rubini. O romanzi che mi sono piaciuti, come &#8220;Il passato è una terra straniera&#8221; di Gianrico Carofiglio. Bello, non dico di no, ma a un certo punto, per far vedere a che punto la Puglia sia inquinata dalla criminalità, presenta una bisca clandestina in una nave attraccata in un porto. Ma chi l&#8217;ha vista mai, una cosa del genere. Qui c&#8217;è la rapina, lo scippo, il teppismo di strada nelle zone malfamate, ma non la grande criminalità organizzata. Questa è zona di ceto medio ricco, vestono tutti con la griffe. C&#8217;è più griffe a Bari che a Milano.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">Ma da Milano vengono per le vostre masserie, la vostra natura, il vostro paesaggio.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Pensano di trovare la vita bucolica. E poi costa meno una masseria qui che settanta metri quadri a Milano Lambrate. Bello eh, ma noioso. Forse quando avrò sessant&#8217;anni ci andrò anche io nelle masserie. Adesso preferisco le discoteche di Capitolo schifate dagli amanti della taranta.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">Resta il fatto che sinora siete stati in secondo piano rispetto, che so, a Napoli o alla Sicilia. </span><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">Perché?</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">E che ne so.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">Dica quello che sa.</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Parlo solo delle cose che so. Nell&#8217;ambito della musica, per esempio, forse la colpa è della nostra lingua dura, poco musicale, un po&#8217; sguaiata, non morbida e calorosa come quella napoletana. Anche se un Al Bano se lo scordano. E pure nella comicità. Che vi credevate, che il pugliese erano i vezzeggiativi di Lino Banfi?</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">Le piace il trionfo del 2009 pugliese?</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Certo. Mi dispiace solo che per i noti e deprecabili fatti ultimamente il simbolo del trullo è stato messo in secondo piano dal Duomo di Milano. Personalmente sono felice del mio successo. Anche se mia madre ha pubblicamente chiesto &#8220;l&#8217;indennità di figlio famoso&#8221; e un mio fratello esige che gli trovi un lavoro. Meglio la pizzica, quasi quasi.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">per ascoltare la pizzica di centrodestra cliccare <a href="http://www.vincenzosantoro.it/dblog/articolo.asp?ID=370">qui</a></span></p>
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