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	<title>Vincenzo Santoro &#187; Don Pasta</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>A Uccio Aloisi</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 16:55:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Salento e le sue musiche]]></category>
		<category><![CDATA[Don Pasta]]></category>
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		<category><![CDATA[Roba de Smuju]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Don Pasta da Left del 28 ottobre 2010La gente nun canta cchiui. S&#8217;à persu lu bellu te la vita. Troncata, di netto. Un addio. Ci sono uomini inquieti che passano e trasformano. Antitesi di Attila fanno crescer fiori nel deserto. I fiori della tradizione non arrivano per caso, anche se la leggerezza di chi li posa lascerebbe intendere il... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/10/29/a-uccio-aloisi/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <a href="http://www.donpasta.com">Don Pasta</a></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">da <strong>Left</strong> del 28 ottobre 2010<a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/10/url.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1724" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/10/url-300x200.jpg" alt="url" width="300" height="200" /></a></span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><em>La gente nun canta cchiui. S&#8217;à persu lu bellu te la vita</em>. Troncata, di netto. Un addio. Ci sono uomini inquieti che passano e trasformano. Antitesi di Attila fanno crescer fiori nel deserto. I fiori della tradizione non arrivano per caso, anche se la leggerezza di chi li posa lascerebbe intendere il contrario. Bisogna essere senza remore per seminare. <em>Perché la canzone fatta bene è bella ed è indimenticabile. Altrimenti non vale un cazzo, in sostanza, non ha mordente</em>. Entrare nella terra di vanga, di parola, lasciar la traccia. Ferire la terra. E&#8217; morto <strong>Uccio Aloisi</strong>. Se c&#8217;è qualcuno che ha saputo raccontare una storia in Salento fuori dal tempo, nel tempo, è lui. Umorale, scorbutico, senza rispetto. <em>Ne ho inventate tante&#8230; Ma poi &#8216;sti giovani di oggi non capiscono un&#8217;ostia</em>. Lui costruisce le comunità. Le ha costruite. Per secoli, per millenni, c&#8217;è sempre stata nel suo viso antico, in ogni ruga, una semina, una canzone. Non esiste un pensiero contadino senza <strong>Uccio Aloisi</strong>. Perchè senza un cantastorie non esiste comunità, come Re Lear senza The Fool. Contenitori di verità, buffoni e cantastorie, avevano il diritto dell&#8217;offesa perchè interpretavano la verità, nella parola, irriverente, pulita. <em>Quisti quai ca cantane moi su tutti morti</em>. </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Uomo senza paura, <span style="color: #ff0000;"><strong>Mick Jagger del Salento</strong></span>, <span id="more-210"></span>conosceva la regola della musica. Far star bene la gente. Passò dalla putea al palco senza mai capire veramente il concetto di concerto. Avrebbe cantato sino a morire di stanchezza, così aveva sempre fatto, in missione per conto del popolo. Fu amante di stornelli, uomo dalla bella voce. <em>E mò, inizi una tarantella e dududum dududum e la gente se rumpe li cujuni&#8230;</em>. In lotta contro una modernità così intenta a cancellare la cultura contadina. Troppo complessa, nervosa, irriverente. Troppo romantica, scorbutica, pagana. <em>E poi io tengo anche un limite di pazienza, quando la perdo la perdo, per sempre, mando affanculo anche il Padreterno</em>. Paladino del </span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">pensiero popolare in una modernità assogettata sino in fondo al re, al </span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">nobile. La modernità non tollera paganesimi. La modernità è teocratica. Impone. Ma un cantastorie è un rivoltoso che ha per armi passato e futuro. Per salvare una tradizione ci vuole un passaggio di consegne e staffettisti coraggiosi, come in guerra. Che decidono, che vedono il pericolo, che si nascondono ed escono fuori al momento opportuno. E cantano spudorate storie di amore. <em>La donna in pantaloni, a me non piace, con la sottana poi è un&#8217;indecenza; mi piace con lo slippo, o meglio senza&#8230;</em></span></p>
<p><strong><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Uccio Aloisi</span></strong></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Iniziarono in tre, vicini di campagna. Probabilmente il canto dello zappare passava di terra in terra e si faveva eco. Gli anni ottanta avevano ucciso il pensiero contadino, il loro canto. Resistevano gli Ucci e pochi altri, tra tavole imbandite e caraffe di negroamaro. Li vidi per la prima volta nel &#8217;92 ad Aradeo. Invitati da quegli uomini di rottura e cultura chiamati <strong>Sud Sound System</strong>. Senza loro ci sarebbe stata la vittoria del nulal contro il mondo di Fantasia. Uccio è stata anomalia nella nuova onda della tradizione salentina, orientata sopratutto sul recupero della pizzica. Lui fu amante di stornelli e del belcanto. <span style="color: #ff0000;"><strong><em>Roba de Smuju</em></strong></span> è la sua pietra miliare. </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">nota: Le citazioni sono tratte da un&#8221;intervista a Uccio Aloisi fatta da Luca Ferrari</span></p>
</div>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="http://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F10%2F29%2Fa-uccio-aloisi%2F&amp;linkname=A%20Uccio%20Aloisi" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/facebook.png" width="16" height="16" alt="Facebook"/></a><a class="a2a_button_twitter" href="http://www.addtoany.com/add_to/twitter?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F10%2F29%2Fa-uccio-aloisi%2F&amp;linkname=A%20Uccio%20Aloisi" title="Twitter" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/twitter.png" width="16" height="16" alt="Twitter"/></a><a class="a2a_button_google_plus" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_plus?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F10%2F29%2Fa-uccio-aloisi%2F&amp;linkname=A%20Uccio%20Aloisi" title="Google+" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/google_plus.png" width="16" height="16" alt="Google+"/></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="http://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F10%2F29%2Fa-uccio-aloisi%2F&amp;linkname=A%20Uccio%20Aloisi" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/whatsapp.png" width="16" height="16" alt="WhatsApp"/></a><a class="a2a_button_google_gmail" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_gmail?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F10%2F29%2Fa-uccio-aloisi%2F&amp;linkname=A%20Uccio%20Aloisi" title="Google Gmail" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/gmail.png" width="16" height="16" alt="Google Gmail"/></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share_save#url=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F10%2F29%2Fa-uccio-aloisi%2F&amp;title=A%20Uccio%20Aloisi" id="wpa2a_2">Condividi</a></p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/10/29/a-uccio-aloisi/">A Uccio Aloisi</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it">Vincenzo Santoro</a>.</p>
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		<title>Anche Bob Dylan &#232; salentino e ama la pizzica</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 13:02:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni sulla Notte della Taranta]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Don Pasta]]></category>
		<category><![CDATA[il manifesto]]></category>
		<category><![CDATA[Notte della Taranta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Don Pasta dal manifesto del 21 agosto 2010 Quando mi chiedono di parlare della Notte della Taranta, penso a Bob Dylan, che peraltro vedrei bene come maestro concertatore. Mi spiegherò, sapendo che parlare di salvaguardia di una storia popolare fatta di dolori, capolarati, religioni annichilenti, libertà delle donne è sempre delicato. Peraltro non so se sia io la persona... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/08/24/anche-bob-dylan-salentino-e-ama-la-pizzica/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">di <strong>Don Pasta</strong></span></p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">dal <a href="http://www.ilmanifesto.it">manifesto</a> del 21 agosto 2010</span></p>
<div id="attachment_1678" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/Photo-0031.jpg"><img class="size-medium wp-image-1678" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/Photo-0031-300x225.jpg" alt="SelfTimer Off" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">SelfTimer Off</p></div>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><span style="color: #000000;">Quando mi chiedono di parlare della <strong>Notte della Taranta</strong>, penso a </span><span style="color: #ff0000;"><strong>Bob Dylan</strong></span>, <span style="color: #000000;">che peraltro vedrei bene come maestro concertatore. Mi spiegherò, sapendo che parlare di salvaguardia di una storia popolare fatta di dolori, capolarati, religioni annichilenti, libertà delle donne è sempre delicato. Peraltro non so se sia io la persona giusta. Ho unito la parmigiana a</span> <span style="color: #ff0000;"><strong>Coltrane</strong></span> <span style="color: #000000;">e il polpo in pignata ai </span></span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><strong>Clash </strong></span><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><span style="color: #000000;">e sopratutto mi sono permesso di dire che le ragioni alle origini del tarantismo andrebbero cercate nello strutto dei pasticciotti piuttosto che nella chiesa di</span> <span style="color: #ff0000;"><strong>San Pietro e Paolo</strong></span>.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Può sembrare idea balzana, e in parte lo è, ma lo era anche la Notte della Taranta, nata a <strong>Melpignano</strong> e non a <strong>Galatina</strong> o a <strong>Torrepaduli</strong>, dove quella cultura era stata salvaguardata per anni.</span></p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><span style="color: #000000;">A che serviva salvare una tradizione scomparsa? Ritorno a</span> <span style="color: #ff0000;"><strong>Bob Dylan</strong></span><span style="color: #000000;">. Quando fece <em>Like a Rolling Stone</em><span id="more-228"></span>, una generazione di hippie lo accusò di essere un traditore della tradizione. Rispose che non ne era lui a salvarla, ma il popolo stesso, grande costruttore di storie. «Queste canzoni che parlano di innamorati che diventano oche, di rose che escono dalla testa della gente, di cigni che diventano angeli, non moriranno mai. Non sono canzoni di musica folk, sono canzoni politiche. Queste persone della musica tradizionale raccolgono quel mistero, pieno di contraddizioni. E caos, cocomeri, orologi. C&#8217;è di tutto nella musica tradizionale. Non ha bisogno di essere protetta, perchè è troppo irreale per morire. Ha a che fare con la purezza. La sua insignificanza credo sia sacra».</span></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">La Notte della Taranta nacque quando nei luoghi storici del tarantismo raccontato da De Martino non c&#8217;era più nulla. A Galatina non restano tracce del passato. D&#8217;altronde che le tarantate fossero protette da San Pietro e Paolo fu l&#8217;operazione classica di marketing del cattolicesimo. Impossessarsi della cultura popolare e metterci un santo che protegga. Da allora Santu paulu pizzica li cujuni.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Quando io ero ragazzino le tarantate non c&#8217;erano più. Non si coltivava il tabacco. Si diceva che il ragno non sapesse più dove nascondersi, quindi non pungeva più. Eppure c&#8217;era un pudore, una vergogna nel dirlo. Una cicatrice mai chiusa veramente. L&#8217;altro giorno dalla finestra ho sentivo un discorso tra vecchiette: «Sorte noscia, oce nu stau filu bbona». «E cce ggè ca teni?». «Nu sacciu». «Ma te face male a quarche vanna?». «A nuddhra. La malesciana tegnu». Ma cos&#8217;è sta malesciana?. Non ha neanche un nome in italiano. Malinconia non regge, non rende. Come a dire che sopra Roma stanno tutti bene. Eppure&#8230; certe facce!</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Il nodo del discorso è li. Un tempo le pizzicate si curavano a casa con la musica. C&#8217;era il violinista e barbiere Stifani che suonava per ore. Loro ballavano senza sosta e la comunità si costruiva attraverso il vino, la musica, la festa, l&#8217;offrire ciò che si ha, il più possibile. Più non hai, più offri. Ti togli ciò che servirebbe in futuro. Per fare e proteggerti attraverso la comunità, generalmente mediante la condivisione di: maialini, agnelli, turcinieddhri, mieru e strutto appunto.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">De Martino non si sbagliava. Questo mondo, lacerante e lacerato, il suo elemento «magico», con i suoi i rituali, cercava di rapportarsi con la realtà non cosciente attraverso movimenti, convinzioni e convenzioni antecedenti all&#8217;innesto del pensiero religioso. Dietro quel pensiero c&#8217;era l&#8217;intuizione popolare dell&#8217;avere il coraggio di rapportarsi con le proprie paure, in una epoca razionalizzante che per annullarle, queste paure, aveva cancellato con sé il mondo magico dell&#8217;animo umano. Gli dava anche un nome, per cantarla e provarla a scacciarla. Malesciana, esattamente come il duende gitano, la saudade brasiliana, il blues afroamericano, l&#8217;apucundrìa napoletana.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma alle volte gli incantesimi nelle dinamiche culturali sono sorprendenti. La Spagna si presenta al mondo con orgoglio, attraverso il flamenco dei gitani. Quelli disdegnati, cancellati da noi. Ecco perché ciò che ha reso il Salento e la Notte della Taranta come il più interessante e dinamico laboratorio culturale d&#8217;Italia è stata quella lungimirante operazione di rivalutare una cultura annullata per anni, quella contadina.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma che centra Dylan? La Notte della Taranta mostra e una tradizione esiste e resiste se è e sarà scompigliata dalla fantasia umana, dall&#8217;atto creativo del popolo e dei suoi cantastorie.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">A proposito. Il mio barbiere mi ha detto che Bob Dylan era salentino. Il suo cognome fu storpiato a Ellis Island. Nonno Ermanno Zimba, cantore di una famiglia di cantori arrivò per fame ai primi del novecento. «Wots iour neim». «Iou me chiaumu: Zimba Ermanno». Zimmerman scrisse il tipo. Mr.Tambourin è un omaggio al tamburello. In origine si chiamava uei, mesciu tamburrieddhru e la scrisse a Porto Badisco con Uccio Aloisi&#8230; Mangiando ricci, ovviamente. </span></p>
</div>
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		<title>Vinicio Capossela: &#8220;Il mio sogno? Una pizzeria nel Salento&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Dec 2008 08:14:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Salento e le sue musiche]]></category>
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		<category><![CDATA[Matteo Salvatore]]></category>
		<category><![CDATA[On the road]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Don Pasta tratto da Repubblica di Bari del 12 dicembre 2008 «Che bello. E’ arrivato l’inverno anche in Salento. Sarebbe meno credibile il mio spettacolo, che è tutto basato sul freddo e sui maglioni pesanti». Inizia così la sua intervista Vinicio Capossela, felice, quasi incredulo, di suonare al Politeama Greco per il Da solo tour (stasera alle 21,30 la... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2008/12/14/vinicio-capossela-il-mio-sogno-una-pizzeria-nel-salento/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; color: #000000;">
<p><span style="font-size: small;">di <a><span style="font-weight: bold;">Don Pasta</span></a><br />
tratto da <span style="font-weight: bold;">Repubblica di Bari</span> del 12 dicembre 2008</span></p>
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2008/12/dasolo2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1418" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2008/12/dasolo2-300x129.jpg" alt="dasolo2" width="300" height="129" /></a>«Che bello. E’ arrivato l’inverno anche in Salento. Sarebbe meno credibile il mio spettacolo, che è tutto basato sul freddo e sui maglioni pesanti». Inizia così la sua intervista <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Vinicio Capossela</span>, felice, quasi incredulo, di suonare al Politeama Greco per il <span style="font-weight: bold;">Da solo tour</span> (stasera alle 21,30 la replica). Da circa un mese è iniziato il tour che lo porterà a suonare in tutti i più importanti teatri d’Italia. «Sembra quasi che Tito Schipa passeggi ancora beato nel foyer», dice. Il cambio di attitudine da <span style="font-weight: bold;">Ovunque proteggi</span> a <span style="font-weight: bold;">Da solo</span> è stato radicale. Che cibo e che vino abbineresti a questi due dischi? <span style="font-size: small;"><span id="more-332"></span></span><span style="font-size: small;">«Ovunque proteggi è un disco indigesto. Perché ci sono dentro zoccoli, corna, campanacci. E’ un disco sulla carne grondante sangue. Fatto in una macelleria. Carne fatta alla maniera pagana. Profanazione della sacralità. E’ un disco sul nostro essere di carne. Arrostita con quello che c’è». «Ma è un disco anche di solo osso da brandire &#8211; spiega Capossela &#8211; Ovviamente, da bere, direi un Nero di Troia. Ci ho anche fatto una canzone su Troia che brucia. &#8220;Da solo&#8221; è invece un disco assolutamente invernale. Inutile dire che non c´è niente di meglio di un brodo ben caldo di questa stagione. E´ un piatto perfetto quando si è stati troppo in giro. Questo è un disco sacrificale. Mi sono esposto al sacrificio e il brodo è l´unica cosa che può metterti a posto. Lo accompagnerei con un Barbaresco, un rosso corposo e caldo».<br />
Però Capossela è della terra del Lambrusco. E´ un vino notoriamente bistrattato, rinomato per essere vino industriale, ma ora iniziano a farsi cose interessanti. E poi pare sia proprio l´ideale per un brodo ben grasso come si usa nella valle del Po.<br />
«È vero, il Lambrusco è un vino che mi appartiene. E´ lo champagne del contadino. Il problema è che ormai è conosciuto a tutti come un vino industriale disgustoso venduto in cartone. Ma il Lambrusco appartiene alla sfera contadina dove sono cresciuto, nella campagna di Reggio Emilia. Il sobborgo di campagna dove Oliviero, vecchio partigiano si occupava del vino. La vite del Lambrusco è molto alta, non come qui da voi. E così la gradazione alcolica è bassa, ma fa cose straordinarie, perché viene fuori un vino gasato, esplosivo. Lo so, non si può fare un grande Lambrusco, ma è un vino che sarà sempre un vino sincero, contadino. E poi, adesso che ci penso, io resto figlio di Vito che invece aveva tendenza a mescolarli i vini. Se era troppo acido li univa con quelli meno forti, facendo combinazioni apparentemente improbabili. Un giorno gli chiesi se non facesse male mischiare così i vini. Figurati, mi ha detto che faceva benissimo».<br />
Il legame di Capossela alla cultura contadina si sente spesso nelle sue storie e nei suoi suoni. In Ovunque proteggi i riferimenti erano pressoché integralmente basati sui paganesimi della cultura rurale. Poco tempo fa è morto <span style="font-weight: bold;">Matteo Salvatore</span> cui hai reso omaggio al festival di Carpino la scorsa estate. Cosa vi lega?<br />
«Sono stupito dal fatto che sia forse più conosciuto all´estero e non qua e che non ci sia un archivio musicale in suo onore. Penso che dovrebbe essere una priorità e probabilmente mi investirò personalmente a tal proposito. <span style="font-weight: bold;">Matteo Salvatore</span> aveva intanto il pregio unico di saper scrivere. Sapeva parlare di amore senza privazione di retorica. Era inoltre estremamente piccante e divertente, come nel testo sul Pescivendolo. Ma soprattutto, era assolutamente pragmatico e senza indulgenza quando parlava della miseria contadina. Proprio come i veri contadini. Non è gente che si perde in fronzoli. Ma affrontava tutto con ironia per raccontare il dolore, come nella ballata della gatta traditrice che mangia la salsiccia proprio mentre la vedova piange la morte del suo uomo. Era il nostro <span style="font-weight: bold;">Robert Johnson</span>, ma il problema è che la nostra musica folk è stata folklorizzata, mentre le cose che vengono dalla terra sono cose sacrali».<br />
Questa estate hai suonato alla <span style="font-weight: bold;">Notte della Taranta</span>. Come hai trovato lo stato di salute della musica tradizionale in Salento?<br />
«Sono rimasto sorpreso dalla qualità delle voci femminili. E´ pieno di giovani innamorati della tradizione ma che hanno voglia di non fermarsi li. C´è una etichetta a Otranto che mi sembra stia facendo un lavoro molto bello».<br />
Tante cose ti legano sin dall´inizio della tua carriera al Salento. Molti ti hanno visto almeno una volta suonare in modo molto informale all´<span style="font-weight: bold; font-style: italic;">On the road</span> al <span style="font-weight: bold;">Capo di Leuca</span>, che ora purtroppo non c´è più.<br />
«Io l´ho detto ad <span style="font-weight: bold;">Antonio De Marco</span>, mio grande amico, che per risollevare le sorti dell´On the road potremmo aprire una pizzeria con il Mighty Wurlitzer, che può avere la doppia funzione dell´organetto e dello sfornapizza. Si, il mio sogno è di aprire un Pizza House laggiù al capo».</span></p>
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