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	<title>Vincenzo Santoro &#187; Capossela</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>Vinicio Capossela: &#8220;Il mio sogno? Una pizzeria nel Salento&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Dec 2008 08:14:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Salento e le sue musiche]]></category>
		<category><![CDATA[Capossela]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Don Pasta tratto da Repubblica di Bari del 12 dicembre 2008 «Che bello. E’ arrivato l’inverno anche in Salento. Sarebbe meno credibile il mio spettacolo, che è tutto basato sul freddo e sui maglioni pesanti». Inizia così la sua intervista Vinicio Capossela, felice, quasi incredulo, di suonare al Politeama Greco per il Da solo tour (stasera alle 21,30 la... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2008/12/14/vinicio-capossela-il-mio-sogno-una-pizzeria-nel-salento/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; color: #000000;">
<p><span style="font-size: small;">di <a><span style="font-weight: bold;">Don Pasta</span></a><br />
tratto da <span style="font-weight: bold;">Repubblica di Bari</span> del 12 dicembre 2008</span></p>
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2008/12/dasolo2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1418" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2008/12/dasolo2-300x129.jpg" alt="dasolo2" width="300" height="129" /></a>«Che bello. E’ arrivato l’inverno anche in Salento. Sarebbe meno credibile il mio spettacolo, che è tutto basato sul freddo e sui maglioni pesanti». Inizia così la sua intervista <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Vinicio Capossela</span>, felice, quasi incredulo, di suonare al Politeama Greco per il <span style="font-weight: bold;">Da solo tour</span> (stasera alle 21,30 la replica). Da circa un mese è iniziato il tour che lo porterà a suonare in tutti i più importanti teatri d’Italia. «Sembra quasi che Tito Schipa passeggi ancora beato nel foyer», dice. Il cambio di attitudine da <span style="font-weight: bold;">Ovunque proteggi</span> a <span style="font-weight: bold;">Da solo</span> è stato radicale. Che cibo e che vino abbineresti a questi due dischi? <span style="font-size: small;"><span id="more-332"></span></span><span style="font-size: small;">«Ovunque proteggi è un disco indigesto. Perché ci sono dentro zoccoli, corna, campanacci. E’ un disco sulla carne grondante sangue. Fatto in una macelleria. Carne fatta alla maniera pagana. Profanazione della sacralità. E’ un disco sul nostro essere di carne. Arrostita con quello che c’è». «Ma è un disco anche di solo osso da brandire &#8211; spiega Capossela &#8211; Ovviamente, da bere, direi un Nero di Troia. Ci ho anche fatto una canzone su Troia che brucia. &#8220;Da solo&#8221; è invece un disco assolutamente invernale. Inutile dire che non c´è niente di meglio di un brodo ben caldo di questa stagione. E´ un piatto perfetto quando si è stati troppo in giro. Questo è un disco sacrificale. Mi sono esposto al sacrificio e il brodo è l´unica cosa che può metterti a posto. Lo accompagnerei con un Barbaresco, un rosso corposo e caldo».<br />
Però Capossela è della terra del Lambrusco. E´ un vino notoriamente bistrattato, rinomato per essere vino industriale, ma ora iniziano a farsi cose interessanti. E poi pare sia proprio l´ideale per un brodo ben grasso come si usa nella valle del Po.<br />
«È vero, il Lambrusco è un vino che mi appartiene. E´ lo champagne del contadino. Il problema è che ormai è conosciuto a tutti come un vino industriale disgustoso venduto in cartone. Ma il Lambrusco appartiene alla sfera contadina dove sono cresciuto, nella campagna di Reggio Emilia. Il sobborgo di campagna dove Oliviero, vecchio partigiano si occupava del vino. La vite del Lambrusco è molto alta, non come qui da voi. E così la gradazione alcolica è bassa, ma fa cose straordinarie, perché viene fuori un vino gasato, esplosivo. Lo so, non si può fare un grande Lambrusco, ma è un vino che sarà sempre un vino sincero, contadino. E poi, adesso che ci penso, io resto figlio di Vito che invece aveva tendenza a mescolarli i vini. Se era troppo acido li univa con quelli meno forti, facendo combinazioni apparentemente improbabili. Un giorno gli chiesi se non facesse male mischiare così i vini. Figurati, mi ha detto che faceva benissimo».<br />
Il legame di Capossela alla cultura contadina si sente spesso nelle sue storie e nei suoi suoni. In Ovunque proteggi i riferimenti erano pressoché integralmente basati sui paganesimi della cultura rurale. Poco tempo fa è morto <span style="font-weight: bold;">Matteo Salvatore</span> cui hai reso omaggio al festival di Carpino la scorsa estate. Cosa vi lega?<br />
«Sono stupito dal fatto che sia forse più conosciuto all´estero e non qua e che non ci sia un archivio musicale in suo onore. Penso che dovrebbe essere una priorità e probabilmente mi investirò personalmente a tal proposito. <span style="font-weight: bold;">Matteo Salvatore</span> aveva intanto il pregio unico di saper scrivere. Sapeva parlare di amore senza privazione di retorica. Era inoltre estremamente piccante e divertente, come nel testo sul Pescivendolo. Ma soprattutto, era assolutamente pragmatico e senza indulgenza quando parlava della miseria contadina. Proprio come i veri contadini. Non è gente che si perde in fronzoli. Ma affrontava tutto con ironia per raccontare il dolore, come nella ballata della gatta traditrice che mangia la salsiccia proprio mentre la vedova piange la morte del suo uomo. Era il nostro <span style="font-weight: bold;">Robert Johnson</span>, ma il problema è che la nostra musica folk è stata folklorizzata, mentre le cose che vengono dalla terra sono cose sacrali».<br />
Questa estate hai suonato alla <span style="font-weight: bold;">Notte della Taranta</span>. Come hai trovato lo stato di salute della musica tradizionale in Salento?<br />
«Sono rimasto sorpreso dalla qualità delle voci femminili. E´ pieno di giovani innamorati della tradizione ma che hanno voglia di non fermarsi li. C´è una etichetta a Otranto che mi sembra stia facendo un lavoro molto bello».<br />
Tante cose ti legano sin dall´inizio della tua carriera al Salento. Molti ti hanno visto almeno una volta suonare in modo molto informale all´<span style="font-weight: bold; font-style: italic;">On the road</span> al <span style="font-weight: bold;">Capo di Leuca</span>, che ora purtroppo non c´è più.<br />
«Io l´ho detto ad <span style="font-weight: bold;">Antonio De Marco</span>, mio grande amico, che per risollevare le sorti dell´On the road potremmo aprire una pizzeria con il Mighty Wurlitzer, che può avere la doppia funzione dell´organetto e dello sfornapizza. Si, il mio sogno è di aprire un Pizza House laggiù al capo».</span></p>
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		<title>La Taranta ecumenica di Mauro Pagani</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Aug 2008 17:28:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli sulla Notte della Taranta]]></category>
		<category><![CDATA[Ambrogio Sparagna]]></category>
		<category><![CDATA[Apres La Classe]]></category>
		<category><![CDATA[Caparezza]]></category>
		<category><![CDATA[Capossela]]></category>
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		<category><![CDATA[Notte della Taranta]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Sound System]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Riflessioni sulla Notte della Taranta 2008 di Vincenzo Santoro domenica 24 agosto 2008 L’edizione 2008 del concertone della Notte della Taranta ha confermato tutta la forza di una manifestazione che negli anni è riuscita a conquistarsi un posto di rilievo fra gli eventi spettacolari di proiezione nazionale e internazionale. La kermesse melpignanese, con la sua grande capacità di proiezione mediatica,... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2008/08/24/la-taranta-ecumenica-di-mauro-pagani/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial; color: #000000;">
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-style: italic; font-weight: bold;">Riflessioni sulla Notte della Taranta 2008</span></span></p>
<p>di <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Vincenzo Santoro</span></p>
<p>domenica 24 agosto 2008</p>
<p><img style="width: 372px; height: 248px;" src="/public/482ede1a2a86f_zoom.jpg" alt="" align="left" hspace="3" vspace="3" />L’edizione 2008 del <span style="color: #ff0000;">concertone della Notte della Taranta</span> ha confermato tutta la forza di una manifestazione che negli anni è riuscita a conquistarsi un posto di rilievo fra gli eventi spettacolari di proiezione nazionale e internazionale. La <span style="font-style: italic;">kermesse</span> melpignanese, con la sua grande capacità di proiezione mediatica, <span style="color: #ff0000;">è sempre di più un potente strumento di promozione del Salento e della Puglia</span>, punta di diamante e allo stesso tempo veicolo di un’immagine fortemente innovativa del nostro territorio, che si sta dimostrando – pur nelle difficoltà della crisi economica in atto &#8211; finalmente attrattiva in termini turistici. Agli organizzatori va riconosciuto il merito di <span style="color: #ff0000;">aver saputo far crescere la loro “creatura” fino ai clamorosi risultati degli ultimi anni</span>, apportando le dovute correzioni in corso d’opera, ed adattando progressivamente anche il progetto musicale alla natura sempre più di massa dell’evento. Infatti, a partire dalla direzione di <span style="font-weight: bold;">Ambrogio Sparagna</span> <span style="color: #ff0000;">è stata abbandonata la retorica dell’innovazione e della contaminazione radicale che aveva caratterizzate le prime edizioni</span>, ed è prevalsa, per quanto possibile, una sorta di vocazione “ecumenica”<span id="more-340"></span> (ce n’è per tutti i gusti: gli “anziani cantori”, i più affermati gruppi di riproposta, la contaminazione, le star locali, nazionali e internazionali&#8230;), posizionandosi su un suono “mediano”, che non si distacca mai troppo dal materiale tradizionale, anche se utilizza una grammatica propria di musiche più adatte a eventi di grandi dimensioni. Possiamo dire che <span style="color: #000000;">ci troviamo di fronte ad una sapiente via di mezzo fra il grande concerto rock, un festival di Sanremo più raffinato e musicalmente colto e il mega-raduno giovanile, tipo il concerto del primo maggio a Roma</span>. Con una peculiarità determinante e in qualche modo unica (almeno nel panorama nazionale): al centro di tutto c&#8217;è una musica &#8220;di tradizione&#8221; fortemente radicata in un territorio.</p>
<p>Questa impostazione è emersa in grande evidenza nel concertone del 23 agosto scorso, a partire dalla scaletta, appunto molto ecumenica: all’inizio gli interventi di alcuni anziani riconosciuti esponenti della tradizione, poi le “riscritture” ideate da <span style="font-weight: bold;">Mauro Pagani</span>, ed eseguite dall’<span style="font-weight: bold;">Orchesta</span>, e infine gli interventi degli ospiti. Anche il lavoro del prestigioso “maestro concertatore”, dal punto di vista musicale, mi è parso muoversi in questa direzione, attento a <span style="color: #ff0000;">confezionare un prodotto adatto alla natura dell’evento, raffinato il giusto, mai troppo innovativo (anzi…), e soprattutto in grado di rispondere alle aspettative di una piazza decisamente “festaiola”</span>. Dei brani della tradizione, <span style="font-weight: bold;">Pagani</span> ha quasi sempre conservato le melodie e le impostazioni vocali “originali” (muovendosi in questo in perfetta continuità con i primi due anni del precedente lavoro di <span style="font-weight: bold;">Ambrogio Sparagna</span>), favorendone così la riconoscibilità e l’“orecchiabilità”. Attorno a questa struttura invariata il maestro concertatore ha lavorato di arrangiamenti, inserti e code strumentali, usando una chiave “etno-world” molto raffinata ed elegante, ricca peraltro di citazioni e di rimandi alle sue esperienze precedenti (dal lavoro con <span style="font-weight: bold;">De Andrè</span> fino al progressive-rock italiano degli anni ’70). Come in quasi tutte le ultime edizioni, <span style="color: #ff0000;">la necessità di “tenere” la piazza ha portato a spingere decisamente i brani sul piano ritmico e all’adozione di una impostazione molto “rock”</span>, con una batteria debordante e invasiva, cosa che ha avuto come conseguenza la scomparsa di diversi strumenti, a partire dai tamburelli (gran paradosso questo in un evento dedicato ad una musica in cui i tamburelli sono tutto, non c’è che dire).</p>
<p>Il risultato è stato decisamente gradevole, e soprattutto di grande impatto spettacolare, anche se alla lunga forse un po’ ripetitivo (ma il concertone deve durare per forza 7 ore? 5 non bastano?). L’orchestra è parsa all’altezza della situazione nella componente strumentale, ma al solito insufficiente negli interventi vocali, apparsi in troppe occasioni deboli e fuori luogo (con qualche strafalcione e stonatura veramente imbarazzanti).</p>
<p>Una piccola occasione mancata è stata l’esecuzione di “Sidun”, toccante brano scritto originariamente in dialetto genovese da <span style="font-weight: bold;">Pagani</span> con <span style="font-weight: bold;">Fabrizio De Andrè</span> per il mitico album “Creuza de mä” (che parla del dolore di un padre libanese per la perdita del figlio ucciso da un carro armato del generale israeliano Sharon), e presentato in una traduzione in dialetto salentino. Poteva essere un momento topico del concertone, ma l’esecuzione è apparsa troppo delicata e rarefatta (e anche per la verità un po’ incerta) per incontrare il consenso di un pubblico a quel punto in cerca di emozioni sonore ben più forti. È stato comunque un bellissimo gesto da parte di <span style="font-weight: bold;">Pagani</span>.</p>
<p>Alla riuscita dell’evento hanno certamente contribuito gli ospiti: <span style="font-weight: bold;">Rokia Traorè</span> e <span style="font-weight: bold;">Richard Galliano</span> con degli interventi di gran classe, in cui hanno mescolato alcune loro composizioni con le sonorità salentine; gli <span style="font-weight: bold;">Apres La Classe</span> e i <span style="font-weight: bold;">Sud Sound System</span> con i loro set infuocati, che hanno fatto letteralmente impazzire il pubblico; e infine <span style="font-weight: bold;">Caparezza</span> con “Vieni a ballare in Puglia”, vera canzone-manifesto di questa terra, delle sue ricchezze e delle sue contraddizioni. Ma a mio parere la serata ha toccato il suo culmine con <a href="http://www.salentoweb.tv/Internet/categoria.asp?idC=62&amp;idF=1262">l’incredibile esibizione di <span style="font-weight: bold;">Vinicio Capossela</span></a>, che, cappello da &#8220;uomo della medicina&#8221; in testa, vestito di pelli di capra e con un campanaccio al piede, si è prodotto in <span style="color: #ff0000;">una cupa e luciferina versione de “Il ballo di San Vito”</span>, che ha incendiato la piazza dei centomila “vecchi e giovani pizzicati dalla Taranta”, ma ha certamente provocato qualche brivido anche alla sequela di santi della facciata della chiesa del convento degli Agostiniani.</p>
<p>Un ultimo plauso all’impeccabile organizzazione, capace di gestire un mega-evento del genere senza apparenti problemi e consentendo l’accesso all’area in tempi ragionevoli anche nei momenti di maggiore affluenza: un piccolo miracolo del Sud.</p>
<p>Su <a href="http://www.salentoweb.tv">www.salentoweb.tv</a> una ampia selezione di articoli e video sulla Notte della Taranta 2008.</p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">per leggere gli altri miei articoli sulla questione Notte della Taranta cliccare <a href="http://www.vincenzosantoro.it/dblog/storico.asp?s=I+miei+articoli+sulla+Notte+della+Taranta">qui</a></span></p>
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