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	<title>Vincenzo Santoro &#187; casa Di Vittorio</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>Se un documentario ci ricorda che siamo un grande Paese</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 15:22:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[casa Di Vittorio]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Piva]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Rinaldi]]></category>
		<category><![CDATA[laRepubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Miriam Mafai]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Miriam Mafai dal Venerdì di Repubblica del 26 agosto 2011 Ha ragione Luciana Viviani che fu deputata di Napoli nelle prime legislature della Repubblica, quando a conclusione di questo straordinario documentario commenta: «Il nostro è un Paese che ha bisogno di ricordare anche le cose bellissime che è stato capace di fare. Perché noi siamo un po&#8217; contro noi... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2011/08/29/se-un-documentario-ci-ricorda-che-siamo-un-grande-paese/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">di <span style="color: #ff0000;"><strong>Miriam Mafa</strong></span>i</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">dal <strong>Venerdì di Repubblica</strong> del 26 agosto 2011</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2011/08/pasta_nera.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1877" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2011/08/pasta_nera.jpg" alt="pasta_nera" width="175" height="246" /></a>Ha ragione <strong>Luciana Viviani</strong> che fu deputata di Napoli nelle prime legislature della Repubblica, quando a conclusione di questo straordinario documentario commenta: «Il nostro è un Paese che ha bisogno di ricordare anche le cose bellissime che è stato capace di fare. Perché noi siamo un po&#8217; contro noi stessi: ci diciamo tutto quello che facciamo di male, ma non ci diciamo quello che facciamo e abbiamo fatto di buono». Ha ragione. <span style="color: #993300;"><strong>Pasta Nera</strong></span> di <strong><span style="color: #ff0000;">Alessandro Piva</span></strong>, presentato al festival di Venezia nella sezione <strong>Controcampo italiano</strong>, ricostruisce, con grande sobrietà e con il massimo di documentazione, a tanti anni di distanza, una delle «cose bellissime» che siamo stati capaci di fare, negli anni dell&#8217;immediato durissimo dopoguerra. Il cinema italiano ci ha raccontato, con <em>Ladri di biciclette</em> o <em>Sciuscià </em></span><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span id="more-157"></span></span><span style="color: #000000; font-size: medium;">la disperazione e la miseria nella quale eravamo precipitati allora. Questo documentario recupera, a distanza di più di sessant&#8217;anni, una storia diversa. È una storia quasi sconosciuta, fatta di generosità, capacità organizzativa e intelligenza di centinaia di militanti politiche di sinistra che si impegnarono per salvare dall&#8217;abbandono e dalla corruzione migliaia di bambini e bambine del nostro Mezzogiorno, facendoli ospitare da generose famiglie emiliane. L&#8217;iniziativa subito dopo la Liberazione venne proposta a Milano da <strong>Teresa Noce</strong>, una dirigente comunista forse memore di analoghe esperienze francesi e venne immediatamente realizzata su scala locale, anche grazie all&#8217;aiuto di <strong>Antonio Greppi </strong>sindaco socialista della città. Sarebbe rimasta una esperienza locale se, al Congresso del Pci del dicembre 1945, non fosse salito alla tribuna un delegato di Frosinone, per denunciare le disperate condizioni delle popolazioni e, in particolare, dei bambini di Cassino, la città che l&#8217;avanzata angloamericana aveva raso al suolo. Lo stesso giorno una delegazione, guidata da Teresa Noce, portava a Cassino i primi soccorsi in danaro e le prime offerte di ospitalità. E poche settimane dopo partivano, da quella zona ridotta a un cumulo di macerie, centinaia di bambini che sarebbero stati ospitati dalle famiglie dei contadini emiliani.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">Fu l&#8217;incontro tra due culture diverse, due diversi modi di parlare, di mangiare, di vivere: così lo ricordano coloro che lo hanno vissuto. <span style="color: #ff0000;"><strong>Alessandro Piva</strong></span>, con i suoi collaboratori, è andato a cercare i superstiti di quella straordinaria avventura, coloro che l&#8217;hanno organizzata e coloro che l&#8217;hanno vissuta. È andato dunque a cercare in primo luogo quei bambini e quelle bambine che per la prima volta erano saliti su un treno per andare verso un&#8217;Italia che non conoscevano, una casa pronta ad accoglierli, ma profondamente diversa da quella nella quale fino allora avevano vissuto. La sua ricerca ha preso le mosse dalla vicenda di un altro paese meridionale, <strong>San Severo di Puglia</strong>, al quale <span style="color: #ff0000;"><strong>Giovanni Rinaldi</strong></span>, studioso della memoria orale dei braccianti aveva già dedicato un libro (<a href="http://www.giovannirinaldi.info/storiacinema.htm"><strong><span style="color: #993300;"><em>I treni della felicità</em></span></strong></a>, Ediesse 2009, ndr). A San Severo dunque, luogo di braccianti affamati e disperati, uno sciopero ed una manifestazione non autorizzata si trasformò, il 23 marzo del 1950, in una sorta di rivolta che venne immediatamente repressa dall&#8217;arrivo dell&#8217;esercito con i carri armati. Nei giorni successivi vennero arrestate, con l&#8217;accusa di «insurrezione armata contro i poteri dello Stato» 180 persone, uomini e donne. Decine di bambini rimasero soli, abbandonati, nelle case. Ma anche per loro giunse, subito, un&#8217;offerta di ospitalità, questa volta dalle donne dell&#8217;Udi di Ancona.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-size: medium;">Grazie al sostegno del <a href="http://www.vincenzosantoro.it/dblog/storico.asp?s=casa+Di+Vittorio">Progetto Casa Di Vittorio</a>, <strong><span style="color: #ff0000;">Alessandro Piva</span></strong> con <span style="color: #ff0000;"><strong>Giovanni Rinaldi</strong></span> sono riusciti a trovare i protagonisti e ricostruirne le vicende. Ci sono voluti anni per trovare quei testimoni e portare a compimento la ricerca. Ma ne valeva la pena. Derna Scandali, all&#8217;epoca dirigente delle donne comuniste di Ancona per prima, propose e organizzò l&#8217;accoglienza per i figli dei braccianti, oggi racconta, con un filo di ironia: «Quando arrivarono, la prima cosa che decidemmo fu di fargli un bagno». E Americo che, tornato a San Severo non voleva più mangiare e voleva tornare ad Ancona (dove in effetti alla fine è tornato), oggi ricorda l&#8217;emozione dell&#8217;arrivo, il primo gelato. «E chi lo aveva mai mangiato un gelato? E quando mi hanno dato il cono con la panna, io gli ho detto sommigghia a&#8217;recotte. Io conoscevo la ricotta, non conoscevo il gelato». Ed Erminia che aveva sette anni quando lasciò San Severo: «Mi sembrava di essere in una favola, dentro quel treno. Vedevo tutte queste luci nel mare che rispecchiavano e io non potevo capire cos&#8217;erano, perché non avevo mai sentito che c&#8217;era il mare&#8230;». E Luigina: «Qualcuno mi aveva detto: &#8220;Andate in Alta Italia? Attenti che quando arrivate i comunisti vi trasformano in sapone&#8221;. Allora spaventata dissi “non ci vado più, non ci vado più&#8230;&#8221;. Mio fratello e mia sorella invece che erano più piccolini, dicevano: “No, andiamo andiamo col treno. Non l&#8217;abbiamo mai visto il treno”. E così partimmo». Attraverso i racconti, rari documenti filmati dell&#8217;Istituto Luce e alcune raccolte fotografiche private, riemerge una vicenda italiana fatta di solidarietà, fatica, intelligenza, una storia bellissima, di cui andare fieri, per dirla con le parole di Luciana Viviani che di quella vicenda è stata una delle protagoniste.</span></p>
<p>Di seguito il bellissimo video-racconto di Giovanni Rinaldi sulla rivolta di San Severo del 23 marzo 1950 e la canzone che il gruppo Rione Junno ha realizzato a partire da quella composta dai rivoltosi</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/FV9j7hVDEHQ" width="420" height="345" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe> <iframe src="http://www.youtube.com/embed/UnNJBkCar5k" width="420" height="345" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/UnNJBkCar5k" width="420" height="345" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Baldina Di Vittorio: «Una vita con l’uomo che ha cambiato la storia dei lavoratori»</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 13:51:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[casa Di Vittorio]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Di Vittorio]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[Marcella Ciarnelli]]></category>
		<category><![CDATA[sindacato]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Marcella Ciarnelli da l&#8217;Unità del 21 marzo 2009 Ci voleva un gran coraggio a far nascere un figlio in quel cupo 1920 con il fascismo alle porte. E bisognava dargliene di coraggio a quella creatura. Così la bambina dagli occhi azzurri che arrivò in casa di Giuseppe e Carolina Di Vittorio fu chiamata Balda. Dal primo giorno, per tutti,... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/03/21/baldina-di-vittorio-una-vita-con-luomo-che-ha-cambiato-la-storia-dei-lavoratori/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial; color: #000000;">
<p><span style="font-size: medium;">di <span style="font-weight: bold;">Marcella Ciarnelli</span><br />
da l&#8217;Unità del 21 marzo 2009<br />
<img src="/public/divittorio.jpg" alt="" align="left" />Ci voleva un gran coraggio a far nascere un figlio in quel cupo 1920 con il fascismo alle porte. E bisognava dargliene di coraggio a quella creatura. Così la bambina dagli occhi azzurri che arrivò in casa di Giuseppe e Carolina Di Vittorio fu chiamata Balda. Dal primo giorno, per tutti, fu Baldina. Lei ora è una signora «di ottantotto anni e mezzo» precisa sorridendo, che vive con una straordinaria lucidità e partecipazione, con amore e nostalgia ma senza alcun rimpianto, con lo sguardo proteso al futuro senza aver dimenticato un attimo del lungo passato, l’esperienza di essere la testimone della vicenda umana e politica di un uomo che ha contribuito in modo determinante a cambiare la storia di questo paese. Il suo papà, <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Giuseppe Di Vittorio</span>, grazie ad una fiction di successo «bella e forte che in anteprima è stata proiettata a Cerignola, ed è giusto così», è stato scoperto da milioni di italiani, più di sei, che ignoravano la storia di «un personaggio straordinario, pieno di slancio, che ha sacrificato tutto ai suoi ideali<span id="more-2077"></span>». Ma non l’amore per la famiglia che è stata sempre un punto fermo. Molte soddisfazioni, molte gioie, grandi dolori e conti salati da pagare alla storia. E alcune posizioni «coraggiose ma dolorose sostenute, nonostante tutto, in cambio con un ingiusto isolamento. Ma lui non cambiò idea. Ed i carri armati russi che invasero l’Ungheria lui non li comprese mai». Cominciano così i ricordi dell’uomo che creò «un sindacato per troppo poco tempo unitario ma che, però, contribuì alla ricostruzione di un Paese che usciva da una guerra terribile. Ed anche il suo Piano per il lavoro fu incompreso». Un uomo che sempre preferì dialogo e confronto.</span></p>
<p>È un fiume in piena Baldina che ha «imparato a camminare sui tavoli della Camera del Lavoro», quando racconta dell’impressione straordinaria per questa improvvisa popolarità della figura del padre che l’ha resa «contenta ma anche preoccupata». Fa tanti progetti, specialmente rivolti ai giovani, «il futuro», e parla dei ragazzi che reagiscono ogni volta «prima con stupore e poi con interesse» al racconto della vita avventurosa di un bambino figlio di una terra aspra e bella che seppe alzare la testa, rivendicare i suoi diritti, e con i suoi quelli di tutti gli altri. E cambiare la storia. Forte di alcune convinzioni cui non rinunciò mai. L’importanza dello studio «perché le parole hanno un valore e bisogna studiare per crescere». La certezza che per contare davvero «i lavoratori dovevano essere organizzati e uniti». Conoscere e organizzarsi, dunque. «Uscire dall’improvvisazione, dalle forme di lotta primitive. Solo così, diceva mio, si sarebbero raggiunti i risultati». Saperne di più per riuscire davvero cambiare. «E per questo la prima iniziativa del circolo socialista fu quella di organizzare una scuola per i giovani e i braccianti. Aderirono in quattrocento» consapevoli che così si potevano combattere alla radice le ingiustizie di una società dove pochi volevano che nulla cambiasse per conservare, così, tutti i loro privilegi. Nell’accogliente salotto della casa romana di una signora che è stata dirigente dell’Udi ed anche parlamentare per due legislature, una alla Camera e l’altra al Senato, fanno da sfondo le foto con il padre, la famiglia unita, quelle del fratello Vindice morto troppo presto, il marito, la figlia Silvia. Si intrecciano nomi e ricordi. Baldina parla di Nenni e Amendola, di Togliatti e di Stalin esattamente come ricorda Ambrogio, il piccolo bracciante ucciso dallo scudiscio di un padrone arrogante e insensibile. «C’è anche nella fiction, andò proprio così. E allo stesso modo sono andati tutti gli altri episodi di una vita che, lo so, può sembrare inverosimile. Ma è la realtà. Nulla è stato romanzato. E non ho capito certe critiche. Mi sembra vadano nella linea che non condivido di un superbo distacco rispetto al sentire comune che è condivisione».</p>
<p>Parla della brutalità nei campi, della disperazione, dell’avvilimento ma anche della voglia di lottare per cambiare così come il padre gliel’ha raccontate e, poi, delle vicende vissute che il film «è riuscito a rendere al meglio». Nella memoria della figlia c’è la vita di un uomo coraggioso, un sindacalista e politico che ha dato il suo contributo a cambiare la società, ma che non ha mai dimenticato di essere anche un uomo fatto di passione, di amore. Con i suoi sentimenti, i suoi affetti, un «grande padre». «Non ci siamo mai separati, fin quando abbiamo potuto. Da bambini abbiamo cambiato città, paese, nome. Siamo stati clandestini e fuggiaschi. Ma di sera ci ritrovavamo a cena. La mamma, papà, Vindice ed io a raccontarci la nostra giornata. E poi, subito dopo, mi ricordo papà che si metteva al suo tavolo per lavorare andando avanti fino a tardi. In clandestinità non potevamo avere amici. Ma la famiglia, sarà perché venivamo dal sud, ci bastava». Il campo di concentramento, la prigionia, la guerra, la morte non sono riusciti a dividere neanche ora il sentire comune di quattro persone legate da un indissolubile amore che si legge negli occhi azzurri di Baldina, «gli unici della famiglia» precisa con un pizzico di civetteria.</p>
<p>I ricordi si inseguono. Tanti episodi. «Non ho mai raccontato che i miei genitori furono fidanzati per dodici anni e che mia madre, una donna davvero eccezionale, in quegli anni faceva l’economa per il Circolo giovanile socialista. Figuriamoci, una donna». Racconta del padre che davvero si comprò per due soldi “il libro con tutte le parole”. Di quando girava per la Puglia prima con una bicicletta comprata usata con una colletta tra i braccianti e poi su quel sidecar rosso che si riconosceva da lontano e su cui Di Vittorio portava tutta la famiglia ogni volta che andava ad incontrare i lavoratori. «L’ho visto sempre in mezzo ai braccianti». E quel dolore enorme raccontato e ripetuto «per non aver potuto studiare». Però Di Vittorio aveva imparato da solo «e quando arrivavano i giornali li leggeva agli altri». Scriveva per L’Internazionale. «Mandava gli articoli con l’invito a chi li riceveva a rileggerli e rimandarglieli con le correzioni per capire dove aveva sbagliato e non rifarlo più». Poi diresse, esule a Parigi, La voce degli italiani. Lì conobbe Anita che dopo la scomparsa di Carolina, la moglie e madre dei suoi figli, gli fu compagna fino alla morte. Scriveva con una grossa penna stilografica. Solo la nipotina ci poteva giocare.</p>
<p>«Lo so, sembra una fiaba. Ma la sua vita è stata proprio così». Ora Baldina Di Vittorio questa favola bella ma anche dura vuole continuare a raccontarla ai giovani. Con l’associazione Casa Di Vittorio vuole andare nelle scuole a raccontare di un bambino povero e ignorante che non rinunciò a studiare e di un uomo che fondò il sindacato moderno e non ha mai rinunciato a lottare contro le diseguaglianze e che è riuscito ad abbattere il muro della soggezione che sembrava troppo alto da superare quando da una parte c’era il padrone e dall’altro braccianti affamati. «Mondo era e mondo sarà» diceva il barone che il mondo voleva continuare a viverlo a modo suo. Giuseppe Di Vittorio quel mondo lo ha cambiato. «Spero che dalla difficile situazione di oggi si possa uscire anche facendo buon uso delle sue certezze».</p>
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<p><a class="a2a_button_facebook" href="http://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F03%2F21%2Fbaldina-di-vittorio-una-vita-con-luomo-che-ha-cambiato-la-storia-dei-lavoratori%2F&amp;linkname=Baldina%20Di%20Vittorio%3A%20%C2%ABUna%20vita%20con%20l%E2%80%99uomo%20che%20ha%20cambiato%20la%20storia%20dei%20lavoratori%C2%BB" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/facebook.png" width="16" height="16" alt="Facebook"/></a><a class="a2a_button_twitter" href="http://www.addtoany.com/add_to/twitter?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F03%2F21%2Fbaldina-di-vittorio-una-vita-con-luomo-che-ha-cambiato-la-storia-dei-lavoratori%2F&amp;linkname=Baldina%20Di%20Vittorio%3A%20%C2%ABUna%20vita%20con%20l%E2%80%99uomo%20che%20ha%20cambiato%20la%20storia%20dei%20lavoratori%C2%BB" title="Twitter" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/twitter.png" width="16" height="16" alt="Twitter"/></a><a class="a2a_button_google_plus" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_plus?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F03%2F21%2Fbaldina-di-vittorio-una-vita-con-luomo-che-ha-cambiato-la-storia-dei-lavoratori%2F&amp;linkname=Baldina%20Di%20Vittorio%3A%20%C2%ABUna%20vita%20con%20l%E2%80%99uomo%20che%20ha%20cambiato%20la%20storia%20dei%20lavoratori%C2%BB" title="Google+" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/google_plus.png" width="16" height="16" alt="Google+"/></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="http://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F03%2F21%2Fbaldina-di-vittorio-una-vita-con-luomo-che-ha-cambiato-la-storia-dei-lavoratori%2F&amp;linkname=Baldina%20Di%20Vittorio%3A%20%C2%ABUna%20vita%20con%20l%E2%80%99uomo%20che%20ha%20cambiato%20la%20storia%20dei%20lavoratori%C2%BB" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/whatsapp.png" width="16" height="16" alt="WhatsApp"/></a><a class="a2a_button_google_gmail" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_gmail?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F03%2F21%2Fbaldina-di-vittorio-una-vita-con-luomo-che-ha-cambiato-la-storia-dei-lavoratori%2F&amp;linkname=Baldina%20Di%20Vittorio%3A%20%C2%ABUna%20vita%20con%20l%E2%80%99uomo%20che%20ha%20cambiato%20la%20storia%20dei%20lavoratori%C2%BB" title="Google Gmail" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/gmail.png" width="16" height="16" alt="Google Gmail"/></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share_save#url=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F03%2F21%2Fbaldina-di-vittorio-una-vita-con-luomo-che-ha-cambiato-la-storia-dei-lavoratori%2F&amp;title=Baldina%20Di%20Vittorio%3A%20%C2%ABUna%20vita%20con%20l%E2%80%99uomo%20che%20ha%20cambiato%20la%20storia%20dei%20lavoratori%C2%BB" id="wpa2a_4">Condividi</a></p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/03/21/baldina-di-vittorio-una-vita-con-luomo-che-ha-cambiato-la-storia-dei-lavoratori/">Baldina Di Vittorio: «Una vita con l’uomo che ha cambiato la storia dei lavoratori»</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it">Vincenzo Santoro</a>.</p>
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		<title>Peppino Di Vittorio, l’uomo che non tolse pi&#249; il cappello</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Mar 2009 06:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[casa Di Vittorio]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Di Vittorio]]></category>
		<category><![CDATA[La Gazzetta del Mezzogiorno]]></category>
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		<category><![CDATA[Nichi Vendola]]></category>
		<category><![CDATA[sindacato]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Nichi Vendolada La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 marzo 2009 Un secolo fa. Era una Puglia aspra e feudale, abitata da una sterminata plebe rurale, abituata a vivere e a morire nel fango e nell’anonimato, come sospesa in un tempo ferocemente immobile, affamata di pane e di miracoli, educata alla soggezione verso quella casta agraria (nuova borghesia o vecchia... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/03/15/peppino-di-vittorio-luomo-che-non-tolse-pi-il-cappello/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;">di <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Nichi Vendola</span></span><br style="color: #000000;" /><span style="color: #000000;">da </span><span style="font-weight: bold; color: #000000;">La Gazzetta del Mezzogiorno</span><span style="color: #000000;"> del 15 marzo 2009</span><br style="color: #000000;" /><span style="color: #000000;"><br />
<img style="width: 371px; height: 401px;" src="/public/carino-cop.jpg" alt="" align="left" />Un secolo fa. Era una Puglia aspra e feudale, abitata da una sterminata plebe rurale, abituata a vivere e a morire nel fango e nell’anonimato, come sospesa in un tempo ferocemente immobile, affamata di pane e di miracoli, educata alla soggezione verso quella casta agraria (nuova borghesia o vecchia aristocrazia) che imponeva il proprio dominio come fosse una volontà del cielo. Nelle albe primonovecentesche del Sud il lavoro era ancora servitù della gleba, nelle piazze bellissime dei nostri paesi ancora col buio si mettevano in vendita le braccia, era il mercato dei braccianti ruotante attorno a una nuova figura di organizzatore e mediatore sociale: il caporale. Il caporalato era il presidio violento del latifondo, la ronda che controllava il territorio della subordinazione coatta al padrone, il selettore capriccioso della forza-lavoro: come in un’arcaica lotteria della vita, il caporale sceglieva a suo piacimento chi lavorava e chi no. Si era esclusi perché fisicamente considerati inidonei, perché sospettati di coltivare sentimenti socialisti,</span></span><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"><span id="more-2079"></span></span></span><span style="font-size: medium;"><span style="color: #000000;"> o semplicemente per esaurimento dell’offerta. Non esisteva orario di lavoro, da tenebra a tenebra, da notte a notte, spesso dovendo percorrere chilometri nella terra melmosa e petrosa portandosi sulle spalle gli attrezzi agricoli. Non esisteva salario che non fosse un tozzo di pane condito con una goccia d’olio. Il lavoro era merce povera, grezza, un puro fatto biologico da consumare (e da cui farsi consumare) in solitudine, in silenzio. Un secolo fa, nella campagna poverissima di Cerignola, fu un bracciante affamato a rompere per sempre quel silenzio e a spezzare le catene di quella solitudine che occultava la struttura materiale e simbolica di una gigantesca ingiustizia. Peppino Di Vittorio, ancora fanciullo, aveva visto morire suo padre e ne aveva dovuto ereditare la fatica nei campi. Ma quel bambino sentiva il fascino della parola, coltivava una straripante voglia di conoscere e di capire, comprò quel prodigioso libro che contiene tutte le parole del mondo (un dizionario), e costruì così, nella fatica supplementare di una auto-educazione, il sentimento della propria «autonomia intellettuale». Le parole gli servirono per decifrare i codici di una società odiosamente classista, e contemporaneamente per dare voce e significato a quelle vite, a quei volti, a quei cafoni il cui destino era parso pesare quanto una foglia in autunno. Vite smarrite di un lavoro da schiavi, di gente abituata a levarsi il cappello di fronte al padrone, in segno di ancestrale rispetto, in segno di atavica obbedienza. Perché lui era il padrone, i gendarmi lo proteggevano, i caporali ne garantivano la forza economica, il clero, in cambio di laute elemosine, ne magnificava la munificenza. Di Vittorio insegnò ai braccianti di Puglia – e del mondo – a non togliersi più quel cappello, e cioè a non subire oltre all’artiglio di un odioso comando di classe anche la carezza ideologica della soggezione paternalistica. Non togliersi il cappello significa guadagnare un punto di vista autonomo, prendersi spazi di libertà, cominciare ad abitare il lavoro come una narrazione collettiva, come una dimensione sociale, come un legame di comunità. Questa storia di un secolo fa va in onda stasera e domani su Rai 1 in una bella fiction coprodotta anche dalla nostra Regione e dalla nostra Apulia Film Commission. «Pane e libertà»: un storia che dice del nostro ieri ma anche del nostro oggi. La crisi, la paura del futuro, l’angoscia della precarietà tornano, in forme nuove, a bussare alle nostre case e ci ricordano che non c’è modernità se non c’è dignità e diritti nel lavoro; che non c’è libertà che non comporti fatica e lotte e passione. Anche oggi che i braccianti parlano slavo o africano, e i nostri ragazzi tornano ad emigrare per cercare un varco di speranza, anche oggi c’è bisogno di trovare un libro che ci dica le parole, quelle che mancano, quelle che Peppino seppe trovare e che a noi mancano ancora.</span></span></div>
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		<title>Leggere la fatica di leggere</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2007 06:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[casa Di Vittorio]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Rinaldi]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Di Vittorio]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Salvatore]]></category>
		<category><![CDATA[Puglia]]></category>
		<category><![CDATA[RaiTrade]]></category>
		<category><![CDATA[Salento]]></category>
		<category><![CDATA[tradizione]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Sangiovanni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>leggere la fatica di leggere© (II edizione, 2007) Con la musica e le parole alle radici della storia e della cultura popolare del Sud 26 ottobre &#8211; 8 novembre 2007 Foggia, Cerignola, Apricena, San Paolo di Civitate Il progetto “leggere la fatica di leggere“ è nato nel 2006 a Cerignola: terra di Nicola Zingarelli, autore del Vocabolario della lingua italiana,... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2007/10/18/leggere-la-fatica-di-leggere/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial;">
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #ff0000; font-size: large;"><span style="font-weight: bold;">leggere la fatica di leggere© (II edizione, 2007) </span></span><br />
<span style="font-style: italic; color: #000000;">Con la musica e le parole alle radici della storia e della cultura popolare del Sud</span><br />
26 ottobre &#8211; 8 novembre 2007<br />
</span><span style="font-size: small;">Foggia, </span><span style="font-size: small;">Cerignola, Apricena, San Paolo di Civitate</span><br />
<span style="font-size: small;"><br />
Il progetto “leggere la fatica di leggere“ è nato nel 2006 a <span style="font-weight: bold;">Cerignola</span>: terra di <span style="font-weight: bold;">Nicola Zingarelli</span>, autore del Vocabolario della lingua italiana, e terra di <span style="font-weight: bold;">Giuseppe Di Vittorio</span> che con un vocabolario cominciò la sua battaglia contro le ingiustizie e lo sfruttamento dei braccianti agricoli.<br />
Quest&#8217;anno è proprio la musica il filo conduttore del progetto, interpretando e sostendendo argomenti quali l&#8217;emigrazione, i canti sociali e politici, la storia e all&#8217;epopea del movimento bracciantile con Giuseppe Di Vittorio.<br />
Il progetto si estende anche territorialmente &#8211; su proposta del Comune di <span style="font-weight: bold;">Foggia</span> e del suo assessorato alle politiche giovanili &#8211; dal Basso all&#8217;Alto Tavoliere (Cerignola, Foggia, Apricena, San Paolo di Civitate). Ogni territorio, ogni comunità ha una sua storia e una sua identità e queste nella musica spesso si raccontano e rappresentano. “leggere la fatica di leggere“ compirà quest&#8217;anno un viaggio geografico e un viaggio nei generi &#8211;<span style="font-weight: bold;">la musica popolare dal canto sociale e politico alla musica jazz e contemporanea</span>-; nelle modalità di rappresentazione -presentazioni di libri, letture con musica, presentazioni multimediali, concerti; nelle differenti culture del cibo e dei prodotti genuini. <span id="more-404"></span>Uno spazio particolare sarà organizzato per i giovani autori con letture e presentazione di inediti letterari. Partiamo da San Paolo di Civitate dove la cultura del movimento bracciantile ha permeato la storia dell&#8217;intera collettività; passiamo da Foggia città capoluogo al centro del Tavoliere, luogo di incontro di culture diverse, città di migranti e di immigrati; proseguiamo per Cerignola, in cui la cultura e la storia delle classi popolari si sono rispecchiate nella storia personale del grande sindacalista Giuseppe Di Vittorio, del quale proprio quest&#8217;anno il 3 novembre ricorre il 50° anniversario dalla morte; concludiamo ad Apricena, città natale di <span style="font-weight: bold;">Matteo Salvatore</span>, che attorno ai temi della musica popolare sta sviluppando un progetto autonomo di identità e cultura.<br />
Gli incontri sono organizzati in luoghi differenti: uno stabilimento tipografico, una segheria della pietra, in un conservificio oleario, in una scuola elementare. Al termine degli eventi al pubblico presente saranno offerti prodotti della gastronomia locale, mentre nello stand dei libri saranno offerte proposte librarie con particolare attenzione ai temi e agli autori ospiti. </span></p>
<p>Programma</p>
<p>SAN PAOLO DI CIVITATE &#8211; Venerdì 26 OTTOBRE 2007 ore 19.30<br />
Scuola elementare “Mucedola“, Via Piave<br />
<span style="color: #ff0000; font-size: medium;">CALASOLE. Realtà e sogno dei braccianti nel Tavoliere </span><br />
Reading concerto<br />
Musiche di <span style="font-weight: bold;">Umberto Sangiovanni</span>, al pianoforte, voce <span style="font-weight: bold;">Rossella Ruini</span>, percussioni <span style="font-weight: bold;">Alfredo Ricciardi </span><br />
Letture e videoproiezioni di <span style="font-weight: bold;">Giovanni Rinaldi </span><br />
I brani interpretati da <span style="font-weight: bold;">Umberto Sangiovanni</span> sono tratti dai cd “La controra“ (RaiTrade 2004) e “Calasole“ (RaiTrade / Casa Di Vittorio, 2006).<br />
I testi letti da Giovanni Rinaldi sono di <span style="font-weight: bold;">Ivan Della Mea</span>, <span style="font-weight: bold;">Giovanni Mascolo</span> (da Tommaso Fiore, <span style="font-style: italic;">Il cafone all&#8217;inferno</span>, Palomar, Bari 2003), <span style="font-weight: bold;">Giuseppe Angione</span>, <span style="font-weight: bold;">Michele Sacco</span>, <span style="font-weight: bold;">Maria Manzi</span>, <span style="font-weight: bold;">Lucia Barbarossa</span>, <span style="font-weight: bold;">Carmine Giordano</span>, <span style="font-weight: bold;">Giuseppe Murgolo</span>, <span style="font-weight: bold;">Emanuele Monaco</span>, <span style="font-weight: bold;">Giuseppe Papa</span> (da G. Rinaldi &#8211; P. Sobrero, <span style="font-style: italic;">La memoria che resta</span>, Edizioni Aramiré, Lecce, 2004).</p>
<p><span style="font-style: italic;">Saranno offerte degustazioni di prodotti tipici. </span></p>
<p>___________________________________________________________________________<br />
FOGGIA &#8211; Domenica 28 OTTOBRE 2007 ore 19.30<br />
Centro Grafico Francescano, Via Manfredonia, prima traversa<br />
<span style="color: #ff0000; font-size: medium;"><span style="font-weight: bold;">MEMORIE DELLA TERRA. Racconti e canti di lavoro e di lotta del Salento </span></span><br />
Reading in musica<br />
Testi di <span style="font-weight: bold;">Vincenzo Santoro</span><br />
Voci narranti: Vincenzo Santoro e <span style="font-weight: bold;">Anna Cinzia Villani </span><br />
Canti eseguiti da <span style="font-weight: bold;">Daniele Girasoli</span>, <span style="font-weight: bold;">Maria Mazzotta</span>, <span style="font-weight: bold;">Enrico Noviello</span>, <span style="font-weight: bold;">Anna Cinzia Villani </span></p>
<p>I volumi da cui sono tratti i racconti<br />
<span style="font-style: italic;">Il Salento Levantino. Memoria e racconto del tabacco a Tricase e in Terra d&#8217;Otranto</span>, a cura di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello, Edizioni Aramirè<br />
Grazia Prontera, <span style="font-style: italic;">Una memoria interrotta. Lotte contadine e nascita della democrazia. Il Salento 1944- 1951</span>, Edizioni Aramirè</p>
<p><span style="font-style: italic;">Saranno offerte degustazioni di prodotti tipici. </span></p>
<p>___________________________________________________________________________<br />
FOGGIA &#8211; Lunedì 29 OTTOBRE 2007 ore 17.30<br />
Cortile del Palazzo di Città<br />
<span style="font-size: medium;"><span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">LA CORTE DELLE PAROLE </span></span><br />
Incontro di giovani scrittori, libri, letture, libere presentazioni di testi inediti, bookcrossing</p>
<p>FOGGIA &#8211; Lunedì 29 OTTOBRE 2007 ore 20.30<br />
Centro Grafico Francescano, Via Manfredonia, prima traversa<br />
<span style="font-size: medium;"><span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">NELLA TERRA DEI MIGRANTI</span></span><br />
Incontro con <span style="font-weight: bold;">Carmine Abate </span><br />
Introduce <span style="font-weight: bold;">Sergio D&#8217;Amaro</span> Scrittore, direttore del CDEC Centro di Documentazione sull&#8217;Emigrazione in Capitanata<br />
A seguire<br />
<span style="font-weight: bold; color: #ff0000; font-size: medium;">LA FESTA DEL RITORNO </span><br />
Reading-concerto sui testi di <span style="font-weight: bold;">Carmine Abate</span> con musiche dell&#8217;<span style="font-weight: bold;">Ensemble di Cataldo Perri </span><br />
Voce narrante Carmine Abate</p>
<p><span style="font-style: italic;">Saranno offerte degustazioni di prodotti tipici</span></p>
<p><span style="font-size: small;">___________________________________________________________________________</span><br />
<span style="font-size: small;">CERIGNOLA &#8211; Giovedì 3 NOVEMBRE 2007 ore 16.00<br />
(per il 50° anniversario dalla morte di Giuseppe Di Vittorio)<br />
Teatro Mercadante, Piazza Matteotti<br />
Inaugurazione mostra fotografica a cura di “Rassegna Sindacale“ e “Casa Di Vittorio“.<br />
<span style="font-weight: bold; color: #ff0000; font-size: medium;">SULLE TRACCE DI GIUSEPPE DI VITTORIO </span><br />
Fotografie di <span style="font-weight: bold;">Mario Dondero </span><br />
La mostra rimarrà aperta fino al 17 novembre 2007. </span></p>
<p>CERIGNOLA &#8211; Giovedì 8 NOVEMBRE 2007 ore 19,30<br />
Azienda Santo Stefano, Consorzio &#8216;La Bella di Cerignola&#8217;, Strada vic. S. Leonardo, 16<br />
Presentazione del volume<br />
<span style="font-weight: bold; color: #ff0000; font-size: medium;">DI VITTORIO A MEMORIA. Un documentario di parole</span><br />
di Angelo Ferracuti con fotografie di Mario Dondero, Edizioni Rassegna Sindacale<br />
Introduce Tarcisio Tarquini, giornalista, direttore “Rassegna Sindacale“</p>
<p><span style="font-weight: bold; color: #ff0000; font-size: medium;">LEGGERE DI VITTORIO </span><br />
Reading multimediale<br />
Testi e foto dal libro di <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Angelo Ferracuti </span>edito da “Rassegna Sindacale“<br />
Voce narrante Angelo Ferracuti, colonna visiva Mario Dondero, musiche dal vivo Umberto<br />
Sangiovanni</p>
<p><span style="font-style: italic;">Saranno offerte degustazioni di prodotti tipici</span></p>
<p>__________________________________________________________________________<br />
APRICENA &#8211; Sabato 10 NOVEMBRE 2007 ore 19.30<br />
Segheria Violano Marmi, Via Papa Giovanni XXIII<br />
<span style="font-weight: bold; color: #ff0000; font-size: medium;">ARCHIVI DELLA MEMORIA. Archivi sonori e cultura del territorio </span><br />
Presentazione in anteprima del libro<br />
<span style="font-weight: bold; color: #ff0000; font-size: medium;">Canti sociali nella Puglia settentrionale. L&#8217;archivio Rinaldi &#8211; Sobrero </span><br />
a cura di Giovanni Rinaldi, Squilibri editore<br />
con<br />
<span style="font-weight: bold;">Ivan Della Mea</span>, presidente Istituto E. de Martino<br />
<span style="font-weight: bold;">Vincenzo Santoro</span>, resp. Ufficio Cultura A.N.C.I.<br />
Presentazione di registrazioni originali e inedite di <span style="font-weight: bold;">Matteo Salvatore </span><br />
(dall&#8217;Archivio Rinaldi)</p>
<p>a seguire concerto dei<br />
<span style="font-size: medium;"><span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">RIONE JUNNO taranta power </span></span></p>
<p><span style="font-style: italic;">Saranno offerte degustazioni di prodotti tipici</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Progetto, direzione artistica e coordinamento: Giovanni Rinaldi<br />
Organizzazione e cura degli eventi:Associazione La controra, Roma<br />
Collaborazioni<br />
Progetto “Casa Di Vittorio“ di Cerignola, Art&#8217;infabrica di Foggia, Libreria Edicolè di Foggia, CDEC (Centro di Documentazione sull&#8217;Emigrazione in Capitanata) di S. Marco in Lamis, Squilibri Ed., Mondadori, Edizioni Aramirè, “Rassegna Sindacale“.<br />
Un ringraziamento particolare va alle aziende che hanno aderito alla nostra proposta, con entusiasmo, capacità organizzativa e grande ospitalità. </span><br />
<span style="font-size: small;"><br />
</span><span style="font-size: small;">Progetto promosso da Istituto per il Libro (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) in collaborazione con ANCI, Comune di Foggia, Comune di Cerignola, Comune di Apricena, Comune di San Paolo di Civitate.</span><br />
<span style="font-size: small;">INFO<br />
335.441100 &#8211; 347.6543093<br />
<a href="http://www.giovannirinaldi.info">www.giovannirinaldi.info</a><br />
<a href="http://www.ilpianetalibro.it">www.ilpianetalibro.it</a><br />
</span></p>
</div>
<p><span style="font-size: small;"> </span></p>
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		<title>Il mio disco nel nome di Di Vittorio</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2006 14:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[casa Di Vittorio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Claudio Gabaldi dal Corriere del Mezzogiorno dell&#8217;8 febbraio 2006 Il musicista foggiano al lavoro su “Calasole” s’ispira all’epopea bracciantile del Tavoliere I campi di cotone della Virginia come le distese di grano del Tavoliere: entrambi culle di un&#8217;arte nata dalla fatica più ingrata. Dai primi è nato il blues, e quindi il jazz; dai secondi sono nati i ritornelli... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2006/02/08/il-mio-disco-nel-nome-di-di-vittorio/">Read more &#187;</a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: arial;">
<p><span style="font-size: small;">di Claudio Gabaldi<br />
dal Corriere del Mezzogiorno dell&#8217;8 febbraio 2006</span></p>
<p><span style="font-style: italic;">Il musicista foggiano al lavoro su “Calasole” s’ispira all’epopea bracciantile del Tavoliere<span id="more-522"></span></span></p>
<p>I campi di cotone della Virginia come le distese di grano del Tavoliere: entrambi culle di un&#8217;arte nata dalla fatica più ingrata. Dai primi è nato il blues, e quindi il jazz; dai secondi sono nati i ritornelli plebei, dolenti e, molto più raramente, ribelli. Ritornelli che, in parte, hanno fatto da colonna sonora agli scontri di classe nelle campagne pugliesi, quando i “descamisados,” di Cerignola e dintorni sfilavano dietro l’effigie di Giuseppe Di Vittorio. A quei canti, a quelle storie, a quel capopopolo si ispira oggi il musicista foggiano Umberto Sangiovanni; che, guarda caso, compone prevalentemente in stile jazz. Autore ed esecutore, insieme alla Daunia Orchestra, del cd <span style="font-style: italic;">La controra</span>, uscito qualche anno fa, Sangiovanni adesso si accinge ad entrare nuovamente in sala d’incisione per registrare <span style="font-style: italic;">Calasole</span>, una raccolta di musiche dedicate al microcosmo dei braccianti. A sostenere l’iniziativa, che nasce sotto l’egida di RaiTrade, anche la “Casa Di Vittorio” di Cerignola: un insieme di progetti culturali in memoria del sindacalista che di Cerignola era originario. “L’idea mi è venuta &#8211; dice Sangiovanni al Corriere del Mezzogiorno &#8211; leggendo i testi raccolti da Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero nel libro <span style="font-style: italic;">La memoria che resta</span>. Si tratta di canti di lavoro, ma non solo di lavoro, che contadini e braccianti intonavano all&#8217;epoca in cui era vivo Di Vittorio. Io li ho rimusicati aggiungendo anche brani strumentali”.</p>
<p><span style="font-style: italic;">Qual è la provenienza di quei canti?</span><br />
Cerignola e San Severo. Ma non si tratta di provenienza certa. Ci sono sicuramente commistioni, perché i braccianti, alla ricerca di un ingaggio, si spostavano continuamente. E così come i braccianti li rimaneggiavano, adattandoli anche alle diverse circostanze di vita, io cerco di adattarli alla mia musica.</p>
<p><span style="font-style: italic;">E che cosa ne vien fuori?</span><br />
Qualcosa che definirei popular-jazz. Io sto lavorando su un suono etno jazz; ma decisamente più vicino al jazz che all’etno. Del resto, il mio quartetto è composto da un contrabbasso (Marco Siniscalco) un sax soprano e un clarinetto (Simone Salza), una batteria (Massimo D&#8217;Agostino) e un pianoforte, suonato da me. Tutto molto acustico.</p>
<p><span style="font-style: italic;">Chi canta?</span><br />
La stessa cantante che mi ha accompagnato in <span style="font-style: italic;">La controra</span>: Rossella Ruini. E&#8217; fiorentina, ma ha imparato ad esprimersi in foggiano.</p>
<p><span style="font-style: italic;">I testi cosa dicono?</span><br />
E’ inutile cercarvi una struttura elaborata. Comunicano più che altro emozioni. Se vogliamo, possiamo definirli ermetici: con tre o quattro parole aprono lo spaccato su un mondo. <span style="font-style: italic;">&#8216;U sol adda calà</span>, ad esempio, è una frase che ha già un suo suono poetico. In sottofondo, però, domina l&#8217;amarezza. Anche quando si parla d’amore, la nota dolente non manca mai.</p>
<p><span style="font-style: italic;">Per esempio?</span><br />
C’è Maddalena, una canzone in cui il fidanzato chiede alla donna di non andare a lavorare, perché, in cambio di 350 lire al giorno, si consuma, sfiorisce. Amore, tenerezza ma con la fatica sempre sullo sfondo: è una delle contraddizioni della nostra terra. Un&#8217;altra è proprio nel titolo dell’album: <span style="font-style: italic;">Calasole</span>. Un momento sognante, quello del tramonto: ma il sole cala su campi di sofferenza. E&#8217; una suggestione magica e terribile allo stesso tempo”.</p>
<p><span style="font-style: italic;">E’ tutto così tenero, sfumato e struggente?</span><br />
No, c’è anche un brano durissimo. Nasce dai versi di Michele Sacco, poeta-bracciante di Cerignola: <span style="font-style: italic;">Dint&#8217;a &#8216;sti camp, semp&#8217;assiccat a gula maja&#8230;.</span> E&#8217; il lamento di un bracciante che non può avvicinarsi alla bottiglia dell&#8217;acqua, perchè glielo impedisce il sovrastante, il guardiano armato di frusta”.</p>
<p><span style="font-style: italic;">Non è la stessa scena cantata da Matteo Salvatore in </span>Lu sovrastande<span style="font-style: italic;">, appunto?</span><br />
Sì. E pensare che tutto questo accadeva davvero, ai primi del Novecento, fa rabbridivire.</p>
<p><span style="font-style: italic;">Ma Di Vittorio che cosa c&#8217;entra?</span><br />
Di Vittorio amava la musica. Lo ricordano gli stessi braccianti, nelle loro testimonianze. Dicono che li invitava a fare le serenate alle fidanzate, a cantare. Considerava la musica un respiro di vita per quella gente; e voleva che li aiutasse ad elevarsi. Poi Di Vittorio fu anche protagonista di sonetti che ne cantavano le gesta.</p>
<p><span style="font-style: italic;">E nel cd come entra?</span><br />
C&#8217;è un brano strumentale, <span style="font-style: italic;">Peppì</span>, dedicato a Di Vittorio. Ma, al di là del brano, Di Vittorio è stato il punto di partenza e quello di arrivo per questo lavoro: perchè questi canti fanno capire quali fossero le condizioni di vita nelle campagne; e l’esperienza Di Vittorio ci ha aiutato a capire come quelle condizioni sono cambiate.</p>
<p><span style="font-style: italic;">Quanti brani conterrà il Cd?</span><br />
Dodici. E al momento ne ho composti undici. Non tutti di origine bracciantile. Due sono di estrazione tradizionale. C&#8217;è la <span style="font-style: italic;">Montanara</span>, che è poi il nome autentico di quella che è arcinota come <span style="font-style: italic;">Tarantella del Gargano</span>. E poi una ninna nanna di Monte Sant&#8217;Angelo, con la quale richiamo il dramma dei bambini. All&#8217;epoca di Di Vittorio anche loro, i piccoli, venivano ‘venduti’ per essere utilizzati nel lavoro dei campi. Tornavano a casa, e quando non c&#8217;era niente da mangiare le madri cantavano loro una ninna nanna.</p>
<p><span style="font-style: italic;">E il dodicesimo brano?</span><br />
Vorrei rifare in versione strumentale un pezzo meraviglioso di Matteo Salvatore: <span style="font-style: italic;">Lu bene mio</span>. E&#8217; molto originale dal punto di vista musicale.</p>
</div>
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		<title>Casa Di Vittorio: un museo di ricordi</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2005 08:23:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[casa Di Vittorio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Leonardo Aucello da Gargano Nuovo, dicembre 2005 Casa museo. A Cerignola, nella casa natale di Di Vittorio, una raccolta di canti e testimonianze per dar voce ai braccianti-operai del Tavoliere. La riedizione del libro di Rinaldi e Sobrero Ho conosciuto, seppure indirettamente e di straforo, la prima edizione del volume di Giovanni Rinaldi e di Paola Sobrero nel 2003... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2005/12/10/casa-di-vittorio-un-museo-di-ricordi/">Read more &#187;</a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: arial;">
<p><span style="font-size: small;">di <span style="font-weight: bold;">Leonardo Aucello</span><br />
da Gargano Nuovo, dicembre 2005</span></p>
<p><span style="font-style: italic;">Casa museo. A Cerignola, nella casa natale di Di Vittorio, una raccolta di canti e testimonianze per dar voce ai braccianti-operai del Tavoliere. La riedizione del libro di Rinaldi e Sobrero<span id="more-530"></span></span></p>
<p>Ho conosciuto, seppure indirettamente e di straforo, la prima edizione del volume di Giovanni Rinaldi e di Paola Sobrero nel 2003 quando un mio compaesano, il professor Sergio D&#8217;Amaro, ha pubblicato come gadget de &#8220;La Gazzetta del Mezzogiorno&#8221; nella Collana <span style="font-style: italic;">Ori di Puglia</span> dell&#8217;Editore Schena di Fasano, diretta dal famoso scrittore pugliese Giuseppe Cassieri, una bella plaquette intitolata <span style="font-style: italic;">Canti del Tavoliere &#8211; Disperazione e riscatto in Capitanata tra Otto e Novecento</span>. In questo volumetto sono riportate più volte testimonianze di braccianti-contadini e alcuni canti popolari compresi nella raccolta <span style="font-style: italic;">La memoria che resta &#8211; Vita quotidiana, mito e storia dei braccianti nel Tavoliere di Puglia</span>, Edizioni Aramirè, Lecce 2004, con la Prefazione del regista Alessandro Piva, che è una via di mezzo tra una breve analisi del volume e la descrizione dell&#8217;incontro con uno degli autori.</p>
<p>Si tratta di una nuova edizione: la prima, alla quale facevo riferimento, risale al 1981 ed è stata pubblicata dall&#8217;Amministrazione e dalla Biblioteca provinciale di Foggia. La raccolta delle testimonianze tendeva da parte di Rinaldi e della Sobrero a un Progetto culturale, quello cioè di creare in Puglia un <span style="font-style: italic;">Archivio della cultura di base</span>, con l&#8217;obiettivo di dar voce a chi non ha voce, per dirla con Silone; vale a dire lasciar parlare quell&#8217;immensa massa di braccianti e sottoproletariato urbano in modo da narrare direttamente le amare esperienze legate al sudore del lavoro nei campi. La stessa, cioè, che per buona parte del ventesimo secolo, ha costituito le braccia-lavoro delle distese del Tavoliere delle Puglie, soprattutto quelle a confine tra la provincia foggiana e barese.<br />
Il fulcro dell&#8217;indagine e del racconto è incentrato essenzialmente su Cerignola, centro agricolo della Capitanata con uno sterminato latifondo circostante, punto di raccordo del bracciantato agricolo delle vaste zone ofantine e dintorni. Ci troviamo di fronte a un paese abbastanza popoloso, amato dal Mascagni nella sua <span style="font-style: italic;">Cavalleria rusticana</span> e che ha dato i natali, non solo al musicista Pasquale Bona, al medico-chimico Galileo Pallotta, e al ministro del Regno d&#8217;Italia, Giuseppe Pavoncelli, ideatore del progetto per la costruzione dell&#8217;acquedotto pugliese, ma soprattutto ai suoi due figli più noti e apprezzati, Nicola Zingarelli, autore del molto consultato vocabolario della lingua italiana, naturalmente con i continui aggiornamenti e Giuseppe Di Vittorio, segretario nazionale della CGIL dal 1945 fino alla morte nel 1957.</p>
<p>Il volume di Rinaldi e della Sobrero, compilato sotto un&#8217;ottica essenzialmente etnologica, ma con riferimenti storici abbastanza particolareggiati, la cui ricerca abbraccia quasi l&#8217;intero decennio settanta, consta di due parti: una prima costituita da testimonianze dirette di braccianti, contadini e operai, i quali, in un&#8217;età senile, prestano la loro memoria per riannodare il presente con un passato che gli ha visti partecipi di un&#8217;epoca che sembra ormai segnare il passo. La seconda, invece, è formata da un&#8217;intera sezione dedicata ai canti popolari cerignolani. Di questi ultimi, alcuni, soprattutto quelli a carattere politico, o riferiti al periodo della mietitura e della vendemmia, sono in un certo qual modo autoctoni; mentre altri appartengono alla tradizione più in generale pugliese e sono conosciuti pure nelle zone montane, come quella del Gargano, quali, ad esempio, <span style="font-style: italic;">Mariteme all&#8217;Amereca</span>, <span style="font-style: italic;">All&#8217;acqua alla fundanella</span>, <span style="font-style: italic;">La mamma de Lucietta &#8216;eva gilosa</span>, con una variante garganica di <span style="font-style: italic;">Cuncettella </span>e la festa del<span style="font-style: italic;"> Primo Maggio</span>.</p>
<p>Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero hanno curato pure il testo autobiografico di Giuseppe Angione, al quale, tra l&#8217;altro, gli stessi hanno dedicato un Laboratorio culturale. Si tratta di un bracciante e militante comunista molto attivo, amico di Di Vittorio, oltre che poeta e sindaco di Cerignola. Il titolo del suo libro, dalle reminiscenze del filosofo Campanella, è il seguente: <span style="font-style: italic;">La città del sole. Realtà e sogno di un bracciante</span>. Cerignola, 1982. I due autori hanno pubblicato altri volumi, tra cui I<span style="font-style: italic;">l simbolo conteso. Simbolismo politico e religioso nelle culture di base meridionali</span>, Roma, 1979; oltre ai numerosi <span style="font-style: italic;">Fogli Volanti</span>, Cultura di Base. Mentre Rinaldi ha curato da solo l&#8217;opera <span style="font-style: italic;">Primo Maggio. Protagonisti e simboli della festa del lavoro a Cerignola e in Puglia</span>, Cerignola, 1982.<br />
Certamente in tutte queste raccolte, incentrate sull&#8217;immagine bracciantile cerignolana, aleggia trionfante, senza dubbio, la figura, come nel testo odierno, di Giuseppe Di Vittorio, grande organizzatore di masse proletarie, un po&#8217; masaniello e un po&#8217; Che Guevara, con l&#8217;intuito chiaro di chi ha in mente obiettivi di grande portata, come i diritti umani, sociali e sindacali dei lavoratori. Infatti tutti i protagonisti delle lotte proletarie nell&#8217;agro di Cerignola dagli inizi del ventesimo secolo fino agli anni Cinquanta, intervistati da Rinaldi e Sobrero, non hanno fatto altro, appunto, che essere stati fedeli a un unico ideale ed aver operato e lottato a fianco di Di Vittorio, con un ruolo di comprimari, cioè, di una guida attenta e risoluta che ha condotto il bracciantato cerignolano agli onori della cronaca sindacale nazionale.</p>
<p>E proprio a fianco di Di Vittorio, intorno alle organizzazioni locali della Federterra e la Camera del Lavoro, si sono mossi altri braccianti, riscattati culturalmente dalla miseria e dall&#8217;analfabetismo dilagante, tra cui il già ricordato Giuseppe Angione, Domenico Di Virgilio, Michele Sacco, Raffaele Pingiali, Antonio Di Giovanni, i poeti-cantastorie come Savino Totaro e Francesco Borrelli, questi ultimi due con le loro macchiette e ballate popolari dialettali, <span style="font-style: italic;">E come vogghie fè</span>, e <span style="font-style: italic;">I sacce nu bbelle cantà</span> addolcivano gli animi stanchi e provati dalla fatiche della moltitudine dei loro paesani.</p>
<p>Dalla parte opposta c&#8217;era la Cerignola bene con l&#8217;enorme latifondo delle famiglie nobili specialmente i duchi Pavoncelli, risalenti all&#8217;illustre concittadino, Ministro, a cavallo dei due secoli, nel periodo pregiolittiano; insieme a loro si ricordano i duchi de La Rochefoucauld, discendenti dell&#8217;insigne moralista francese del Seicento, Francois La Rochefoucauld, autore di un libro di Massime, proprietari, questi ultimi, tra l&#8217;altro, della famosa tenuta della Masseria Torre Quarto, e distillatori di un vino pregiato locale, ormai, se non erro, scomparso, la cui stoffa aromatica richiamava il sapore dei vini della loro patria d&#8217;origine. Vanno menzionati anche alcuni agrari come i Cirillo Farrusi e i Zezza. E in capo a tutti, il nemico numero uno dei braccianti nel periodo fascista, anche lui cerignolano, l&#8217;avvocato Giuseppe Caradonna, dalla statura possente, che, pur essendo mutilato di guerra, non solo fece parte della Marcia su Roma nel &#8217;22, a fianco di Mussolini, ma fondò a Cerignola persino una <span style="font-style: italic;">Squadra d&#8217;azione</span>, completamente alle sue dipendenze, sempre pronte per reprimere ogni iniziativa operaia dei socialisti e dei comunisti, addirittura nell&#8217;intera area del territorio di Capitanata e anche oltre. In ogni loro intervento repressivo, essi ripetevano a squarcia gola slogan del tipo: «Ohè! Per la Mala donna!, noi siamo gli squadristi di Peppino Caradonna!»; oppure: «Manganello, manganello, tu rischiari ogni cervello!».</p>
<p>Ma nell&#8217;animo straziato e vilipeso nella loro onorabilità di onesti lavoratori sfruttati, Di Vittorio ripeteva ai compagni la frase di Marx agli operai londinesi a cui rivolse l&#8217;invito verso il riscatto socio-politico-culturale: «Proletari, voi siete piccoli perché state in ginocchio! Alzatevi!».<br />
Riflessi repressivi appaiono in molte opere di quel periodo e anche dopo. Un bracciante autodidatta di un paese del Gargano, di nome Antonio Salvato, socialista, in una sua autobiografia intitolata <span style="font-style: italic;">A pietra e a pane</span> racconta che nei primi anni Venti, certi simpatizzanti fascisti del posto, a volte, chiedevano espressamente l&#8217;intervento degli squadristi cerignolani, capeggiati appunto dall&#8217;onorevole Caradonna per sedare qualche ribellione di lavoratori giornalieri, o semplici salariati agricoli.<br />
In sostanza la città di Cerignola, durante l&#8217;era del Duce, assume quindi un duplice aspetto, ognuno dei quali si colloca nel cuore di un&#8217;organizzazione esplosiva, come punto di snodo di una doppia entità sociale: una reazionario-repressiva dei fascisti di Caradonna; e l&#8217;altra bracciantile riformisto-rivoluzionaria che vedeva nella lotta per i diritti umani e sociali dei lavoratori la bandiera del social-comunismo, emblema del riscatto del sottoproletariato urbano e rurale dell&#8217;intera zona del basso Tavoliere, che faceva capo a Di Vittorio e ai suoi collaboratori, ma che abbracciava masse enormi dell&#8217;intera zona geografica che si estendeva da Orta Nova, a Stornara, Stornarella, Canosa, Zapponata, Margherita di Savoia, Trinitapoli e San Ferdinando. Ed è proprio questo il vero baricentro della lotta operaia antifascista.</p>
<p>Nella Prefazione al volume autobiografico di Domenico Di Virgilio intitolato <span style="font-style: italic;">Comunista a Cerignola</span>, pubblicato nel 1980 dalla Collana Editoriale Quaderni del Sud Lacaita, Manduria, l&#8217;onorevole Michele Pistillo di San Severo, studioso e autore di un&#8217;ottima monografia su Giuseppe Di Vittorio, parlando della situazione politico-sociale, a proposito dell&#8217;organizzazione bracciantile a Cerignola prima e durante l&#8217;epoca fascista, scrive testualmente: «Cerignola è la vera capitale, in Puglia, del bracciantato agricolo. Ai primi del secolo, in questo centro, è concentrata la massa più grande, in senso relativo, di salariati agricoli che ci sia nella regione pugliese. L&#8217;83,04% di tutti i lavoratori di Cerignola sono braccianti e salariati agricoli. Quasi tutto il resto è costituito da contadini poveri, con un piccolo pezzo di terra che non si differenziano gran che dai primi. Di contro, vi è una forte concentrazione della proprietà terriera, col 72% della terra coltivabile condotta con criteri capitalistici. Il taglio è netto, la contrapposizione frontale, lo scontro spesso aspro e violento. Contro i braccianti è l&#8217;agraria, prepotente e violenta, che non ammette neppure il principio dell&#8217;organizzazione dei lavoratori e che farà di tutto per non riconoscere la Lega; è tutta la stampa padronale o ad essa asservita; i diversi poteri dello Stato».</p>
<p>Ma già la cultura ufficiale meridionale, nei primi decenni del secolo, fa sentire la sua voce di protesta contro il sistema borghese latifondista del Mezzogiorno sia al tempo di Giolitti prima che di quello fascista poi con due intellettuali pugliesi di spicco appartenenti all&#8217;area socialista massimalista, che diventarono i <span style="font-style: italic;">maitre a penser</span> del Sud contadino, povero e sfruttato dal potere dei grandi agrari, massicciamente diffusi in tutto il territorio meridionale. Ci riferiamo, senza dubbio, a Tommaso Fiore di Altamura, autore di alcune opere storico-letterarie, sulla condizione civile e sociale delle masse proletarie pugliesi, il quale faceva sentire la sua protesta di intellettuale impegnato con la pubblicazione di alcune lettere, meglio conosciute con il titolo, <span style="font-style: italic;">Un popolo di formiche</span>. Precedentemente un altro studioso pugliese controcorrente, già nei primi anni del Novecento ha alzato lo scudo a difesa dei soprusi dei padroni e del sistema politico del potere centrale giolittiano contro le masse contadine del Sud. Si tratta di Gaetano Salvemini di Molfetta, storico di estrazione socialista, che nel 1909 pubblicava la famosa opera <span style="font-style: italic;">Il ministro della malavita</span>; e man mano veniva componendo dei saggi sulla condizione disumana nel Sud, raccolti poi in volume nel 1955 con il titolo di <span style="font-style: italic;">Scritti sulla questione meridionale</span>.</p>
<p>A fianco all&#8217;opera dei due pensatori, e di alcuni altri, è apparsa nel tempo, comunque, specialmente negli ultimi trent&#8217;anni, una produzione documentaristica di diari, autobiografie, memorie, testimonianze, composta e pubblicata da contadini e braccianti autodidatti, consegnando, così, alle future generazioni la loro piccola ma importante testimonianza di un vissuto storico, pregno di valore sociale e culturale da non sottovalutare: Si ricordano alcuni volumi importanti: dai racconti del medico-romanziere di Trinitapoli, Domenico Lamura, <span style="font-style: italic;">La saggezza di John Spencer</span>, dell&#8217;Editore Adda di Bari; al romanzo del suo compaesano, Mauro Crocetta, con <span style="font-style: italic;">Storia di cafoni</span>, della Collana Editoriale Quaderni del Sud Lacaita, Manduria; per continuare con il libro dell&#8217;etnologa dell&#8217;Università barese Annamaria Rivera intitolato <span style="font-style: italic;">Vita di Amelia, storia di una contadina di Troia</span>; e ancora Mario Tricarico di Torremaggiore con il <span style="font-style: italic;">diario di una Cafone</span>, Violamaro. Oltre, naturalmente ai due volumi già ricordati di Domenico Di Virgilio di Cerignola e Antonio Salvato di San Marco in Lamis.</p>
<p>E per finire, il romanzo di una scrittrice pugliese, prematuramente scomparsa, Maria Teresa Di Lascia <span style="font-style: italic;">Passaggio in ombra</span>, ambientato a Rocchetta Sant&#8217;Antonio, che narra la storia di una ragazza negletta dell&#8217;Appennino dauno, molto miope e semianalfabeta.</p>
<p>Tutte le anzidette vicende storico-narrative si intrecciano quindi con il movimento operaio-bracciantile di Capitanata.</p>
<p>A queste lotte sociali si richiama dunque la raccolta di testimonianze di Rinaldi e Sobrero, <span style="font-style: italic;">La memoria che resta</span> che è rivolta essenzialmente, più che alle vecchie, alle nuove generazioni le quali, pur rimandando a quegli eroici tempi il proprio nome e le proprie origini, tuttavia esse hanno smarrito il filo della memoria, che appare importante per riannodare i due mondi, quello bracciantile-operaio di una volta con quello postmoderno, multimediale della società tecnologica di oggi.<br />
Ecco perché l&#8217;autore, in collaborazione con il Comune di Cerignola, intende trasformare la casa di nascita del sindacalista concittadino, Giuseppe Di Vittorio, in un museo di ricordi, affinché il suo pensiero e la sua opera non vadano smarriti per sempre. E la Cerignola di oggi cerchi in ogni modo di non dimenticarlo.</p>
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		<title>I braccianti di Puglia</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2005 16:18:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[casa Di Vittorio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Emanuele Di Nicola tratto da www.100annicgil.it 10 ottobre 2005 La storia d’Italia è spesso accompagnata dall’aggettivo “ufficiale”, come se questo costituisse un attestato d’importanza, potesse conferirle un valore speciale. Dietro all’istituto di ricerca, però, esiste un sottobosco di investigatori acuti e partecipi, appassionati del loro lavoro, non meno dignitosi di altri.Sono gli specialisti del primo piano, coloro che non... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2005/10/10/i-braccianti-di-puglia/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<p><span style="font-size: small;"><span style="font-family: arial;">di Emanuele Di Nicola<br />
tratto da <a href="http://www.100annicgil.it">www.100annicgil.it</a><br />
10 ottobre 2005</span></span></p>
<p>La storia d’Italia è spesso accompagnata dall’aggettivo “ufficiale”, come se questo costituisse un attestato d’importanza, potesse conferirle un valore speciale. Dietro all’istituto di ricerca, però, esiste un sottobosco di investigatori acuti e partecipi, appassionati del loro lavoro, non meno dignitosi di altri.<span id="more-537"></span><br style="font-family: arial;" /><br style="font-family: arial;" /><span style="font-size: small;"><span style="font-family: arial;">Sono gli specialisti del primo piano, coloro che non si accontentano dello sfondo e impugnano la lente della ricerca basandosi su eventi locali, voci, volti e persone: <span style="font-style: italic;">La memoria che resta</span> ne è un ottimo esempio.</span></span><br style="font-family: arial;" /><br style="font-family: arial;" /><span style="font-size: small;"><span style="font-family: arial;">Partendo dalla realtà circoscritta del Tavoliere di Puglia, analizzandola dai primi del Novecento sino agli anni settanta, i due autori (Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero) intraprendono un percorso decennale (la ricerca è iniziata nel 1974) per articolare, più che un libro, un progetto: “un racconto collettivo, pagine di una storia recente che sembra remota, scritta da noi e da quei braccianti che non ci sono più e vivono nel fondo più raccolto e fiero della nostra memoria”. Seppure il volume si divida in cinque sostanziali capitoli, che ripercorrono condizioni, usi e costumi dei lavoratori pugliesi, la forma cartacea del saggio non è l’unica, e neanche la principale: l’analisi è minuziosamente incorniciata dai racconti in prima persona degli intervistati (soprattutto braccianti, ma anche donne, sindacalisti, attivisti politici), 142 fotografie (dal bianco e nero fino al colore delle più recenti) e due cd audio, che ospitano rispettivamente 23 racconti dal vivo e 42 canti popolari. Come raccontano gli autori, il patrimonio visivo era conservato “grazie alla premura di un sindacalista” alla Camera del lavoro di Cerignola, vera base della loro ricerca: anche se “scartate e cestinate quale materiale inutile” hanno deciso di riportare le foto alla luce, riordinandole in un percorso preciso e minuzioso per squarciare finalmente il velo dell’anonimato.</span></span><br style="font-family: arial;" /><br style="font-family: arial;" /><span style="font-size: small;"><span style="font-family: arial;">In apertura di volume, Rinaldi e Sobrero, richiamandosi apertamente agli “storici scalzi” (secondo la tradizione, quei professionisti ostinati ed efficaci ma rigorosamente privi di titolo accademico), espongono i nodi cruciali del loro lavoro: ci tengono a specificare che “non si è voluto in ogni caso privilegiare il rapporto con personalità dotate di qualche carattere di eccezionalità rispetto a quelle comuni”, quindi la parola spetta alla vita quotidiana. Molteplici e sfaccettate si rivelano le questioni di metodo: dal problema dell’interpretazione del ricordo, spesso narrato con gli occhiali della propria parte politica, fino al dislivello, ossia quella rete intricata di piccole incongruenze tra racconti comuni. La stratificazione della memoria, la sua perdita di smalto nel corso degli anni, si coniuga alla soggettività dei narratori stessi; gli scrittori si muovono su questo sentiero complesso, indirizzando la loro ricerca per annotarne i tratti ricorrenti, nello stesso tempo permettendole di spaziare seguendo i suoi percorsi naturali.</span></span><br style="font-family: arial;" /><br style="font-family: arial;" /><span style="font-size: small;"><span style="font-family: arial;">Emergono così spaccati di realtà ordinaria, partendo rigorosamente dal tratteggio del contesto: la casa napoletana dei Pavoncelli &#8211; artefice dello sviluppo del Tavoliere nell’ultimo trentennio dell’Ottocento &#8211; all’alba del nuovo secolo esercita lo strapotere sul territorio (oltre 7.000 ettari in provincia di Foggia, di cui la metà nell’agro di Cerignola), inaugurando un embrionale capitalismo, tra bassi salari e modernizzazione dei macchinari. Da queste premesse affiora una storia di schiene piegate dal lavoro, tra malaria e piccola criminalità, dove i versi di Giuseppe Angione, bracciante e poeta, superano ogni descrizione: “Si moriva per mancanza / d’ogni cosa necessaria / pane, mai nella credenza / della casa proletaria”.</span></span><br style="font-family: arial;" /><br style="font-family: arial;" /><span style="font-size: small;"><span style="font-family: arial;">Dalla narrazione drammatica (“scoppiò da noi una malattia chiamata Spagnola che colpì tutto il sesso femminile”) si passa alla considerazione politica (“Mentre la schiavitù era stata abolita dalla Rivoluzione Francese, in Italia il fascismo ripristinò la schiavitù sul lavoro nelle campagne”) e all’amaro dato di fatto (“Ogni giorno due ore in più per Mussolini, il fascista, a beneficio della nazione. … Poi la paga a quanto volevano loro”): talvolta in dialetto, per mantenere la forza della genuinità, tutto viene narrato in presa diretta grazie all’acuta scelta degli studiosi di mettersi da parte, eliminare il loro filtro e affidarsi al gergo della vita vera.</span></span><br style="font-family: arial;" /><br style="font-family: arial;" /><span style="font-size: small;"><span style="font-family: arial;">Nel procedere della narrazione la memoria acquista colore: si attraversa la nascita dell’attività politica e la rivendicazione dei diritti di base, che prese le mosse dal Circolo giovanile socialista di Cerignola (1909), laboratorio locale per la lotta di classe. Qui svolse la sua prima funzione organizzativa il bracciante più celebre e amato di Cerignola: Giuseppe Di Vittorio, cui il volume dedica un ampio spazio originale e appassionante. Più che la sua statura politica, seppure costantemente evocata dalla voce popolare, Rinaldi e Sobrero si soffermano sulla percezione del “mito” Di Vittorio nella coscienza popolare: incarnazione di tutte le rivendicazioni operaie, compresa l’ostinata dignità della loro condizione, nonostante i suoi ruoli futuri è una figura squisitamente anti-istituzionale, “legata al primo periodo del sindacalismo rivoluzionario”. Nel rammentare il suo nome, per i lavoratori l’iperbole è dietro l’angolo: l’esaltazione delle qualità personali &#8211; in virtù delle quali l’attivista “disdegnava l’altoparlante” per un diretto contatto con la sua gente &#8211; si unisce a un’autentica cristologia del personaggio, testimoniata dalle foto d’epoca che affiancano nel focolare domestico l’immagine di Gesù a quella di Di Vittorio. Per gli autori non siamo dalle parti del culto della personalità, ma si tratta di “un evento di fondazione dal quale partire per la realizzazione di aspirazioni riconosciute possibili, di mete ritenute conquistabili”.</span></span><br style="font-family: arial;" /><br style="font-family: arial;" /><span style="font-size: small;"><span style="font-family: arial;"><span style="font-style: italic;">La memoria che resta</span>, come detto, vuole aggirare l’eccezione: inevitabile soffermarsi, nella sua ultima parte, sulle tradizioni della massa operaia, dall’accentuata ritualità del Primo Maggio nella “rossa Cerignola” ai canti popolari, elementi di aggregazione ma anche contestazione ideologica (spesso intonati al passaggio di una processione religiosa), di cui sono minuziosamente riportati i testi in dialetto e le relative traduzioni.</span></span><br style="font-family: arial;" /><br style="font-family: arial;" /><span style="font-size: small;"><span style="font-family: arial;">Questi tasselli di una realtà riscoperta narrano minuziosamente la storia dell’”altra Italia”, quella disagiata e combattiva delle campagne, regalando valore universale a un fazzoletto di terra; una storia di cui non occorre affatto vergognarsi, come sottolineava Di Vittorio nei suoi discorsi e come ribadiscono gli autori, che attendeva da troppo tempo di essere raccontata. Dunque i racconti si sovrappongono tra realismo e imperfezione, e proprio da questo deriva il loro fascino: il libro non è un comizio ma una libera chiacchierata, le voci &#8211; intrecciate secondo diverse modalità (il racconto, la poesia, la canzone) &#8211; non vogliono imporsi ma soltanto esprimersi. Non sono eroi questi braccianti pugliesi ma uomini comuni, e come tutti i mortali in questo libro soddisfano la loro massima aspirazione: essere ascoltati.</span></span><br style="font-family: arial;" /><br style="font-family: arial;" /><span style="font-size: small;"><span style="font-family: arial;">Uno spaccato di quotidianità che vanta un elemento straordinario: la passione e lo scrupolo di questi due ricercatori che, considerando qualche centinaia di pagine come una gabbia troppo stretta, si sono rivolti ad altri tipi di supporti. Dalla ricerca è stato liberamente tratto lo spettacolo teatrale<span style="font-style: italic;"> Braccianti</span>, adeguatamente illustrato nel sito ufficiale, che sta raccogliendo applausi e consensi in giro per l’Italia; nella prefazione del testo il regista pugliese Alessandro Piva, già autore de <span style="font-style: italic;">LaCapaGira </span>e <span style="font-style: italic;">Mio cognato</span>, confessa di essere stato travolto dall’entusiasmo del progetto e annuncia la sua volontà di convertirlo su pellicola.</span></span></p>
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		<title>La memoria che resta su La Critica Sociologica</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2004 09:11:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[casa Di Vittorio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Roberto Cipriani da La Critica Sociologica, n. 152, inverno 2004-05 Potenza di Internet! Senza la navigazione informatica in rete forse il regista Alessandro Piva (prefatore del volume e noto nel 1999 per un film cult, tutto in dialetto barese: La Capagira) non avrebbe mai saputo che Giovanni (detto Gianni) Rinaldi e Paola Sobrero avevano condotto negli anni ’70 e... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2004/12/10/la-memoria-che-resta-su-la-critica-sociologica/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;" align="justify">
<p><span style="font-family: arial; font-size: medium;"><span style="font-family: arial; font-size: medium;">di <span style="font-weight: bold;">Roberto Cipriani</span></span></span></p>
<p>da <span style="font-style: italic;">La Critica Sociologica</span>, n. 152, inverno 2004-05</p>
<div id="attachment_1011" style="width: 253px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2004/12/lamemoriacheresta.jpg"><img class="size-medium wp-image-1011" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2004/12/lamemoriacheresta-243x300.jpg" alt="La memoria che resta" width="243" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">La memoria che resta</p></div>
<p>Potenza di Internet! Senza la navigazione informatica in rete forse il regista Alessandro Piva (prefatore del volume e noto nel 1999 per un film cult, tutto in dialetto barese: <span style="font-style: italic;">La Capagira</span>) non avrebbe mai saputo che Giovanni (detto Gianni) Rinaldi e Paola Sobrero avevano condotto negli anni ’70 e ’80 una approfondita indagine sul bracciantato dauno. La pubblicazione che ne riferiva è ormai introvabile e dunque va salutata con vivo piacere la riedizione dell’opera, ventitrè anni dopo la sua prima uscita. La nuova occasione ha fornito il destro a Rinaldi e Sobrero di ritrovarsi, pewr scrivere insieme su “La memoria che resta trent’anni dopo”, una sorta di introduzione alla nuova veste della loro opera: le riflessioni che ne emergono sanno anche di rimpianto per un periodo straordinario, vivacissimo, originale, di ricerca sul campo, di cui mi è capitato pure di essere testimone in alcuni momenti forti e persino coautore (con il volume dal titolo <span style="font-style: italic;">Il simbolo conteso. Simbolismo politico e religioso nelle culture di base meridionali</span>, Ianua, Roma, 1979).</p>
<p>“<span style="font-style: italic;">La memoria che resta</span> ripropone &#8211; con lo stesso titolo e con alcuni riassetti e revisioni &#8211; il volume edito nel 1981</p>
<p><span style="font-family: arial; font-size: medium;"><span style="font-family: arial; font-size: medium;"><span style="font-family: arial; font-size: medium;"><span id="more-587"></span></span>dalla Amministrazione e dalla Biblioteca provinciale di Foggia, che raccoglieva saggi, testimonianze scritte e orali, immagini storiche e contemporanee della memoria bracciantile di Cerignola” (p. 13). Ma tale riproposta non è una mera riedizione. Segna pure il riconoscimento di un lavoro non accademico ma non per questo meno degno sul piano scientifico. Anzi per certi versi questo può essere un vanto per i due autori: “non siamo stati riconosciuti &#8211; né ambivamo ad esserlo &#8211; né storici né antropologi, né artigiani né artisti, né intellettuali né tecnici, ma… in tutti questi sensi abbiamo operato, imparando i ferri del mestiere e poi mescolando, contaminando, facendo interagiree competenze disciplinari e tecniche e incanalandole in una strategia di comunicazione tutta calata nel sociale” (p. 25).</span></span>Il vero obiettivo è però qualcosa di più: “riproponiamo <span style="font-style: italic;">La memoria che resta</span> come un racconto collettivo, pagine di una storia recente che sembra remota scritta da noi e da quei braccianti che non ci sono più e vivono nel fondo più raccolto e fiero della nostra memoria” (p. 23). Ma se i protagonisti braccianti non possono più testimoniare direttamente la loro difficile e drammatica esperienza restano le loro voci, le loro narrazioni, le loro canzoni, perfettamente riascoltabili nei due CD allegati al volume. E la barriera linguistica del dialetto (anche se italianizzato) è facilmente superata da chi non è di Cerignola, grazie all’accurata trasc rizione (sia in dialetto che in italiano) dei documenti sonori, nella loro opportuna contestualizzazione nelle pagine del volume (puntualmente indicate documento per documento negli indici dei due CD).</p>
<p>C’è dunque in Sobrero e Rinaldi un forte intento comunicativo e didascalico, che emerge ad ogni piè sospinto nel corso della lettura. Non si tratta tuttavia di una militanza socio-politica fortemente ideologizzata. Il taglio dell’opera rimane rigoroso, attento, scrupoloso. Questo non significa affatto che i due autori rinuncino alle loro idee. Semplicemente operano nella maniera più efficace: presentano i dati di fatto e li sottopongono all’analisi del lettore o dello spettatore (come capita nel caso del progetto teatrale <span style="font-style: italic;">Braccianti</span>, lo spettacolo tratto da <span style="font-style: italic;">La memoria che resta</span>).</p>
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