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	<title>Vincenzo Santoro &#187; Left</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>A Uccio Aloisi</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 16:55:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Salento e le sue musiche]]></category>
		<category><![CDATA[Don Pasta]]></category>
		<category><![CDATA[Left]]></category>
		<category><![CDATA[Roba de Smuju]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Don Pasta da Left del 28 ottobre 2010La gente nun canta cchiui. S&#8217;à persu lu bellu te la vita. Troncata, di netto. Un addio. Ci sono uomini inquieti che passano e trasformano. Antitesi di Attila fanno crescer fiori nel deserto. I fiori della tradizione non arrivano per caso, anche se la leggerezza di chi li posa lascerebbe intendere il... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/10/29/a-uccio-aloisi/">Read more &#187;</a></p>
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<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <a href="http://www.donpasta.com">Don Pasta</a></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">da <strong>Left</strong> del 28 ottobre 2010<a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/10/url.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1724" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/10/url-300x200.jpg" alt="url" width="300" height="200" /></a></span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><em>La gente nun canta cchiui. S&#8217;à persu lu bellu te la vita</em>. Troncata, di netto. Un addio. Ci sono uomini inquieti che passano e trasformano. Antitesi di Attila fanno crescer fiori nel deserto. I fiori della tradizione non arrivano per caso, anche se la leggerezza di chi li posa lascerebbe intendere il contrario. Bisogna essere senza remore per seminare. <em>Perché la canzone fatta bene è bella ed è indimenticabile. Altrimenti non vale un cazzo, in sostanza, non ha mordente</em>. Entrare nella terra di vanga, di parola, lasciar la traccia. Ferire la terra. E&#8217; morto <strong>Uccio Aloisi</strong>. Se c&#8217;è qualcuno che ha saputo raccontare una storia in Salento fuori dal tempo, nel tempo, è lui. Umorale, scorbutico, senza rispetto. <em>Ne ho inventate tante&#8230; Ma poi &#8216;sti giovani di oggi non capiscono un&#8217;ostia</em>. Lui costruisce le comunità. Le ha costruite. Per secoli, per millenni, c&#8217;è sempre stata nel suo viso antico, in ogni ruga, una semina, una canzone. Non esiste un pensiero contadino senza <strong>Uccio Aloisi</strong>. Perchè senza un cantastorie non esiste comunità, come Re Lear senza The Fool. Contenitori di verità, buffoni e cantastorie, avevano il diritto dell&#8217;offesa perchè interpretavano la verità, nella parola, irriverente, pulita. <em>Quisti quai ca cantane moi su tutti morti</em>. </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Uomo senza paura, <span style="color: #ff0000;"><strong>Mick Jagger del Salento</strong></span>, <span id="more-210"></span>conosceva la regola della musica. Far star bene la gente. Passò dalla putea al palco senza mai capire veramente il concetto di concerto. Avrebbe cantato sino a morire di stanchezza, così aveva sempre fatto, in missione per conto del popolo. Fu amante di stornelli, uomo dalla bella voce. <em>E mò, inizi una tarantella e dududum dududum e la gente se rumpe li cujuni&#8230;</em>. In lotta contro una modernità così intenta a cancellare la cultura contadina. Troppo complessa, nervosa, irriverente. Troppo romantica, scorbutica, pagana. <em>E poi io tengo anche un limite di pazienza, quando la perdo la perdo, per sempre, mando affanculo anche il Padreterno</em>. Paladino del </span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">pensiero popolare in una modernità assogettata sino in fondo al re, al </span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">nobile. La modernità non tollera paganesimi. La modernità è teocratica. Impone. Ma un cantastorie è un rivoltoso che ha per armi passato e futuro. Per salvare una tradizione ci vuole un passaggio di consegne e staffettisti coraggiosi, come in guerra. Che decidono, che vedono il pericolo, che si nascondono ed escono fuori al momento opportuno. E cantano spudorate storie di amore. <em>La donna in pantaloni, a me non piace, con la sottana poi è un&#8217;indecenza; mi piace con lo slippo, o meglio senza&#8230;</em></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Uccio Aloisi</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Iniziarono in tre, vicini di campagna. Probabilmente il canto dello zappare passava di terra in terra e si faveva eco. Gli anni ottanta avevano ucciso il pensiero contadino, il loro canto. Resistevano gli Ucci e pochi altri, tra tavole imbandite e caraffe di negroamaro. Li vidi per la prima volta nel &#8217;92 ad Aradeo. Invitati da quegli uomini di rottura e cultura chiamati <strong>Sud Sound System</strong>. Senza loro ci sarebbe stata la vittoria del nulal contro il mondo di Fantasia. Uccio è stata anomalia nella nuova onda della tradizione salentina, orientata sopratutto sul recupero della pizzica. Lui fu amante di stornelli e del belcanto. <span style="color: #ff0000;"><strong><em>Roba de Smuju</em></strong></span> è la sua pietra miliare. </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">nota: Le citazioni sono tratte da un&#8221;intervista a Uccio Aloisi fatta da Luca Ferrari</span></p>
</div>
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