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	<title>Vincenzo Santoro &#187; La Stampa</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>La notte della taranta una geometria di suoni</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 11:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni sulla Notte della Taranta]]></category>
		<category><![CDATA[La Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Ludovico Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Notte della Taranta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il maestro concertatore Einaudi: metto insieme pizzica e techno di Bruno Ruffilli da La Stampa del 27 agosto 2010 &#160; La leggenda, antichissima, narra di un ragno che morde le persone e le fa cadere in un&#8217;irrefrenabile smania di ballare. La realtà, recente, racconta di 80 mila persone arrivate a Melpignano, nella Grecìa salentina, lo scorso anno per la Notte... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/08/27/la-notte-della-taranta-una-geometria-di-suoni/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><em><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Il maestro concertatore Einaudi: metto insieme pizzica e techno</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <strong>Bruno Ruffilli</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">da <a href="http://www.lastampa.it">La Stampa</a> del 27 agosto 2010</span></p>
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<p>&nbsp;</p>
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<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/taranta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1687" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/taranta-300x227.jpg" alt="taranta" width="300" height="227" /></a>La leggenda, antichissima, narra di un ragno che morde le persone e le fa cadere in un&#8217;irrefrenabile smania di ballare. La realtà, recente, racconta di 80 mila persone arrivate a Melpignano, nella Grecìa salentina, lo scorso anno per la <strong><span style="color: #800000;">Notte della Taranta</span></strong>: altrettante sono attese domani per la tredicesima edizione, per cui sono stati anche approntati treni speciali.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Maestro concertatore sarà <span style="color: #ff0000;"><strong>Ludovico Einaudi</strong></span>, intellettuale prestato alla musica, autore di composizioni minimaliste e rarefatte. Ma nel suo ultimo album, <em>Nightbook</em>, uscito nell&#8217;ottobre 2009, c&#8217;era già un brano vicino al folk del Salento: «Allora non pensavo alla taranta &#8211; spiega &#8211; l&#8217;invito è arrivato a marzo, quando ero a Londra per una serie di concerti. In <em>Eros</em> ci sono parti per tamburelli suonate da <strong>Mauro Durante</strong>, leader del <strong>Canzoniere Grecanico Salentino</strong>»<span id="more-225"></span>. L&#8217;interesse di Einaudi per le musiche tradizionali è però più remoto, e risale a un viaggio in <strong>Mali</strong> di una decina d&#8217;anni fa, da cui nacque un disco con il virtuso di kora <strong>Ballaké Sissoko</strong>, pure ospite al concertone. Ancora prima, il suo maestro <strong>Luciano Berio</strong> si era ispirato ai canti popolari: ma il suo approccio rimaneva cerebrale, il tono elitario, di chi in fondo non esce dalla gabbia dorata dell&#8217;avanguardia. «Il mio caso è diverso, perché con la taranta si entra nella carne e nel sangue della tradizione &#8211; osserva Einaudi da una panchina della piazza di <strong>Calimera</strong>, dove sta finendo le prove -. Ho studiato le varie componenti di queste musiche e provato a rielaborarle: c&#8217;è una ritmica molto ricca, ma anche tanta melodia, influenze mediorientali dalla <strong>Grecia</strong>, dai <strong>Balcani</strong>, fino alla <strong>Turchia</strong>. Gli ospiti che ho scelto mettono in luce questi aspetti, i t<strong>amburi del Burundi</strong> ad esempio accentuano l&#8217;aspetto rituale, mentre <strong>Savina Yannatou</strong> svela le parentele col sirtaki». Una cantante greca che canta in griko, l&#8217;antico dialetto salentino? «Come maestro concertatore il mio compito è inventare connessioni e collegamenti. Così i <strong>Taraf De Haïdouks</strong> sottolineano la parte più virtuosistica e funambolica di questa musica, mentre dal <strong>Portogallo</strong> arriva il fado di <strong>Dulce Pontes</strong>, che si esibisce con due cantanti salentine: le voci di qui sono molto belle. Da un lato ho mantenuto intatti alcuni elementi fondamentali, anzi ho pure eliminato la batteria che non c&#8217;entra niente con la tradizione, ma poi mi piace guidare il pubblico verso sonorità nuove». Perciò a <strong>Melpignano</strong> ci saranno anche i <strong>Sud Sound System</strong> e il deejay turco <strong>Mercan Dede</strong>: «La pizzica &#8211; spiega Einaudi &#8211; è una forma antica di trance, che si articola in micro ripetizioni, proprio come la mia musica. E ha parecchie affinità con la techno e la dance elettronica». Un rave, insomma? «Sì, ci sono degli aspetti comuni. Nel Concertone è assente la dimensione rituale, della taranta resta solo la festa, la voglia di cantare e ballare insieme. Per me l&#8217;importante è che non diventi una specie di festival di Sanremo, dove la qualità musicale è bassissima anche se il seguito è enorme».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Fedele alla sua passione per le geometrie sonore, Einaudi ha concepito una specie di grande sinfonia: parte con un tema scritto per l&#8217;occasione, che ritorna &#8211; simile ma sempre diverso &#8211; prima dei nove blocchi di tre brani l&#8217;uno in cui si sviluppa il concerto. L&#8217;ispirazione è arrivata dalle masserie e dai palazzi nobili della zona: «Ci sono spazi interni, cortili, alberi di aranci, gelsomini, archi e passaggi, e ognuno degli ospiti rappresenta una finestra nel percorso di questo edificio sonoro». Non sarà una costruzione troppo astratta? «No, si tratta di ritrovare punti di riferimento nel passato, per capire chi siamo e dove andiamo».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Svanita la connotazione ideologica che animava il folk Anni 70, nella <strong>Puglia</strong> di <strong>Vendola</strong> l&#8217;interesse per la cultura popolare si concretizza in rassegne, convegni, libri, oltre che in un business turistico e una vivace attività dal vivo. E non c&#8217;è solo il Concertone, ma anche un festival itinerante appena concluso con gruppi storici come gli <strong>Argalìo</strong>, innovatori (ad esempio gli Insintesi), famiglie intere e cantori solitari tra cui <strong>Enza Pagliara</strong> e <strong>Uccio Aloisi</strong>. La taranta, insomma, è tornata di moda, e non solo a sinistra: anzi, su YouTube la più cliccata è quella di <strong>Checco Zalone</strong>, che passa in rassegna i ministri del governo <strong>Berlusconi</strong>.</span></p>
</div>
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		<title>Scamarcio Masaniello &#8220;Il Salento non si tocca&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 11:37:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[cronache dell'eco-mostro ss 275]]></category>
		<category><![CDATA[ecomostro]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Salvaggiulo]]></category>
		<category><![CDATA[La Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Scamarcio]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>L’attore contro la nuova superstrada da 300 milioni: «Devasterà tutto» di Giuseppe Salvaggiulo da La Stampa del 14 marzo 2010 Nelle pirotecniche vicende pugliesi, prodighe di periodiche «scosse», mancava solo la variabile Riccardo Scamarcio. Al cinema, l’abbiamo visto nei ruoli più diversi: terrorista e poliziotto, bandito e artista, sciupafemmine e omosessuale. Mai nei panni del Masaniello ambientalista. Per quello, la... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/03/14/scamarcio-masaniello-il-salento-non-si-tocca/">Read more &#187;</a></p>
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<p><em><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">L’attore contro la nuova superstrada da 300 milioni: «Devasterà tutto»</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <strong>Giuseppe Salvaggiulo</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">da <strong>La Stampa</strong> del 14 marzo 2010</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/03/scamarcio01g.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1592" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/03/scamarcio01g-300x230.jpg" alt="scamarcio01g" width="300" height="230" /></a>Nelle pirotecniche vicende pugliesi, prodighe di periodiche «scosse», mancava solo la variabile Riccardo Scamarcio. Al cinema, l’abbiamo visto nei ruoli più diversi: terrorista e poliziotto, bandito e artista, sciupafemmine e omosessuale. Mai nei panni del Masaniello ambientalista. Per quello, la macchina da presa non serve: basta la vita reale. La sua Puglia. Il Salento con i suoi silenzi barocchi, dove trascorre i week end con la fidanzata Valeria Golino. Ora minacciato dal faraonico progetto di una superstrada: quaranta chilometri a quattro corsie da Maglie giù fino a Leuca, finis terrae, estremo lembo d’Italia dove si sposano Ionio e Adriatico e nasce il Mediterraneo. Arrivato a Lecce per presentare il film «Mine vaganti» di Ferzan Ozpetek, girato proprio in Salento, Scamarcio non si è fatto sfuggire l’occasione. E a sorpresa, dopo i convenevoli cinematografici, scusandosi con il regista «per la parentesi che non c’entra nulla con il film», ha arringato il suo pubblico: <span style="color: #ff0000;">«So che c’è in cantiere il progetto di portare la statale 275 giù giù fino a Leuca. Un progetto vecchio che andrà a distruggere con i pilastri di cemento un pezzo di paradiso naturale salentino e per questo va bloccato. È una terra che sta crescendo sempre di più, ormai la conoscono tutti, ma dovete stare attenti a non farvi strappare la bellezza dalle mani: progetti come <span id="more-261"></span>quello dell’estensione della 275 sono devastanti, la modernità non deve distruggere la natura»<span style="color: #000000;">.</span> </span>Un manifesto esistenziale, più che politico. Una rivendicazione dell’identità della «terra» (titolo di un altro film ambientato in Salento, intepretato dallo stesso Scamarcio). È stato l’incubo delle ruspe sugli ulivi a scatenare l’anima ambientalista dell’attore. E a fargli sposare la causa delle decine di associazioni e comitati spontanei che si battono contro la «grande opera» da 288 milioni di euro. Tanti soldi pubblici necessari per costruire un viadotto di mezzo chilometro con tredici coppie di piloni alti nove metri e una galleria di 70 metri. Ma soprattutto, proprio sotto il santuario di Santa Maria di Leuca dove approdò l’apostolo Pietro dalla Palestina, una gigantesca rotatoria di 450 metri di diametro, estesa su una superficie pari a 23 campi di calcio. Per far posto a questo nastro d’asfalto, con svincoli degni delle freeway californiane per paesini come Alessano, Tiggiano e Corsano, saranno sradicati tremila ulivi secolari. E poco importa che per tutelarli, tre anni fa, la Regione abbia varato una legge ad hoc, che li definisce «elementi peculiari e caratterizzanti della storia, della cultura e del paesaggio pugliese ». Li ripianteremo, assicurano Anas e progettisti. Sì, ma tra svincoli e piloni di cemento armato, obiettano gli ambientalisti. La storia della statale 275 è lunga e complessa. I primi progetti risalgono a più di vent’anni fa, quando il presidente della Regione era Salvatore Fitto, padre di Raffaele, attuale ministro degli affari regionali del Pdl. Salentino di Maglie, da dove la superstrada dovrebbe partire, Fitto è il principale sponsor dell’opera e si è battuto nel governo per sbloccarla, dopo anni di discussioni, progetti, valutazioni ambientali, tavoli ministeriali. Il risultato è stato raggiunto: il governo ha riconosciuto alla statale il crisma di «infrastruttura strategica».</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Nel frattempo, i costi sono quasi raddoppiati. La vecchia statale 275 viene definita «la strada della morte» dai sostenitori del nuovo progetto, riuniti anch’essi in un comitato. E questo &#8211; la sicurezza &#8211; è il loro argomento più forte. L’altro &#8211; la necessità di servire un territorio industrializzato &#8211; è stato travolto dalla crisi economica. Il sostegno alla «grande opera» è peraltro trasversale: oltre ai tecnici e alle imprese edili (non solo pugliesi) che fiutano l’affare, ci sono i politici. Il centrodestra è sempre stato favorevole, come una parte del Pd. Tanto che la giunta regionale guidata da Nichi Vendola si è mobilitata solo quando «La Gazzetta del Mezzogiorno» ha pubblicato i dettagli del progetto, facendo scoppiare polemiche e proteste. Allora la Regione ha promosso ricorso al Tar. Nel frattempo, i comitati del «no» raccoglievano adesioni, tra cui quella del regista salentino Edoardo Winspeare. E spiegavano di non essere contrari tout court a una nuova strada, «ma solo a un progetto così invasivo nella zona più suggestiva e incontaminata del Salento». Maquando tutto sembrava perso, è arrivato Scamarcio. Ora anche i comitati andranno al Tar. Non è ancora nato il Pds, Partito di Scamarcio,maqualcuno già lo sogna. Il piglio da leader nongli manca, il seguito figuriamoci.</span></p>
<p><em><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">chi volesse saperne di più sulla storia dell&#8217;ecomostro può andare nell&#8217;apposita sezione del blog (cliccando <a href="../../../../storico.asp?s=cronache+dell%27eco-mostro+ss+275">qui</a> )</span></em></p>
</div>
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		<title>Tarantolati e contenti. È l’estate della pizzica</title>
		<link>https://www.vincenzosantoro.it/2009/08/15/tarantolati-e-contenti-e-lestate-della-pizzica/</link>
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		<pubDate>Sat, 15 Aug 2009 15:01:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Salento e le sue musiche]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Iadicicco]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Un fenomeno fra cultura antica e moda attuale. E anche la Biennale di Venezia celebra la scatenata danza salentina di Alessandra Iadicicco da La Stampa di sabato 15 agosto 2009 Lunga la notte della taranta, lunghissima l’onda del tarantismo. «Neotarantismo», dice qualcuno e l’espressione, che ha l’imprimatur dei musicologi, è corretta. Ma dopo oltre 15 anni di revival del fenomeno... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/08/15/tarantolati-e-contenti-e-lestate-della-pizzica/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Un fenomeno fra cultura antica e moda attuale. E anche la Biennale di Venezia celebra la scatenata danza salentina</span></em></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <strong>Alessandra Iadicicco</strong></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">da <strong>La Stampa</strong> di sabato 15 agosto 2009</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2015/07/ernestodemartinomontemukq9.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2043" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2015/07/ernestodemartinomontemukq9-289x300.jpg" alt="ernestodemartinomontemukq9" width="289" height="300" /></a>Lunga la notte della taranta, lunghissima l’onda del tarantismo. «Neotarantismo», dice qualcuno e l’espressione, che ha l’imprimatur dei musicologi, è corretta. Ma dopo oltre 15 anni di revival del fenomeno &#8211; cioè le danze e le musiche diffuse dal Salento pugliese nel mondo al ritmo sfrenato della pizzica tarantata -, la novità si segnala come un «neo» sulle periodizzazioni degli specialisti. Pizzica e mozzica dalla notte dei tempi la tarantola: il ragno peloso che con il suo pungiglione inietta un veleno di cui il corpo si libererà solo ballando. Impossibile però liberarsi dell’impressione che la bestiaccia nera lascia di sé su tarantella e Tarentino. Morde e rimorde in quella Terra del rimorso su cui <strong>Ernesto De Martino</strong>, per formulare il suo studio dal titolo tanto indovinato, per primo e con impareggiabile perspicacia osservò le cicatrici dell’incisione e diagnosticò i segni profondissimi di un’afflizione<span id="more-2060"></span>. </span></p>
<p>Che non fosse una puntura epidermica, una ferita di superficie, lo studioso napoletano &#8211; storico, crociano, incline per orientamento e formazione a inserire i sussulti velocissimi della musica-magia-malattia popolare nel grande respiro dei tempi lunghi &#8211; l’aveva capito al volo. Perciò quando, esattamente mezzo secolo fa, nell’estate del ’59, partì alla volta del Salento per compiere le sue ricognizioni, portò con sé una nutrita squadra di collaboratori. Viaggiavano con lui un medico, uno psichiatra, una psicologa, uno storico delle religioni, un’antropologa culturale, un fotografo, un documentarista cinematografico e l’etnomusicologo <strong>Diego Carpitella</strong>. Compagnia abbastanza variopinta da far saltare all’occhio la vistosa novità dell’impresa. Una ricerca multidisciplinare sul campo. Una spedizione da pionieri dell’antropologia.</p>
<p>«L’équipe di De Martino si trattenne in Puglia solo qualche settimana», nota il musicologo <strong>Maurizio Agamennone</strong>, docente a Ca’ Foscari, allievo di Carpitella, studioso di De Martino e curatore con <strong>Luca Francesconi</strong> dell’<span style="color: #ff0000;">«Omaggio» che gli sarà dedicato a settembre al Festival di Musica contemporanea della Biennale</span>. Eppure, in poco più di venti giorni, il gesto rivoluzionario di cogliere &#8211; a più mani, e nella prospettiva di molti sguardi &#8211; «la musica come espressione di un intero universo culturale», continua Agamennone, era compiuto. Di quel piccolo mondo antico, la società delle campagne meridionali Anni Cinquanta, la taranta esprimeva i gusti estetici, le trance estatiche, i culti religiosi e pagani. Le credenze e le paure ancestrali. Il senso dell’identità e il sentimento dell’estraneo. I disagi sociali e i loro rimedi. Il malessere esistenziale e la sua cura. La musica «somministrata», dice Agamennone descrivendo la meloterapia domiciliare, dal gruppo dei musicanti che visitava in casa la «tarantata», la donna punta dal ragno e caduta in preda al male di vivere, era «il vettore che metteva in movimento il corpo inerte, sofferente, estraneo all’ambiente. Lo riscuoteva con la danza e lo riportava alla vita».</p>
<p>A tutti gli effetti, una catarsi. La recitazione di un mito fondativo. Officiato nel rispetto di codici precisi. I colori della scena e la periodicità stagionale delle ricadute. Il gioco dei ruoli: maschili e femminili, nettamente divisi in una società feudale, patriarcale, maschilista e sessuofoba dove le donne erano vittime del malessere ma fautrici dell’espiazione dal rimorso, stregonesche guaritrici depositarie di sapienze erboristiche ignorate dal medico. E il repertorio dei brani: danze e marce funebri, scherzi e lamentazioni, ninne nanne e canti agricoli. «Un flusso sonoro &#8211; racconta Agamennone &#8211; che impregnava di sé le masserie e gli spazi aperti di quella civiltà rurale e lontana». Lontana, già. Ma la notte della taranta, dalle tenebre del Medioevo e a dispetto degli esorcismi, prosegue fino a qui. Sull’onda del suo ritorno, sollevata con fragore dai primi Anni Novanta, conquista la partecipazione del pubblico internazionale. Come nota l’antropologo <strong>Paolo Apolito</strong> che, docente a Roma III, ha messo a fuoco il tarantismo da una parte e dall’altra della cattedra. Da studioso spiega con quanta lungimiranza De Martino abbia collocato il fenomeno «in una lunga diacronia, e su uno sfondo non solo contadino». Come ne abbia visto «le origini mediterranee arcaiche» e «il carattere dionisiaco».</p>
<p>Il corpo del suono, titolo del 53° Festival di Musica contemporanea, non potrebbe adattarsi meglio che alla taranta. Privata, certo, del suo spessore se ridotta a puro folclore. «Il Settecento illuminista e la politica di evangelizzazione delle campagne successiva al Vaticano II hanno inferto colpi mortali al simbolismo della pizzica», dice Apolito. Spogliata dei suoi simboli, non pare che una nuda patologia isterica. Redenti gli umili, i superstiziosi e gli ignoranti cui venne attribuito, il culto magico si trasforma in un’idolatria apocrifa di Paolo, il santo che sopravvive al morso delle serpi e conosce l’antidoto ai veleni. Eppure, complici la moda, la world music e una certa imprenditorialità spettacolare, ammette disincantato Apolito, la tarantola rimorde e rimette in circolo emozioni potenti. «Lo vedo in aula, tra i miei studenti. È assai eloquente che nei ritmi della pizzica, sia pur contaminati con il “bum bum&#8221; dei rave, i giovani si riconoscano immediatamente».</p>
<p>E come vede un antropologo questa rinascita? «La spiegazione classica non vale più. C’è sicuramente l’impulso di uno slancio vitale, una forma di dionisismo, un desiderio di aggregazione. C’è un recupero nobile della propria identità da parte dei gruppi pugliesi, centinaia, che riportano in auge il repertorio tradizionale. E c’è, in un orizzonte ben più allargato, mondiale, una riaffermazione dell’identità locale come resistenza alla globalizzazione. Su questo punto, non solo qualche politico intelligente, ma molti studiosi fanno leva dagli Anni Novanta. E in questo senso La terra del rimorso di De Martino è stata riletta come un libro di culto».</p>
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