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	<title>Vincenzo Santoro &#187; Gian Antonio Stella</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>Gli ulivi sterminati, la ferita del Salento</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 16:06:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[emergenza ambiente Salento]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Antonio Stella]]></category>
		<category><![CDATA[Salento]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Per far posto a una centrale fotovoltaica hanno commesso un delitto di Gian Antonio Stella dal Corriere della Sera del 2 novembre 2011 «Un bel paesaggio una volta distrutto non torna più e se durante la guerra c&#8217; erano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati allo sterminio dei campi», scrisse Andrea Zanzotto, scomparso una ventina di giorni fa. Pensava... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2011/11/03/gli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;"><em>Per far posto a una centrale fotovoltaica hanno commesso un delitto</em></span></p>
<p>di <span style="color: #ff0000;"><strong>Gian Antonio Stella</strong></span></p>
<p>dal <strong>Corriere della Sera</strong> del 2 novembre 2011</p>
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2015/07/ulivi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1931" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2015/07/ulivi-300x225.jpg" alt="ulivi" width="300" height="225" /></a>«Un bel paesaggio una volta distrutto non torna più e se durante la guerra c&#8217; erano i campi di sterminio, adesso siamo arrivati allo sterminio dei campi», scrisse <strong>Andrea Zanzotto</strong>, scomparso una ventina di giorni fa. Pensava alla sua campagna veneta, ma non solo. Ed è il dolore del grande poeta trevigiano che ti viene in mente guardando l&#8217; angosciante servizio che una giornalista di Telerama, un&#8217;emittente pugliese, ha dedicato allo stupro del paesaggio nel Comune di <strong>Carpignano Salentino</strong>, poco a nord di Maglie, nel Salento. Dove le ruspe hanno estirpato centinaia di bellissimi ulivi per fare posto a una centrale fotovoltaica. L&#8217; abbiamo scritto e riscritto:<span id="more-1930"></span> nessuno, a meno che non accetti la rischiosa scommessa nucleare, può essere ostile alle energie alternative e in particolare a quella solare. Ma c&#8217; è modo e modo, luogo e luogo. Un conto è sdraiare i pannelli in una valletta di un&#8217; area non particolarmente di pregio e da risanare comunque perché c&#8217; erano i ruderi di una dozzina di capannoni d&#8217; amianto, come è stato fatto in Val Sabbia col consenso di tutti i cittadini, di destra e sinistra, un altro è strappare quelle piante nobilissime che la stessa Minerva avrebbe donato agli uomini e che fanno parte della nostra storia dalla Bibbia all&#8217; orto di Getsemani fino alle poesie meravigliose di Garcia Lorca: «Il campo di ulivi / s&#8217; apre e si chiude / come un ventaglio&#8230;». C&#8217; è una legge in vigore, laggiù nel Salento. La numero 14 del 2007. Il primo articolo dice che «la Regione Puglia tutela e valorizza gli alberi di ulivo monumentali, anche isolati, in virtù della loro funzione produttiva, di difesa ecologica e idrogeologica nonché quali elementi peculiari e caratterizzanti della storia, della cultura e del paesaggio regionale». Né potrebbe essere diversamente: l&#8217; ulivo è nello stesso stemma della regione. È l&#8217; anima della regione. Eppure, denuncia Telerama, il progetto di quell&#8217; impianto «Saittole» da un megawatt della Solar Energy, è stato regolarmente presentato al Comune di Carpignano e da questi approvato nonostante l&#8217; area fosse agricola e fertile. Di più, l&#8217; autorizzazione finale è stata data dallo stesso assessore regionale all&#8217; agricoltura Dario Stefano che oggi dice: «Verificherò». Certo è, accusano il Coordinamento Civico apartitico per la Tutela del Territorio e il Forum Ambiente e Salute del Grande Salento, che quegli alberi che crescevano solenni su quattro ettari di uliveto secolare, come dimostrano le immagini registrate, «sono stati espiantati e ripiantati accatastati gli uni agli altri come pali di una fitta palizzata, lungo il margine del fondo, senza neppure le dovute prescritte cure d&#8217; espianto riportate nella stessa autorizzazione, ad esempio la prescrizione della presenza di una zolla del raggio di almeno un metro». Un delitto. Che fa venire in mente quanto scriveva Indro Montanelli: «Ogni filare di viti o di ulivi è la biografia di un nonno o un bisnonno». Buttare giù quelle piante non è solo una porcheria: è un insulto ai nostri nonni.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/3GsXVDnIiQo" width="420" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="http://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;linkname=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/facebook.png" width="16" height="16" alt="Facebook"/></a><a class="a2a_button_twitter" href="http://www.addtoany.com/add_to/twitter?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;linkname=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" title="Twitter" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/twitter.png" width="16" height="16" alt="Twitter"/></a><a class="a2a_button_google_plus" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_plus?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;linkname=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" title="Google+" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/google_plus.png" width="16" height="16" alt="Google+"/></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="http://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;linkname=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/whatsapp.png" width="16" height="16" alt="WhatsApp"/></a><a class="a2a_button_google_gmail" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_gmail?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;linkname=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" title="Google Gmail" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/gmail.png" width="16" height="16" alt="Google Gmail"/></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share_save#url=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2011%2F11%2F03%2Fgli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2%2F&amp;title=Gli%20ulivi%20sterminati%2C%20la%20ferita%20del%20Salento" id="wpa2a_2">Condividi</a></p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it/2011/11/03/gli-ulivi-sterminati-la-ferita-del-salento-2/">Gli ulivi sterminati, la ferita del Salento</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it">Vincenzo Santoro</a>.</p>
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		<title>Pannelli solari e pale tra gli ulivi. E la storia muore</title>
		<link>https://www.vincenzosantoro.it/2010/08/28/pannelli-solari-e-pale-tra-gli-ulivi-e-la-storia-muore/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 16:24:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[emergenza ambiente Salento]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Antonio Stella]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Rizzo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>A pochi chilometri da dove nacque l`ultimo ministro borbonico, il miraggio (e i quattrini) delle energie alternative distruggono il paesaggio di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella dal Corriere della Sera del 28 agosto 2010 Tira una brutta aria eolica, per le ninfe e i fanciulli che da millenni vivono tra gli ulivi secolari del meraviglioso colle San Giovanni a... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/08/28/pannelli-solari-e-pale-tra-gli-ulivi-e-la-storia-muore/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><em>A pochi chilometri da dove nacque l`ultimo ministro borbonico, il miraggio (e i quattrini) delle energie alternative distruggono il paesaggio</em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <span style="color: #ff0000;"><strong>Sergio Rizzo</strong></span> e <span style="color: #ff0000;"><strong>Gian Antonio Stella </strong></span></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">dal Corriere della Sera del 28 agosto 2010</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/4530530387_16c4d2b2b9_o.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1691" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/4530530387_16c4d2b2b9_o-300x274.jpg" alt="4530530387_16c4d2b2b9_o" width="300" height="274" /></a>Tira una brutta aria eolica, per le ninfe e i fanciulli che da millenni vivono tra gli ulivi secolari del meraviglioso colle San Giovanni a Giuggianello: non hanno i timbri in regola. C&#8217;è chi dirà: ma se ne hanno scritto Nicandro e Ovidio e probabilmente pure Aristotele! Fa niente: non hanno i timbri in regola. </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Lo dice una sentenza del Consiglio di Stato. Secondo il quale un posto può anche essere la culla della memoria magica di un popolo ma se non ha le carte in regola, cioè un timbro della sovrintendenza che dice che effettivamente è la culla della memoria magica di un popolo, non ha diritto a tutele. Testuale: «A prescindere dal fatto che tali miti e leggende non risultano essere stati individuati da un provvedimento legislativo, non si vede come l&#8217;impianto degli aerogeneratori possa interferire su tale patrimonio culturale».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Appunto: «non si vede». Nel senso che i giudici non hanno «visto» l&#8217;area in cui dovrebbero sorgere le immense pale eoliche se non sulla carta<span id="more-224"></span>. Perché certo non avrebbero mai potuto scrivere una cosa simile se fossero saliti su queste colline dolci che hanno incantato nei secoli i viaggiatori. Se avessero visto, scavata nella viva roccia, l&#8217;antica e commovente chiesetta rupestre di San Giovanni. Se si fossero fermati davanti a questi massi enormi dalle forme incredibili che scatenarono le fantasie e la devozione dei nostri avi. Se avessero camminato all&#8217;ombra di questi ulivi grandiosi. Come può un paradiso bucolico come questo non essere devastato da 12 pale eoliche alte 80 metri cioè quanto 12 palazzine di 25 piani? </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Eppure questo, salvo miracoli, è il destino della Collina dei Fanciulli e delle Ninfe a Giuggianello, pochi chilometri a sud della strada che da Maglie porta a Otranto, nel Salento. Non è un punto qualunque sulla carta geografica, questa collina. Come spiega l&#8217;ambientalista Oreste Caroppo in un delizioso saggio, è conosciuto «l&#8217;Acropoli della civiltà messapico-salentina antica».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Qui sono ambientate da migliaia di anni leggende riprese da Nicandro di Colofone: «Si favoleggia dunque che nel paese dei Messapi presso le cosiddette “Rocce Sacre” fossero apparse un giorno delle ninfe che danzavano, e che i figli dei Messapi, abbandonate le loro greggi per andare a guardare, avessero detto che essi sapevano danzare meglio. Queste parole punsero sul vivo le ninfe e si fece una gara per stabilire chi sapesse meglio danzare. I fanciulli, non rendendosi conto di gareggiare con esseri divini, danzarono come se stessero misurandosi con delle coetanee di stirpe mortale; e il loro modo di danzare era quello, rozzo, proprio dei pastori; quello delle ninfe, invece, fu di una bellezza suprema. Esse trionfarono dunque sui fanciulli nella danza e rivolte ad essi dissero: “Giovani dissennati, avete voluto gareggiare con le ninfe e ora che siete stati vinti ne pagherete il fio”. E i fanciulli si trasformarono in alberi, nel luogo stesso in cui stavano, presso il santuario delle ninfe. E ancora oggi, la notte, si sente uscire dai tronchi una voce, come di gente che geme; e il luogo viene chiamato “Delle Ninfe e dei Fanciulli”».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Un mito rilanciato, come dicevamo, da Publio Ovidio Nasone. E trattato anche nel Corpus Aristotelico dove si accenna al salentino Sasso di Eracle: «Presso il Capo Iapigio vi è anche una pietra enorme, che dicono venne da Eracle sollevata e spostata, addirittura con un sol dito». E coltivato dai contadini della zona che raccomandavano ai figlioletti di non andare a giocare alle rocce del «Letto della vecchia», del «Sasso di Eracle» e del «Piede di Ercole», spiega Caroppo, perché potevano «apparire loro le fate» e chissà quale incantesimo erano capaci di fare.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Leggende. Ma nessuno, un tempo, avrebbe osato profanare un sacrario della memoria antica come questo. Così come nessuno avrebbe osato abbattere migliaia di ulivi stuprando quella che da secoli è l`immagine stessa del Salento. Marcello Seclì, presidente della sezione salentina di Italia Nostra, non si dà pace mentre ci trascína tra i viottoli delle campagne tra Parabita e Gallipoli e poi a Scorrano e a sud di Maglie e mostra come intere colline siano state tappezzate da quell’altra forma di violenza alla natura che possono essere le distese sterminate di pannelli fotovoltaici.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Pannelli bruttissimi. Giganteschi. Tirati su senza rispetto per la natura. Per la fatica dei nostri nonni che piantarono gli ulivi sradicati. Per la vocazione turistica dell`area. Fa impressione rileggere oggi quel che mezzo secolo fa scriveva sul «Corriere» Alberto Cavallari parlando del Salento come del «più bel paesaggio d’Italia»: «Sorgono nel leccese i paesi più affascinanti del Sud, come Nardò, o la città morta di Otranto. Restano infatti i borghi civili, asciugati dal mare e dal vento, nitidi come la loro povertà. Le coste, spesso frastagliate nello scoglio, non sono ancora deturpate: sono piene di grotte, leggendarie e favolose, mentre lontano si vedono le “pagliare” dei pastori, e i riverberi, i luccichii dei due mari (come una volta scrisse Piovene) “sembrano quasi incontrarsi a mezz’aria” nel punto in cui l`Italia finisce, o meglio sfinisce, dentro l`atmosfera di un miraggio».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Non aveva dubbi, Cavallari: «Difendere questa provincia e conservarla è così certo l`unico modo di fare della buona economia». Questo doveva fare, il Salento: puntare su «un turismo di classe, come quello che si svolge in Grecia, redditizio e ricco, e certo meglio di un’industrializzazione assurda e asfittica».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">I dati di questi giorni dicono che il turismo è davvero la chiave della ricchezza salentina. L`Apt gongola sventolando un aumento del 5%, che in questi tempi di magra vale doppio. E contribuisce a «collocare il Salento ai vertici della classifica nazionale». Italiani, soprattutto. Ma anche tanti stranieri. In testa tedeschi, francesi e inglesi.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Vengono per vedere la cattedrale di Otranto e inginocchiarsi davanti alle reliquie dei morti nella strage del 1480 ed emozionarsi nel leggere che il corpo senza testa di Antonio Pezzulla detto il Primaldo, il primo degli ottocento martiri di Otranto a venire decapitato per ordine del Gran Visir Achmet «lo Sdentato», «si alzò e restò in piedi fino al termine della strage e non ci fu forza che valesse ad atterrarlo». E poi vengono per le orecchiette e i turcinieddhri e le `ncarteddhrate e tutte le altre leccornie della formidabile cucina salentina e il suo olio e il suo vino. E vengono per la notte della Taranta, quando a fine agosto accorrono in decine di migliaia a Melpignano per ballare e ballare fino a uscir di senno con la «pizzica pizzica».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma verrebbero ancora, se il Salento fosse definitivamente stravolto da una edilizia aggressiva che ha già deturpato parte delle sue coste come a Porto Cesareo, San Cataldo o Ugento? Se le distese di ulivi che costituiscono la sua essenza fossero sistematicamente rase al suolo? Se questo panorama che trae la sua bellezza non dalla vertigine delle vette dolomitiche ma dalla dolcezza delle distese appena ondulate venisse trafitto da centinaia e centinaia di pale eoliche? </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">«Lecce, città dell`arte, / se ne infischia / di chi arriva e di chi parte», dice un vecchio ritornello usato dagli antifascisti il giorno in cui Achille Starace, il braccio destro di Mussolini che era nato a Sannicola, tornò in pompa magna della terra natia. E per certi versi la città è rimasta così come la vide Cavallari. Una città «aristocratica, spagnolesca, narcisista». In qualche modo «tagliata fuori dalla Puglia dinamica». Dove, nonostante l’orrore di certi quartieri residenziali e la bruttura della ragnatela di cavi neri che dovrebbe servire la metropolitana di superficie incompiuta da un mucchio di anni, è ancora emozionante camminare tra pietre e chiese di rara eleganza.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Il problema di chi arriverà ancora e di chi se ne andrà, però, esiste. E dipende dal rischio di un`accentuazione del degrado paesaggistico. Cinquantuno anni dopo, il reportage a puntate lungo le coste scritto da Pier Paolo Pasolini per la rivista «Successo» e riproposto nella versione integrale con il titolo «La lunga strada di sabbia» da Contrasto, va riletto: «In quello slanciato ammasso di case bianche, inanellato da lungomari e da moli, la gente vive una vita autonoma, quasi ricca, si direbbe, quasi non ci fosse soluzione di continuità con qualche periodo della storia antica, che io non so, né faccio in tempo a capire: il demone del viaggio mi sospinge giù, verso la punta estrema. Ci si arriva lentamente, mentre intorno la regione si trasforma, si muove in piccole ondulazioni, si ricopre d`ulivi. Santa Maria di Leuca si stende lungo il mare con una fila di villini liberty, lussuosi, rosei e bianchi, incrostati d’ornamenti, circondati da giardinetti&#8230;» </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Fece una gran fatica, PPP, «nel sole feroce» ad arrivare fino alla punta estrema del tacco d’Italia, fino a questo splendido promontorio dove, come ha scritto Giuseppe Salvaggiulo nel libro collettivo «La colata» scritto con Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve e Ferruccio Sansa, «sei ancora sulla terra, ma ti senti già in mare».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">E forse proprio per questo tanti viaggiatori ci vengono ancora: perché non è alla portata di tutti, appena fuori da uno svincolo autostradale come tanti vacanzifici traboccanti di discoteche, bazar e McDonald. Perché arrivarci costa fatica. E questa fatica appare loro in qualche modo obbligata per assaporare il gran premio finale: la vista su un mare di una bellezza che ti mozza il fiato. Diceva il poeta e saggista Franco Antonicelli, in occasione di un lontano viaggio con Italo Calvino: «Anche Reggio Calabria è alla fine della penisola, ma subito dopo c’è l’isola e subito dopo l’Africa; non c’è tempo di perdersi. Ma a Leuca sì&#8230;» Di là del promontorio c’è il mare. Solo il mare.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">«Uffa!», sbottano gli «sviluppisti». E dicono che no, anche il luogo più lontano d’Italia, quello che partecipò al processo unitario solo con Liborio Romano, di cui parla Nico Perrone, deve essere collegato al resto del mondo con una superstrada. Un’arteria che dovrebbe partire da Maglie e scendere giù per 40 chilometri, con le sue 4 corsie per 22 metri complessivi e un viadotto di 500 metri su 26 piloni di cemento fino a una mastodontica rotonda del diametro di 450 metri, lunga un chilometro e mezzo, che intrappola un’area estesa quanto 23 campi di calcio.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Una mostruosità, dicono gli ambientalisti. Che stanno dando battaglia a colpi di ricorsi un po’ a tutto. Alla superstrada voluta da Raffaele Fitto, il giovane ministro amatissimo da Berlu-sconi e figlio di quella Maglie che in passato aveva dato all`Italia uomini della statura di Aldo Moro. A ulteriori cementificazioni di coste già abbruttite da lottizzazioni selvagge. Al progetto spropositato di quadruplicare il santuario di Santa Maria de Finibus Terrae svettante su Santa Maria di Leuca e farne un edificio (citiamo ancora «La colata») di «ventiduemila metri cubi eretti su una superficie grande la metà di un campo di calcio per ospitare otto celebrazioni giornaliere, presbiterio con annesso palco per quaranta sacerdoti concelebranti, penitenzieria con almeno dieci postazioni confessionali, aule per catechesi e attività connesse»..</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Battaglie difficili. Segnate a volte da sconfitte sconcertanti. Come quella della sentenza sulla Collina delle ninfe che ribaltava il verdetto del Tar che aveva accolto in pieno la tesi dell’avvocato Valeria Pellegrino spiegando che l’impianto eolico andava bloccato perché quei miti e quelle leggende millenarie avevano determinato «un legame tra le popolazioni che ruotano attorno all`area de qua che va ben oltre la percezione visiva e dunque fisica dei luoghi». O come un altro verdetto del Consiglio di Stato che, anche qui ribaltando il precedente giudizio del Tar che dava ragione all’avvocato di Italia Nostra Donato Saracino, ha accolto le tesi della società tedesca Schuco International. La quale aveva comprato terreni a Scorrano per metterci un mare di pannelli fotovoltaici per un totale di una quindicina di megawatt. Un impianto enorme. Frazionato in quattro pezzi diversi, con una furbizia «all’italiana», per stare al di sotto di certi limiti ed evitare la grana della Via, la valutazione dell’impatto ambientale.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Vi chiederete: come mai anche i tedeschi vengono a investire nel Salento? Perché nel nostro Paese del Sole, dove fino al 2006 si produceva con i pannelli 70 volte meno che nella «grigia» Germania, è stata fatta una scoperta: il «solare» può essere una manna. I dati dicono che nel 2009 l`elettricità da fonti rinnovabili è aumentata del 13%. Ma se l`eolico ha avuto una crescita del 35%, il fotovoltaico ha registrato in dodici mesi un boom: + 418%. Tredici volte di più.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Sia chiaro: come per le pale eoliche, anche per il fotovoltaico vale lo stesso discorso. C’è modo e modo, c’è luogo e luogo. Gli incentivi, qui, sono faraonici. Come in nessun Paese al mondo. In base alle regole introdotte nel 2007, per esempio, si prendono i soldi per l`elettricità prodotta anche per impianti microscopici. E tutto si scarica sulle tariffe: più energia rinnovabile viene prodotta, più le bollette sono care. La progressione è geometrica. Nel 2008 gli incentivi fotovoltaici hanno pesato sugli utenti per 11O milioni di euro? L’anno seguente sono triplicati: 344. Ovvero un sesto di quanto abbiamo speso per incentivare le fonti rinnovabili: oltre 2 miliardi di euro. Conto salito nel 2010 a 3 miliardi. «Quasi il 10% &#8211; ha detto il presidente dell`Auto- rità per l`Energia Alessandro Ortis -, dell`intero costo del sistema elettrico» nazionale perché «l’incentivo medio risulta pari a circa il doppio del valore dell`energia prodotta. Così paghiamo l`energia incentivata 3 volte quella convenzionale». E questo in un Paese dove già prima delI`esplosíone di questo business le bollette erano le più care d`Europa.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma è niente, rispetto alle previsioni dell`authoríty. La quale ipotizza, nel caso di raggiungimento degli obiettivi assegnati per il 2020 da Bruxelles ai vari Stati europei, una spesa aggiuntiva astronomica a carico di chi paga la bolletta: cinque miliardi l’anno per il 2015, sette per il 2020. Dei quali metà per i soli pannelli fotovoltaici. E questo, dice l’Autorità per l’energia, anche nel caso in cui gli incentivi vengano ridotti via via al 50%.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Il guaio supplementare è che in un territorio urbanizzato come quello italiano, i pannelli finiscono per rubare terreni all’agricoltura. Alla faccia dei dubbi che già negli anni Novanta aveva manifestato Carlo Rubbia secondo il quale «per soddisfare la metà del nostro futuro fabbisogno elettrico con l`energia solare servirebbero circa 22.000 chilometri quadrati di pannelli, un’area grande più o meno quanto tutta la Sardegna».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma sapete com`è fatta l`Italia: o tutto o niente. Così, dal totale disinteresse per le fonti rinnovabili, si è passati a un eccesso di incentivi. Mettetevi nei panni di un agricoltore: perché dovrebbe arare, seminare e trebbiare quando è molto meno faticoso e più redditizio riempire un campo di pannelli? E rieccoci in Puglia e nel Salento. Dove a chi installa meno d’un megawatt è sufficiente presentare, come abbiamo visto, una semplice Dia. Se la regione con più impianti fotovoltaici è la Lombardia (13.617), seguita da Emilia Romagna, Veneto e Piemonte, la Puglia è quella che produce di più: 295 megawatt, dei quali 239 prodotti da 497 impianti collocati su terreni agricoli, per una superficie di 358 ettari. Viene dalla Puglia il 20% circa di tutta l’energia solare italiana, pari a 1.509 megawatt: potenza che richiede oltre 2.250 ettari di pannelli. Il Salento contribuisce alla produzione pugliese col 30%: vale a dire 87,6 megawatt, dei quali ben 76,6 su 115 ettari «rubati» all’agricoltura. Ma sono dati ufficiali che per Marcello Seclì sono già sfigurati dai nuovi impianti: «Il boom è nella seconda metà del 2009. In provincia di Lecce, secondo noi, sono già stati impegnati 2000 ettari, per la maggior parte non ancora collegati».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">E potete scommettere che la corsa non cesserà molto presto. I nuovi incentivi stabiliti dal ministero per lo Sviluppo economico da mesi occupato ad interim da Berlusconi, variano da un minimo di 28 a un massimo di 44 centesimi di euro al chilovattora. Da quattro a sei volte più del prezzo medio (7 centesimi) dell’energia elettrica prodotta con sistemi tradizionali. Avanti così, perché un contadino dovrebbe piegare la schiena sulla terra? </span></p>
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