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	<title>Vincenzo Santoro &#187; Marino Niola</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>Quelle notti della taranta nell&#8217;Italia del boom</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 13:30:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni sulla Notte della Taranta]]></category>
		<category><![CDATA[Ernesto de Martino]]></category>
		<category><![CDATA[La terra del rimorso]]></category>
		<category><![CDATA[laRepubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Marino Niola]]></category>
		<category><![CDATA[Notte della Taranta]]></category>
		<category><![CDATA[Salento]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ernesto de Martino, 50 anni fa, pubblicava La terra del rimorso. L&#8217;esordio dell&#8217;antropologia in Italia, e, assieme, il ritratto di un Sud ostaggio delle proprie superstizioni. Oggi, invece, tutto ciò è diventato modernità&#8230; di Marino Niola dal Venerdì di Repubblica del 5 agosto 2011 La taranta pizzica ancora, ma adesso il suo morso fa fare salti di gioia. E in... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2011/08/10/quelle-notti-della-taranta-nellitalia-del-boom/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><em><span style="color: #ff0000;"><strong>Ernesto de Martino</strong></span><span style="color: #000000;">, 50 anni fa, pubblicava </span></em><strong><span style="color: #993300;">La terra del rimorso</span></strong><span style="color: #000000;"><em>. L&#8217;esordio dell&#8217;antropologia in Italia, e, assieme, il ritratto di un Sud ostaggio delle proprie superstizioni. Oggi, invece, tutto ciò è diventato modernità&#8230;</em></span></span></p>
<p>di <span style="color: #ff0000;"><strong>Marino Niola</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">dal <strong>Venerdì di Repubblica</strong> del 5 agosto 2011</span></p>
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2011/08/tarantapinna.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1853" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2011/08/tarantapinna-300x203.jpg" alt="tarantapinna" width="300" height="203" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><span style="color: #000000;">La taranta pizzica ancora, ma adesso il suo morso fa fare salti di gioia. E in <strong>Salento</strong> si balla senza rimorso. Quest&#8217;anno</span> <span style="color: #993300;"><strong>la Notte della Taranta</strong></span> <span style="color: #000000;">(dal 12 al 27 agosto), il più importante Festival europeo di musica tradizionale, si apre sotto il segno di </span><span style="color: #ff0000;"><strong>Ernesto de Martino</strong></span><span style="color: #000000;">. Che, esattamente cinquant&#8217;anni fa, pubblicò </span><span style="color: #993300;"><em>La terra del rimorso</em></span> (Il Saggiatore, pp. 412, euro 12), il libro che ha segnato la nascita dell&#8217;antropologia italiana e ha fatto del tarantismo il simbolo di un Mezzogiorno dell&#8217;anima. Stretto fra emigrazione e possessione, religione e superstizione. Memoria remota di un binario morto del progresso. Di un passato arcaico che restava impresso nei corpi sofferenti del popolo contadino. Nei gesti e nelle danze, nelle ossessioni e nelle devozioni di un&#8217;umanità lontana dalle grandi direttrici dello sviluppo industriale.</span></p>
<p>Una perturbante archeologia sociale che sopravviveva negli usi e costumi di quella corte dei miracoli che popolava il profondo Sud fino alla prima metà del Novecento. Dove una storia andata in polvere aveva lasciato il posto ad <span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><span id="more-166"></span></span><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><span style="color: #000000;">un&#8217;antichità degradata, fatta di sopravvivenze umane e di relitti culturali. Come il </span><span style="color: #993300;"><strong>tarantismo</strong></span><span style="color: #000000;">, la danza della piccola taranta. Antidoto ritmico contro il male oscuro di una terra in transe. Che identificava i suoi dolori antichi e nuovi con il morso di un ragno immaginario, da curare con la pizzica, un ballo sfrenato, circolare che durava giorni e giorni fino allo sfinimento. E alla guarigione. Concessa per grazia di </span><span style="color: #ff0000;"><strong>San Paolo</strong></span><span style="color: #000000;">, signore e padrone di tutte le tarantole. Fino al nuovo morso, che arrivava puntuale a un anno dal primo. Morso e rimorso. È questo l&#8217;inesorabile algoritmo del tarantismo.</span></span></p>
<p>Incomincia proprio nella terra di <strong>Puglia</strong> spaccata dal sole e dalla solitudine, come diceva <strong><span style="color: #ff0000;">Salvatore Quasimodo</span></strong><span style="color: #000000;">, la discesa di de Martino negli inferi di un Mezzogiorno che è al tempo stesso una ferita meridiana dell&#8217;essere e un labirinto personale. Un itinerario che si snoda tra le altezze rarefatte della ragione idealistica e le convulsioni ritmiche delle tarantolate salentine, tra la severità sussiegosa e distante dello storicismo crociano e l&#8217;immersione commossa nelle arcaiche profondità del Sud. Sono ragioni prima politiche e poi teoriche &#8211; due dimensioni che nella sua opera non si separeranno mai &#8211; a guidare il cammino del grande intellettuale napoletano oltre le colonne d&#8217;Ercole di Eboli, verso il finisterre salentino. Nel tacco dello Stivale il raffinato filosofo cresciuto alla scuola di </span><span style="color: #ff0000;"><strong>Benedetto Croce</strong></span><span style="color: #000000;">, trova quel che altri grandi antropologi come</span> <span style="color: #ff0000;"><strong>C</strong><strong>laude Lévi-Strauss</strong></span> <span style="color: #000000;">e</span> <span style="color: #ff0000;"><strong>Bronislaw Malinowski</strong></span> <span style="color: #000000;">cercano in terre lontane. Una nuova coscienza dei limiti e delle virtù della propria civiltà. Un modo di guardare sé e la propria società nello specchio di una differenza abissale. Che espone il ricercatore al rischio di veder vacillare le proprie certezze, di rimettere in questione i fondamenti stessi della propria identità, del proprio ruolo.</span></p>
<p>Esattamente come accade a de Martino mentre ascolta la nenia funebre intonata da una lamentatrice scarmigliata e vestita di nero con suoni, parole e gesti da tragedia greca. Lungi dal considerare il pianto in metrica della donna come una pittoresca sopravvivenza pagana, il grande studioso si interroga piuttosto su se stesso e sul suo mondo, sullo scandalo di una faglia storica così profonda da rendere una sua concittadina, e contemporanea, lontana da lui quanto un&#8217;aborigena australiana. Oggetto di ricerca, se non di esperimento. Scheggia di un&#8217;altra storia non più nostra, avrebbe detto <span style="color: #ff0000;"><strong>Pasolini</strong></span><span style="color: #000000;">. Un&#8217;umanità oppressa, dove la magia aiuta gli uomini a far fronte alla precarietà dell&#8217;esistenza e rappresenta una medicina simbolica condivisa, contro quella che de Martino definisce, con termine preso in prestito da</span> <span style="color: #ff0000;"><strong>Heidegger</strong></span><span style="color: #000000;">, la crisi della presenza.</span></p>
<p>Insomma, tra gli indios americani o fra i contadini italiani, il viaggio antropologico è sempre e comunque un&#8217;uscita da sé, un distacco dai limiti angusti del proprio angolo di mondo per cercare, nelle alterità vicine e lontane, un&#8217;immagine più compiuta della propria condizione. A questa critica culturale de Martino contribuì anche con la fondazione della leggendaria «collana viola» di Einaudi, concepita insieme a <span style="color: #ff0000;"><strong>Cesare Pavese</strong></span><span style="color: #000000;">, con lo scopo dichiarato di sprovinciaIizzare la cultura italiana, stretta tra crocianesimo, marxismo e pensiero cattolico. Rendendo in questo modo finalmente accessibili autori proibiti come</span> <span style="color: #ff0000;"><strong>Carl Gustav Jung</strong></span>, <span style="color: #ff0000;"><strong>Kàroly Kerényi</strong></span>, <span style="color: #ff0000;"><strong>Mircea Eliade</strong></span>, <span style="color: #ff0000;"><strong>Marcel Mauss</strong></span>, <span style="color: #ff0000;"><strong>Émile Durkheim</strong></span><span style="color: #000000;">. Ma, quel che più conta, questa critica de Martino la sbattè in faccia all&#8217;Italia del miracolo economico, che si cullava nell&#8217;illusione delle magnifiche sorti e progressive, nell&#8217;escatologia del benessere, nell&#8217;incipiente religione del consumo. E che era improvvisamente costretta a contemplare con stupore orrificato le spose di San Paolo &#8211; così venivano soprannominate le donne morse dal ragno &#8211; che, vestite di bianco, roteavano freneticamente come dervisci sull&#8217;asse smarrito della loro esistenza. O saltavano come menadi sulle note ossessive di una tarantella suonata da musicisti sciamani. O si arrampicavano sull&#8217;altare di San Paolo a Galatina con l&#8217;agilità spiritata di ragni equilibristi. Salmodiando l&#8217;invocazione rituale che strappava il cuore degli astanti: «Ahi Santu Paulu meu de le tarante; facitece &#8216;a grazia a tutte quante».</span></p>
<p>Quello che de Martino mezzo secolo fa rivelava al paese con <span style="color: #993300;"><em>La terra del rimorso</em></span> <span style="color: #000000;">era il lato oscuro dello sviluppo, quella non-storia sofferente che offriva alla trasformazione del paese un doppio tributo: quello di chi emigrava e quello di chi restava. Spaesamento da una parte e povertà dall&#8217;altra. Le tarantolate erano storicamente e anagraficamente sorelle di </span><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><span style="color: #ff0000;"><em>Rocco e i suoi fratelli </em></span></span><span style="font-family: Arial; font-size: medium;"><span style="color: #000000;">di <strong>Visconti</strong>, delle donne dolenti dei capolavori di </span><span style="color: #ff0000;"><strong>Rossellini</strong></span><span style="color: #000000;">, di </span><span style="color: #ff0000;"><strong>Germi</strong></span><span style="color: #000000;">, di</span> <span style="color: #ff0000;"><strong>Castellani</strong></span><span style="color: #000000;">. Ma anche della folla stracciata e sognante di</span> <span style="color: #ff0000;"><em>Miracolo a Milano</em></span><span style="color: #000000;">.</span></span></p>
<p><span style="color: #993300;"><em>La Terra del rimorso</em></span> <span style="color: #000000;">è un libro di antropologia, ma anche di letteratura. Ed è questo a renderlo, ora come allora, capace di parlare anche al grande pubblico. Con la forza degli argomenti, ma anche con la potenza delle immagini. Insomma è proprio la sua poetica a salvare de Martino dal rischio di rinchiudersi in uno specialismo arido, in una filologia accademica petulante, che dietro la maschera del rigore nasconde la frigidità del cuore e della mente. La sua officina antropologica non ha mai smesso di produrre pensiero. E pratiche sociali. Ispirando nei primi Anni Novanta la politica di giovani amministratori &#8211; uno per tutti</span> <span style="color: #ff0000;"><strong>Sergio Blasi</strong></span><span style="color: #000000;">, già sindaco di <strong>Melpignano</strong> (Lecce) &#8211; che, invece di vergognarsi di quell&#8217;eredità e di seppellire la tarantola sotto una coltre di cemento, hanno rovesciato il senso di quel passato trasformandolo in un bene culturale e in una chance di futuro. E così la</span> <span style="color: #993300;"><strong>Notte della Taranta</strong></span><span style="color: #000000;">, esorcizzato finalmente il rimorso, ha fatto del ragno un simbolo positivo. Un modello di sviluppo che parla e pensa salentino. E la pizzica, che fu l&#8217;emblema del ritardo storico del Mezzogiorno, diventa il motore di un distretto culturale e turistico capace di coniugare tradizione e innovazione, identità locale e marketing, ecologia e benessere. Adesso, in un Sud che non vuole diventare Nord, il miracolo economico lo fa la taranta. Da buon socialista, anche <span style="color: #ff0000;"><strong>Ernesto de Martino</strong></span> ne sarebbe compiaciuto.</span></p>
</div>
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		<title>A Napoli di scena la taranta del Salento</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 18:11:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il ritorno della taranta]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati di musica popolare quello in programma al Maschio Angioino dove il 27 aprile, alle ore 17, nella Sala della Loggia, per iniziativa dell’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Napoli, si ritroveranno tre protagonisti dell’acceso dibattito attorno alle modalità di recupero e riattualizzazione dei repertori tradizionali: Sergio Blasi, l’inventore del celeberrimo festival “La Notte... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/03/20/a-napoli-di-scena-la-taranta-del-salento/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/03/napmask04.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1597" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/03/napmask04-300x227.jpg" alt="napmask04" width="300" height="227" /></a></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati di musica popolare quello in programma al <strong>Maschio Angioino</strong> dove il 27 aprile, alle ore 17, nella <strong>Sala della Loggia</strong>, per iniziativa dell’<strong>Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Napoli</strong>, si ritroveranno tre protagonisti dell’acceso dibattito attorno alle modalità di recupero e riattualizzazione dei repertori tradizionali: <strong>Sergio Blasi</strong>, l’inventore del celeberrimo festival “La Notte della Taranta”, <strong>Marino Niola</strong>, antropologo e opinionista da sempre attento alle dialettiche di consumo dei prodotti culturali, e <strong>Daniele Sepe</strong>, un veterano della riproposta italiana nonché direttore artistico di una delle prime edizione del festival salentino. Modera il dibattito <strong>Giulio Riccio</strong>, Assessore alle politiche giovanili del comune di Napoli.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">L’occasione, per un confronto che si annuncia di sicuro interesse, è data dalla presentazione del volume con cd allegato di <strong>Vincenzo Santoro</strong>, <span style="color: #ff0000;"><em>Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina</em></span> che, <span id="more-259"></span>dalle pionieristiche esperienze degli anni Settanta fino all’esplosione degli ultimi anni, ricostruisce il lungo processo di riuso dei materiali tradizionali giunto nel Salento a una sorprendente esposizione mediatica, ben oltre i confini regionali. In un avvincente racconto corale, il volume ripercorre questa pluridecennale vicenda attraverso la “viva voce” dei suoi protagonisti, da Rina Durante a Giovanna Marini, dal Canzoniere Grecanico Salentino ad Officina Zoé, da Eugenio Barba a Edoardo Winspeare, dal Canzoniere di Terra d’Otranto agli Aramirè, da Eugenio Bennato a Georges Lapassade, fino all’attuale dilagare di tarante a tutte le latitudini e nelle più svariate combinazioni. Una storia decisamente “locale”, se non altro perché del tutto impensabile in altri contesti, ma emblematica di come si possa procedere con successo alla riattualizzazione dei repertori popolari, innescando dinamiche capaci non solo di condizionare le politiche culturali degli enti pubblici ma anche di proiettare in una dimensione internazionale le suggestioni e la forza attrattiva della pizzica, altrimenti consegnata alla memoria degli archivi e ai reperti documentari di un mondo ormai scomparso. </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">L’autore, impegnato in prima persona nel movimento salentino, non nasconde peraltro limiti e contraddizioni di un sorprendente fenomeno mediatico i cui meriti vanno attribuiti per lo più a una congerie di operatori locali che, ben prima dell’intervento delle istituzioni, si sono dovuti “inventare” competenze e modalità di intervento, dato che anche la comunità scientifica ha mancato di fornire un supporto adeguato, limitandosi a stigmatizzare gli errori emersi all’interno del movimento e a pontificare con sufficienza sulle sue contraddizioni.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Al termine dell’incontro concerto di <span style="color: #ff0000; font-size: large;"><strong>Anna Cinzia Villani e i Suoni Rurali</strong></span> che, con la voce di una delle più rappresentative interpreti del canto salentino e la straordinaria abilità strumentale di due giovani epigoni della tradizione, offriranno dal vivo un’efficace rappresentazione di ritmi e melodie che continuano ad incantare il pubblico di tutto il mondo, con particolare riferimento alle giovani generazioni che ogni anno si ritrovano a migliaia nelle assolate e magiche piazze del Salento</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Info</span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"> 06-44340148; info@squilibri.it; <a href="http://www.squilibri.it">www.squilibri.it</a></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">per maggiori info sul libro cliccare <a href="http://www.vincenzosantoro.it/dblog/articolo.asp?ID=407">qui</a></span></p>
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