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	<title>Vincenzo Santoro &#187; l&#8217;Unità</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>Salento da salvare. Un&#8217;autostrada lo ferir&#224;</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Aug 2010 16:44:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[cronache dell'eco-mostro ss 275]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ecomostri. Un&#8217;autostrada che fa tabula rasa di olivi secolari per 5 minuti di meno. 7 chilometri rovineranno il «Tacco d&#8217;Italia» di Stefano Miliani da L&#8217;Unità del 15 agosto 2010 &#160; Muretti a secco in pietra su zolle dure, olivi antichi ed enormi, un territorio di lieve ondulazione dove l’odore del mare e della terra si confondono e si compenetrano, dove... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/08/15/salento-da-salvare-unautostrada-lo-ferir/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000;"><em><span style="font-family: Arial; font-size: medium;">Ecomostri. Un&#8217;autostrada che fa tabula rasa di olivi secolari per 5 minuti di meno. 7 chilometri rovineranno il «Tacco d&#8217;Italia»</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <strong>Stefano Miliani</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">da <strong>L&#8217;Unità</strong> del 15 agosto 2010</span></p>
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<p>&nbsp;</p>
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<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/ulivo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1669" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/ulivo-300x200.jpg" alt="ulivo" width="300" height="200" /></a>Muretti a secco in pietra su zolle dure, olivi antichi ed enormi, un territorio di lieve ondulazione dove l’odore del mare e della terra si confondono e si compenetrano, dove i paesi in cui d’estate e a Natale torna chi è andato altrove, sono collegati da un reticolo di strade e stradine. L’immaginario un po’ da cartolina eppure non lontano dalla realtà assegna questo scenario al “Tacco d’Italia”: a quel <span style="color: #800000;"><strong>Salento</strong></span> da un po’ di anni s’è conquistato una reputazione da meta paesaggistica-vacanziera grazie più varianti (umane, non urbanistiche): da un lato un risveglio culturale maturato intorno alla riscoperta della “<span style="color: #800000;"><strong>pizzica</strong></span>” e delle tradizioni con i suoi addentellati cultural-turistici, dall’altro grazie a un territorio parzialmente ben conservato e comunque, laddove non ferito, unico che ha peraltro affascinato più registi. Salvo mutamenti (non inversioni) di rotta, però, il paesaggio ultimo salentino verrà ferito gravemente da un’autostrada con un viadotto sproporzionato e una rotonda stradale troppo invadente<span id="more-231"></span>.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Un progetto, in origine pensato per comprensibili ragioni di sicurezza stradale lungo un tragitto segnato da troppi incidenti, raddoppia la statale 275 (la strada che porta da Lecce all’estrema punta del “Tacco”), nel tratto a sud di Maglie alle porte di Santa Maria di Leuca. Per l’ultimo tratto il piano ha incontrato forti contestazioni e diviso gli animi. Il Tar ha bocciato gli ultimi ricorsi del Comune di Alessano e di associazioni ambientaliste, salvo copertura dei finanziamenti incompleta l’Anas avvierà i lavori nel 2011. E mentre sul sito <a href="http://www.sos275.it ">www.sos275.it </a>l’omonimo comitato raccoglie firme per una petizione popolare, lotta per più compatibili Luigi Nicolardi, sindaco di Alessano, paesino 11 chilometri a nord di Santa Maria di Leuca.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Architetto, 50 anni, descrive allarmato lo scenario prossimo venturo: “I nuovi 7 chilometri dell’ultimo tratto dall’intersezione con la provinciale 210 a Santa Maria di Leuca taglieranno in due l’ultima propaggine delle serre salentine. Per realizzarli costruiranno un viadotto lungo 500 metri con 13 coppie di piloni alti 12 metri: avrà bisogno di essere preceduto e seguito da due terrapieni di altri 500 metri ciascuno creando alla fine una piccola montagna larga 30 metri e lunga un chilometro e mezzo. Non bastasse questo scempio per collegare la nuova autostrada a 4 corsie con la 274, che porta a Gallipoli, costruiranno una rotatoria immensa che creerà una sorta di terra di nessuno e in un’area di alto valore archeologico. Tutto questo per 7 chilometri. Realizzate le 4 corsie, si risparmieranno 5 minuti”. A quale prezzo? Almeno un centinaio di milioni di euro, indica Nicolardi, forse qualcosa di più. E con effetti paradossali, segnala l’architetto-sindaco in carica dal 2001 e che nel 2011 lascerà; “Per arrivare a Santa Maria di Leuca avremo 16 corsie: le 2 dell’attuale 275, le 2 della Jonica (la 274), le 2 della litoranea da Otranto, le strade e stradine di penetrazione intercomunali, infine le nuove 4”. Sedici corsie, utili per una città media.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Il progetto approvato nel marzo 2006 è nato in casa del centrodestra, il Pdl locale lo difende e attacca Nicolardi, in realtà non ha un’etichetta politica univoca e spacca le popolazioni, come dividerà le serre salentine, perché la 275 è chiamata anche la strada della morte per i suoi incidenti fatali. “La verità è che questi 7 chilometri di autostrada devasteranno il territorio. Ma abbiamo bisogno di una vera strada-parco che invece di avere svincoli e quel viadotto sia “a raso”, cioè a livello del terreno, abbia 2 corsie e piste ciclabili. Abbiamo la controproposta concreta, non siamo per il no integrale, siamo per una modifica. La sicurezza stradale è essenziale, ma uccide soprattutto la velocità, e se ora distruggiamo il territorio, diamo anche un colpo mortale al turismo”.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">A riprova ricorda che il primo tratto dell’autostrada, da Scorrano a Montesano, non ha incontrato proteste. Attraversa un territorio già urbanizzato e con industrie, dal traffico pesante, allarga quanto già esiste. È nuovo invece il tratto da Montesano a Santa Maria di Leuca. Chi lo difende teme anche di perdere finanziamenti. Non sono spiccioli: l’ex governatore Fitto il 31 luglio 2009 aveva fatto fare una delibera al Cipe – il Comitato interministeriale per la programmazione economica &#8211; da 135 milioni cui ne ha aggiunti 152 la Regione Puglia portando l’intero appalto a quasi 288 milioni.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Già, la Regione non può tirarsi fuori. La giunta Vendola è contraria? “Sì, ricorreremo al Consiglio di Stato – risponde l’assessore regionale ai trasporti Guglielmino Minervini – Quest’opera, nata male e gestita peggio, è figlia del suo tempo. Come Regione con Vendola abbiamo cercato di mitigare l’impatto ambientale per la fragilità del territorio formalizzando delle prescrizioni all’Anas che l’Anas non ha considerato. Il 6 agosto abbiamo rispedito loro una proposta per un tavolo tecnico. Per noi i margini per migliorare il progetto ci sono, la matassa è aggrovigliata, se non si vuole pregiudicare la disponibilità finanziaria, dobbiamo cogliere questa opportunità nata con una filosofia sbagliata”. Una filosofia, anzi un’ideologia del costruire ovunque che in Italia ha fatto danni inestimabili, ai paesaggi e a chi ci vive, e che ferirà gravemente il lembo finale delle ineguagliabili serre salentine.</span></p>
</div>
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		<title>La bellezza della Puglia vale meno del cemento?</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Aug 2010 22:59:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[cronache dell'eco-mostro ss 275]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Beppe Sebaste da www.unita.it del 15 agosto 2010Se i cittadini si rendessero conto della loro fame di bellezza &#8211; ha scritto lo psicologo James Hillman &#8211; ci sarebbe ribellione per le strade». Ma c’è un partito trasversale del cemento che della politica e dell’economia della bellezza, nella sua miopia o cecità, proprio non si cura. È un tema ovunque... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/08/15/la-bellezza-della-puglia-vale-meno-del-cemento/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <strong>Beppe Sebaste</strong></span></span></p>
<p>da <a href="http://www.unita.it">www.unita.it</a> del 15 agosto 2010<a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/corteo-ecomafie.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1663" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/08/corteo-ecomafie-300x200.jpg" alt="corteo-ecomafie" width="300" height="200" /></a>Se i cittadini si rendessero conto della loro fame di bellezza &#8211; ha scritto lo psicologo James Hillman &#8211; ci sarebbe ribellione per le strade». Ma c’è un partito trasversale del cemento che della politica e dell’economia della bellezza, nella sua miopia o cecità, proprio non si cura. È un tema ovunque attuale, ma ora riguarda la meravigliosa bellezza del <strong>Salento</strong>, in particolare le cosiddette Serre salentine che da <strong>Specchia</strong> si avvicinano al <strong>capo di Leuca</strong>, la terra dei due mari. Il progetto di superstrada già finanziato dal governo (come fu per la ridicola metropolitana a <strong>Parma</strong>, poi abbandonata), in nome di un’inutile velocità disprezza e rischia di devastare un territorio, già amato dai turisti, che aspetta solo di essere valorizzato per quello che già è, senza</p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><span id="more-233"></span></span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">abbellimenti né soprattutto omologarsi a modelli importati.</span></p>
<p>Cammino nell’ultima propaggine delle serre salentine, tra olivi secolari, lecci, macchia mediterranea, piante di mirto e carrubo; costeggio muretti a secco, pietre che cantano e testimoniano una cultura millenaria sedimentata in una placida e laboriosa bellezza, come la terra rossiccia sotto i piedi. Cammino sotto il cielo azzurro sui sentieri di campagna tra <strong>Alessano</strong>, <strong>San Dana </strong>e <strong>Gagliano del Capo</strong> &#8211; alla mia destra la morbida collina in cui sorgeva un villaggio messapico, e oggi lo stupendo borgo di <strong>Montesardo</strong>. Percorro il tragitto virtuale di quell’ultimo pezzo di superstrada che violenterà questa bellezza, e sento angosciosamente incombere sulla testa il peso virtuale del viadotto, 26 piloni di cemento per 12 metri di altezza, più 1 km di terrapieno che cancellerebbe, oltre a tremila alberi di ulivo, l’identità di questo paesaggio. Che cancellerebbe la ragione stessa per cui io e tanti altri ci troviamo qui, in Salento, turisti e amatori, in una terra stupenda la cui identità è inseparabile dal valore della lentezza. È qui che la regione <strong>Puglia</strong>, il Comune di <strong>Alessano</strong> e l’Università del Salento hanno realizzato un «Ecomuseo del Paesaggio», valorizzando i caratteri identitari del territorio col recupero di memorie orali, la Storia e le storie, insieme a visioni, odori, sapori.</p>
<p>A che vale arrivare 5 minuti prima a <strong>Santa Maria di Leuca</strong>, spendendo 100 milioni di euro per 7 devastanti chilometri? Ci pensino, il partito del cemento e i suoi padrini. Abbiamo smarrito la percezione e la consapevolezza dei luoghi, delle pietre, degli alberi, della terra stessa su cui stiamo camminando.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="http://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F08%2F15%2Fla-bellezza-della-puglia-vale-meno-del-cemento%2F&amp;linkname=La%20bellezza%20della%20Puglia%20vale%20meno%20del%20cemento%3F" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/facebook.png" width="16" height="16" alt="Facebook"/></a><a class="a2a_button_twitter" href="http://www.addtoany.com/add_to/twitter?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F08%2F15%2Fla-bellezza-della-puglia-vale-meno-del-cemento%2F&amp;linkname=La%20bellezza%20della%20Puglia%20vale%20meno%20del%20cemento%3F" title="Twitter" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/twitter.png" width="16" height="16" alt="Twitter"/></a><a class="a2a_button_google_plus" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_plus?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F08%2F15%2Fla-bellezza-della-puglia-vale-meno-del-cemento%2F&amp;linkname=La%20bellezza%20della%20Puglia%20vale%20meno%20del%20cemento%3F" title="Google+" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/google_plus.png" width="16" height="16" alt="Google+"/></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="http://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F08%2F15%2Fla-bellezza-della-puglia-vale-meno-del-cemento%2F&amp;linkname=La%20bellezza%20della%20Puglia%20vale%20meno%20del%20cemento%3F" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/whatsapp.png" width="16" height="16" alt="WhatsApp"/></a><a class="a2a_button_google_gmail" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_gmail?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F08%2F15%2Fla-bellezza-della-puglia-vale-meno-del-cemento%2F&amp;linkname=La%20bellezza%20della%20Puglia%20vale%20meno%20del%20cemento%3F" title="Google Gmail" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/gmail.png" width="16" height="16" alt="Google Gmail"/></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share_save#url=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2010%2F08%2F15%2Fla-bellezza-della-puglia-vale-meno-del-cemento%2F&amp;title=La%20bellezza%20della%20Puglia%20vale%20meno%20del%20cemento%3F" id="wpa2a_4">Condividi</a></p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/08/15/la-bellezza-della-puglia-vale-meno-del-cemento/">La bellezza della Puglia vale meno del cemento?</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it">Vincenzo Santoro</a>.</p>
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		<title>Alan Lomax e le registrazioni &#8220;sul campo&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 14:34:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Giordano Montecchi da www.unita.it del 30 luglio 2010Qualche volta c’è una buona notizia. E spesso a procurarcela è la rete, in virtù di quel suo potere&#8230; come definirlo? Rivoluzionario? Ok, diciamo «mediaticamente rivoluzionario», capace di sovvertire regole e discriminazioni in materia di informazione, o meglio, di condivisione dell’informazione. E siccome il potere è quello che sa tutto e i... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/07/31/alan-lomax-e-le-registrazioni-sul-campo/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <strong>Giordano Montecchi</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">da <a href="http://www.unita.it">www.unita.it</a> del 30 luglio 2010<a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/07/hero-11-alan-lomax.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1648" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/07/hero-11-alan-lomax-300x199.jpg" alt="hero-11-alan-lomax" width="300" height="199" /></a></span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Qualche volta c’è una buona notizia. E spesso a procurarcela è la rete, in virtù di quel suo potere&#8230; come definirlo? Rivoluzionario? Ok, diciamo «mediaticamente rivoluzionario», capace di sovvertire regole e discriminazioni in materia di informazione, o meglio, di condivisione dell’informazione. E siccome il potere è quello che sa tutto e i sudditi sono quelli che non sanno niente, se la rete continua di questo passo a divulgare tutto, chissà dove andremo a finire.L’ultima riguarda la musica della quale la rete, checché se ne dica, è una grande benefattrice.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">La notizia viene dagli Usa: una parte piccola, ma ciononostante imponente dell’archivio di <strong>Alan Lomax</strong> – per la precisione 400 ore di filmati registrati per la rete televisiva Pbs fra il 1978 e il 1985 – verranno resi pubblici su un apposito canale di Youtube (<a href="http://www.youtube.com/user/AlanLomaxArchive">www.youtube.com/user/AlanLomaxArchive</a>). Già, <strong>Alan Lomax&#8230;</strong> <span id="more-238"></span>Molti anni fa, in tanti, appassionati di musica, quando andavamo scartabellando per dischi, cercando le cose più preziose del jazz, del blues, del rock, del folk, ebbene, una volta sì e l’altra pure saltava sempre fuori questo nome: <strong>Alan Lomax.</strong>.. <strong>Alan Lomax</strong>. Non era un musicista, né un musicologo, né uno storico della musica, né un produttore nel senso usuale del termine, forse perché era tutte queste cose insieme. Perché <strong>Alan Lomax </strong>ha passato la vita a registrare e poi a filmare il mondo, il mondo dei diseredati, dei dimenticati, dei carcerati, il mondo delle musiche minacciate di estinzione.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Con un termine oggi troppo abusato si potrebbe definirlo uno «storico orale», cioè uno che invece delle fonti scritte, cerca la gente e ne raccoglie le testimonianze. Lomax registrava e archiviava, e una parte di quelle registrazioni finiva su disco. Non erano dischi molto vendibili. Ma i musicisti, da <strong>Miles Davis</strong> a <strong>Bob Dylan</strong>, questi dischi li ascoltavano eccome, e rimanevano folgorati dalla forza prepotente di quelle voci, di quei suoni usciti da chissà dove: terra nera, carni macerate, memorie irremovibili, anime ribelli, canti da mozzare il fiato. Per questo sul retro del disco il grazie a chi aveva fornito quella presiosissima «materia prima» non mancava mai. Difficile dire il valore dell’eredità che <strong>Alan Lomax</strong> ha consegnato alla storia del XX secolo. Quel che è certo è che questo texano di Austin nato nel 1915 e spentosi nel luglio del 2002, ci lascia una documentazione monumentale, raccolta in quasi settant’anni di attività instancabile. Cominciò nel 1933, a diciotto anni, seguendo il padre, responsabile dell’<span style="color: #ff0000;"><strong>Archive of Folksongs della Library of Congress</strong></span>. All’epoca i Lomax si portavano dietro qualcosa come duecento chili di attrezzatura che consentiva loro di incidere grandi dischi di alluminio o di acetato capaci di contenere 15 minuti di musica. Negli anni prima della guerra il loro archivio era già una miniera: <strong>Leadbelly</strong>, <strong>Jelly Roll Morton</strong>, <strong>Memphis Slim</strong>, <strong>Woody Guthrie</strong>, <strong>Big Bill Broonzy</strong>, <strong>McKinley Morganfield</strong> divenuto poi celeberrimo come <strong>Muddy Waters</strong>.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">E già iniziavano i ringraziamenti, perché alcuni di questi artisti devono l’avvio della loro ascesa proprio ai Lomax. Prima col padre poi con altri collaboratori, <strong>Alan Lomax </strong>ha battuto palmo a palmo gli <span style="color: #ff0000;"><strong>Stati Uniti</strong></span>: tradizioni folkloriche, i canti di lavoro, la musica dei diversi, degli emarginati, ma soprattutto la musica dei neri. Occorreva pazienza, fatica e molto coraggio perché l’ostilità, le minacce e talvolta le violenze in un sud razzista, ancora feudale erano sempre in agguato, perché un «amico dei negri» era (?) visto peggio di un negro. Snobbato dagli etnomusicologi e dai folkloristi per la sua dichiarata solidarietà coi soggetti delle sue ricerche (<span style="color: #ff0000;"><strong>il folklorista</strong><span style="color: #000000;">, era solito ripetere, </span><strong>deve farsi avvocato delle culture popolari</strong></span>) <strong>Alan Lomax</strong> è stato un grande pioniere della diversità culturale come valore da difendere e preservare e nella sua veste un benefattore delle musiche folkloriche di mezzo mondo: <span style="color: #ff0000;"><strong>Stati Uniti</strong></span>, <strong><span style="color: #ff0000;">Caraibi</span></strong>, <span style="color: #ff0000;"><strong>Inghilterra</strong></span>, <strong><span style="color: #ff0000;">Spagna</span></strong>, <strong><span style="color: #ff0000;">Urss</span></strong> e anche <span style="color: #ff0000;"><strong>Italia</strong></span>, dove viaggiò nel 1954–55 con <strong>Diego Carpitella</strong> registrando una collezione di canti delle diverse regioni di valore – e bellezza – inestimabile.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Non è retorica. Lo dicono i numeri del Lomax Archive acquisito nel 2004 dall’<span style="color: #ff0000;"><strong>American Folklife Center</strong></span> della <strong><span style="color: #ff0000;">Library of Congress</span></strong>: più di 5000 ore di registrazioni audio, 2500 videotapes, circa 120 mila chilometri di pellicola girata, una quarantina di metri di scaffali pieni di appunti e manoscritti vari, oltre a una biblioteca di migliaia di volumi e molta altra documentazione. A tutto questo andrebbe poi aggiunta la sterminata discografia nella quale Lomax ha avuto un ruolo come ricercatore, produttore o consulente scientifico e che allinea centinaia di titoli, 78 giri, long playing, cd. A parte le decine di registrazioni fornite dagli appassionati che già Youtube ospita da anni, ora ci sono i documenti dell’Archivio, queste registrazioni degli anni Ottanta, un’epoca nella quale le mitografie, le epopee eroiche alla <strong>Leadbelly</strong> o <strong>Robert Johnson</strong> sono ormai fuori luogo.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Eppure <strong>Alan Lomax</strong> è il ricercatore, è colui che, appunto, sa cercare e sa trovare. E anche quando l’età dell’oro è tramontata eccolo denudare le radici ancora vive, là dove nessun talent scout, nessun discografico si sarebbe mai avventurato: i sermoni alla St. James Missionary Baptist Church Congregation o il blues di R.L Burnside: sì la chitarra è elettrica ma, sullo sfondo, la povera campagna e il filo spinato dicono che il tempo non è mai trascorso e forse non passerà mai. Questi e altri documenti inestimabili di umanità oggi vanno su Youtube; platea: il mondo. Chissà chi vincerà, se l’umanità o il business.</span></p>
</div>
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		<title>Baldina Di Vittorio: «Una vita con l’uomo che ha cambiato la storia dei lavoratori»</title>
		<link>https://www.vincenzosantoro.it/2009/03/21/baldina-di-vittorio-una-vita-con-luomo-che-ha-cambiato-la-storia-dei-lavoratori/</link>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 13:51:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[casa Di Vittorio]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Di Vittorio]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori]]></category>
		<category><![CDATA[Marcella Ciarnelli]]></category>
		<category><![CDATA[sindacato]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Marcella Ciarnelli da l&#8217;Unità del 21 marzo 2009 Ci voleva un gran coraggio a far nascere un figlio in quel cupo 1920 con il fascismo alle porte. E bisognava dargliene di coraggio a quella creatura. Così la bambina dagli occhi azzurri che arrivò in casa di Giuseppe e Carolina Di Vittorio fu chiamata Balda. Dal primo giorno, per tutti,... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/03/21/baldina-di-vittorio-una-vita-con-luomo-che-ha-cambiato-la-storia-dei-lavoratori/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial; color: #000000;">
<p><span style="font-size: medium;">di <span style="font-weight: bold;">Marcella Ciarnelli</span><br />
da l&#8217;Unità del 21 marzo 2009<br />
<img src="/public/divittorio.jpg" alt="" align="left" />Ci voleva un gran coraggio a far nascere un figlio in quel cupo 1920 con il fascismo alle porte. E bisognava dargliene di coraggio a quella creatura. Così la bambina dagli occhi azzurri che arrivò in casa di Giuseppe e Carolina Di Vittorio fu chiamata Balda. Dal primo giorno, per tutti, fu Baldina. Lei ora è una signora «di ottantotto anni e mezzo» precisa sorridendo, che vive con una straordinaria lucidità e partecipazione, con amore e nostalgia ma senza alcun rimpianto, con lo sguardo proteso al futuro senza aver dimenticato un attimo del lungo passato, l’esperienza di essere la testimone della vicenda umana e politica di un uomo che ha contribuito in modo determinante a cambiare la storia di questo paese. Il suo papà, <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Giuseppe Di Vittorio</span>, grazie ad una fiction di successo «bella e forte che in anteprima è stata proiettata a Cerignola, ed è giusto così», è stato scoperto da milioni di italiani, più di sei, che ignoravano la storia di «un personaggio straordinario, pieno di slancio, che ha sacrificato tutto ai suoi ideali<span id="more-2077"></span>». Ma non l’amore per la famiglia che è stata sempre un punto fermo. Molte soddisfazioni, molte gioie, grandi dolori e conti salati da pagare alla storia. E alcune posizioni «coraggiose ma dolorose sostenute, nonostante tutto, in cambio con un ingiusto isolamento. Ma lui non cambiò idea. Ed i carri armati russi che invasero l’Ungheria lui non li comprese mai». Cominciano così i ricordi dell’uomo che creò «un sindacato per troppo poco tempo unitario ma che, però, contribuì alla ricostruzione di un Paese che usciva da una guerra terribile. Ed anche il suo Piano per il lavoro fu incompreso». Un uomo che sempre preferì dialogo e confronto.</span></p>
<p>È un fiume in piena Baldina che ha «imparato a camminare sui tavoli della Camera del Lavoro», quando racconta dell’impressione straordinaria per questa improvvisa popolarità della figura del padre che l’ha resa «contenta ma anche preoccupata». Fa tanti progetti, specialmente rivolti ai giovani, «il futuro», e parla dei ragazzi che reagiscono ogni volta «prima con stupore e poi con interesse» al racconto della vita avventurosa di un bambino figlio di una terra aspra e bella che seppe alzare la testa, rivendicare i suoi diritti, e con i suoi quelli di tutti gli altri. E cambiare la storia. Forte di alcune convinzioni cui non rinunciò mai. L’importanza dello studio «perché le parole hanno un valore e bisogna studiare per crescere». La certezza che per contare davvero «i lavoratori dovevano essere organizzati e uniti». Conoscere e organizzarsi, dunque. «Uscire dall’improvvisazione, dalle forme di lotta primitive. Solo così, diceva mio, si sarebbero raggiunti i risultati». Saperne di più per riuscire davvero cambiare. «E per questo la prima iniziativa del circolo socialista fu quella di organizzare una scuola per i giovani e i braccianti. Aderirono in quattrocento» consapevoli che così si potevano combattere alla radice le ingiustizie di una società dove pochi volevano che nulla cambiasse per conservare, così, tutti i loro privilegi. Nell’accogliente salotto della casa romana di una signora che è stata dirigente dell’Udi ed anche parlamentare per due legislature, una alla Camera e l’altra al Senato, fanno da sfondo le foto con il padre, la famiglia unita, quelle del fratello Vindice morto troppo presto, il marito, la figlia Silvia. Si intrecciano nomi e ricordi. Baldina parla di Nenni e Amendola, di Togliatti e di Stalin esattamente come ricorda Ambrogio, il piccolo bracciante ucciso dallo scudiscio di un padrone arrogante e insensibile. «C’è anche nella fiction, andò proprio così. E allo stesso modo sono andati tutti gli altri episodi di una vita che, lo so, può sembrare inverosimile. Ma è la realtà. Nulla è stato romanzato. E non ho capito certe critiche. Mi sembra vadano nella linea che non condivido di un superbo distacco rispetto al sentire comune che è condivisione».</p>
<p>Parla della brutalità nei campi, della disperazione, dell’avvilimento ma anche della voglia di lottare per cambiare così come il padre gliel’ha raccontate e, poi, delle vicende vissute che il film «è riuscito a rendere al meglio». Nella memoria della figlia c’è la vita di un uomo coraggioso, un sindacalista e politico che ha dato il suo contributo a cambiare la società, ma che non ha mai dimenticato di essere anche un uomo fatto di passione, di amore. Con i suoi sentimenti, i suoi affetti, un «grande padre». «Non ci siamo mai separati, fin quando abbiamo potuto. Da bambini abbiamo cambiato città, paese, nome. Siamo stati clandestini e fuggiaschi. Ma di sera ci ritrovavamo a cena. La mamma, papà, Vindice ed io a raccontarci la nostra giornata. E poi, subito dopo, mi ricordo papà che si metteva al suo tavolo per lavorare andando avanti fino a tardi. In clandestinità non potevamo avere amici. Ma la famiglia, sarà perché venivamo dal sud, ci bastava». Il campo di concentramento, la prigionia, la guerra, la morte non sono riusciti a dividere neanche ora il sentire comune di quattro persone legate da un indissolubile amore che si legge negli occhi azzurri di Baldina, «gli unici della famiglia» precisa con un pizzico di civetteria.</p>
<p>I ricordi si inseguono. Tanti episodi. «Non ho mai raccontato che i miei genitori furono fidanzati per dodici anni e che mia madre, una donna davvero eccezionale, in quegli anni faceva l’economa per il Circolo giovanile socialista. Figuriamoci, una donna». Racconta del padre che davvero si comprò per due soldi “il libro con tutte le parole”. Di quando girava per la Puglia prima con una bicicletta comprata usata con una colletta tra i braccianti e poi su quel sidecar rosso che si riconosceva da lontano e su cui Di Vittorio portava tutta la famiglia ogni volta che andava ad incontrare i lavoratori. «L’ho visto sempre in mezzo ai braccianti». E quel dolore enorme raccontato e ripetuto «per non aver potuto studiare». Però Di Vittorio aveva imparato da solo «e quando arrivavano i giornali li leggeva agli altri». Scriveva per L’Internazionale. «Mandava gli articoli con l’invito a chi li riceveva a rileggerli e rimandarglieli con le correzioni per capire dove aveva sbagliato e non rifarlo più». Poi diresse, esule a Parigi, La voce degli italiani. Lì conobbe Anita che dopo la scomparsa di Carolina, la moglie e madre dei suoi figli, gli fu compagna fino alla morte. Scriveva con una grossa penna stilografica. Solo la nipotina ci poteva giocare.</p>
<p>«Lo so, sembra una fiaba. Ma la sua vita è stata proprio così». Ora Baldina Di Vittorio questa favola bella ma anche dura vuole continuare a raccontarla ai giovani. Con l’associazione Casa Di Vittorio vuole andare nelle scuole a raccontare di un bambino povero e ignorante che non rinunciò a studiare e di un uomo che fondò il sindacato moderno e non ha mai rinunciato a lottare contro le diseguaglianze e che è riuscito ad abbattere il muro della soggezione che sembrava troppo alto da superare quando da una parte c’era il padrone e dall’altro braccianti affamati. «Mondo era e mondo sarà» diceva il barone che il mondo voleva continuare a viverlo a modo suo. Giuseppe Di Vittorio quel mondo lo ha cambiato. «Spero che dalla difficile situazione di oggi si possa uscire anche facendo buon uso delle sue certezze».</p>
</div>
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		<title>Basta col Salento da cartolina. Qui si muore per troppi veleni</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 19:08:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[emergenza ambiente Salento]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Winspeare]]></category>
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		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Peppino Basile]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Malcom Paganida www.unita.it di lunedì 12 gennaio 2009 «Le campagne sono piene di Eternit. L’ho visto con i miei occhi. Abbiamo avuto l’amianto in casa per anni. Il Salento non è la cartolina che si riflette all’esterno. C’è da scavare. È un mondo più complicato, fatto di connivenze e debolezze ancestrali, di lati oscuri e collusioni. Siamo italiani. Abbiamo... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/01/12/basta-col-salento-da-cartolina-qui-si-muore-per-troppi-veleni/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">di <span style="font-weight: bold;">Malcom Pagani</span></span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" />da <a>www.unita.it</a> di lunedì 12 gennaio 2009<br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;"><br />
<a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/01/edoardo-winspeare-ride-07.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1428" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/01/edoardo-winspeare-ride-07-300x138.jpg" alt="edoardo-winspeare-ride-07" width="300" height="138" /></a>«Le campagne sono piene di Eternit. L’ho visto con i miei occhi. Abbiamo avuto l’amianto in casa per anni. Il Salento non è la cartolina che si riflette all’esterno. C’è da scavare. È un mondo più complicato, fatto di connivenze e debolezze ancestrali, di lati oscuri e collusioni. Siamo italiani. Abbiamo avuto le nostre responsabilità per il fascismo, per le Brigate Rosse, per ogni nefandezza compiuta in quel fazzoletto che è il nostro paese. Accusare la storia è facile ma non si può negare che a volte, chiudere gli occhi sia più facile che aprirli ».</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-weight: bold;"><br />
Edoardo Winspeare</span> è in Puglia. Il luogo naturale delle sue storie, del suo cinema, del suo lento ondeggiare tra radici e presente. A Corsano, per partecipare a un funerale, Winspeare non ha voglia di recitare le esequie del suo territorio ma rifugge dai semplicismi.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">«Essere l’ultimo lembo d’Italia, ontologicamente, non ci ha giovato. Ha fatto sì che anche le persone nate in questo paradiso, preferissero per disperazione, ignoranza o necessità, vederlo annerire pur di cogliere un vantaggio momentaneo. Ho letto delle scorie tossiche nascoste in fondo alla terra. Sono indignato ma non stupito. Tra Lecce, Taranto e Brindisi, c’è una delle più alte incidenze tumorali d’Italia. Lo sapeva?»</span></span><span id="more-328"></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">PEPPINO BASILE NO LO IGNORAVA. Venne ucciso in una notte di mezza estate del giugno 2008. Davanti alla porta di casa sua, ad Ugento, profondo Salento, all’una e trenta del mattino. Diciannove coltellate. Una dopo l’altra. Gridò disperatamente. Chiese aiuto alla vicina. Non lo soccorse nessuno, neanche da morto. Le indagini si orientarono fin dai primi momenti sul delitto passionale. Si dipinse ad arte la fotografia di un donnaiolo impenitente. «Ci provava sempre», di un Torquemada di provincia col vizio per il gioco, le macchine di lusso e l’indebitamento. Gli inquirenti si allinearono considerando fin dalle prime ore il delitto d’onore come un’ipotesi «più che verosimile». Si cercò con insistenza l’arma del delitto, un coltello sottile. Si dragarono ruscelli, rivoltarono cassonetti, ispezionarono discariche. Andando vicini alla soluzione.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">Quelle locali sono insediate nel tufo. Un tipo di roccia magmatica, porosa, poco compatta, piena di fessure. Le crepe e i dislivelli naturali, permettono agli elementi sversati di penetrare in profondità compromettendo falde acquifere e terreno.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">Il sito di Contrada Burgesi, propaggine di Ugento, non fa eccezione. Ventuno metri d’altezza, (ben 8 fuori dalla terra), 21.000 chilogrammi di carico per metro quadro. A forza di accumulare rifiuti provenienti da mezzo tacco d’Italia, si è gonfiato come un pallone. È saturo, pieno, incapace di contenere altra rumenta. Basile e i comitati spontanei di zona, avevano segnalato il caso. Non gli aveva dato retta nessuno.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">UN PENTITO E GOMORRA</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">Per aprire nuovi squarci sul delitto e ratificare una realtà già nota agli abitanti, c’è voluto un pentito. Bruno Colitti è un imprenditore. Con la sua società trova spazi, scava, occulta allo sguardo i consumi. Quando capisce di essere capitato in un gioco pericoloso, si spaventa. Annusa qualcosa, osserva i piani di smaltimento, si inquieta. Ha visto Gomorra, al cinema. Quei 50.000 metri cubi di rifiuti provenienti dal Nord Italia e dalla Campania, lo rendono protagonista di un film a cui, senza adeguate rassicurazioni, non vuole partecipare. Chiede aiuto all’amministrazione comunale. A suo dire, non solo evitano di ascoltarlo ma lo insultano. Lo minacciano. «Fatti i cazzi tuoi».</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">Colitti sostiene che in Provincia e in Regione sapessero ogni cosa. «Lo stoccaggio, a Burgesi, iniziò nel ‘92». Poi va in Procura. Abbatte lo scetticismo e il 14dicembre scorso, guida i Carabinieri nella culla dei miasmi. I primi 5 metri portano alla luce batterie scariche, pneumatici, materiale plastico, frigoriferi, contenitori di olio combustibile. Apirolio. È altamente cancerogeno. Policlorobifenile utilizzato nei trasformatori elettrici per il raffreddamento e la lubrificazione. Non è infiammabile,ma a 800 gradi sprigiona diossina. Nebulizzato, può viaggiare per migliaia di chilometri .</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">A Taranto, all’Ilva, ha contaminato uomini e pecore. Si annida nel latte materno. Provoca cancro e alterazioni del sistema immunitario. Lì sotto, c’è di più, giura Colitti. Il 14 gennaio si riprenderà a cercare, superando la fittizia barriera di terriccio e plantumazione creata all’uopo. Colitti conosce l’argomento. L’appalto per i lavori di riempimento e livellamento, l’aveva vinto lui. I limiti massimi di capienza erano stati fissati: 700.000 tonnellate. Il carico è raddoppiato e promette di triplicare. Per decisione del presidente della Regione, Nichi Vendola, (erede suo malgrado delle politiche di Fitto sul tema) Burgesi ospiterà anche la spazzatura di 46 comuni del bacino di utenza Lecce 2. Una risoluzione di fine 2008, (pensata per durare otto mesi e poi limitata ad uno) che ha spinto i residenti a vigilare sullo spiazzo. Donne, bambini, contadini. Cartelli eloquenti.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">«Abbiamo le palle più colme della discarica». A Gemini, minuscola frazione della Grecìa Salentina, i biogas sono nell’aria da sempre. Arrivandoci dalla litoranea, il mare e i colori caraibici dello Ionio alle spalle, sembra disabitato. Una tabaccheria, un’edicola, molte porte sbarrate. Un deserto presidiato da 400 famiglie. Aggredite da strane malattie. Leucemie fulminanti, sarcomi, tumori. Quando il vento di Scirocco si alza leggero, la qualità dell’aria si fa irrespirabile. Basile era al centro di questa tela maleodorante. Faceva politica. Nel giugno del 2005 era stato eletto al Consiglio provinciale di Lecce, il mese dopo, un’altra investitura lo aveva fatto approdare sui banchi comunali del proprio paese, nel quale aveva solida fama di “disturbatore”. Dava problemi, Basile. Infastidivano le continue denunce sul malaffare locale, sulle consorterie. Per “avvertirlo”, erano ricorsi ai soliti metodi.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">«PEPPINO MUORI»</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">Una testa d’agnello abbandonata sull’uscio, qualche scritta sul muro. Nero su bianco. «Peppino sei il nulla». «Peppino muori». Poi, constatata la sordità, lo fecero tacere. Il tema dei rifiuti tossici celati alla vista, era tra i preferiti. «La terra si ribella ma l’abbiamo distrutta noi», racconta Sandro. Lavora a Lucerna, è a casa per una vacanza trasformatasi in sit-in permanente. Accanto a lui, in una battaglia per ora sorvegliata con pugno meno esasperato di Pianura, i suoi genitori. Trattori, motorini, rabbia. «Il cognome non lo scriva. Qui la mafia esiste». Qualcuno si è esposto. Padre Stefano Rocca, parroco di Ugento. Qualche telefonata intimidatoria, per poi salire di tono: 5.000 lettere anonime. Infamanti. Invitavano i parrocchiani a stare alla larga dal prete, «Lu spacciatore». «Sin dal primo giorno, ho invitato gli abitanti a dire tutto ciò che sapevano. È inaudito che in un paese di 5.000 persone,non si sia venuto a sapere nulla di nuovo. Peppino viveva a 800 metri dalla Diocesi. La sua morte mi ha provocato rimorso e riportato alla mente l’episodio della Bibbia sul pastore chiamato a proteggere le sue pecorelle. Omertà, questo respiro». Don Stefano non ha paura. «Solo del silenzio. La battaglia di Basile contro i veleni, era sacrosanta ». Nell’orazione quotidiana, Basile ha incontrato diffuse ostilità. «Il sindaco (Eugenio Ozza del Pdl n.d.a)non ha capito. “È bene che si faccia silenzio” mi ha detto più di una volta. La politica non vuole essere al servizio dei cittadini, pretende il contrario». Stasera Stefano e i suoi fedeli saranno a Presicce. Un incontro pubblico per creare una commissione che possa presenziare agli scavi. Pregando Dio, di essere ancora in tempo.</span></span></div>
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		<title>L&#8217;innocenza perduta del Salento</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Oct 2008 22:01:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lamberto Probo]]></category>
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		<category><![CDATA[pizzica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;amor fou della boss col magistrato di Pasquale Colizzi da www.unita.it del 28 ottobre 2008 C&#8217;è sempre l&#8217;anelito del ritorno nella finibus terrae, il Salento come ultimo lembo d&#8217;Italia, dove inizia il mare. Unito alla fascinazione per un&#8217;infanzia, della vita e dei luoghi, che trascolora in sogno felice, puro, solare. La cinematografia di Edoardo Winspeare è costellata di dichiarazioni d&#8217;amore... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2008/10/28/linnocenza-perduta-del-salento/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial;">
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #ff0000; font-size: medium;"><span style="font-weight: bold;">L&#8217;amor fou della boss col magistrato</span></span><br />
di <span style="font-weight: bold;">Pasquale Colizzi</span><br />
da <a href="http://www.unita.it">www.unita.it</a> del 28 ottobre 2008</span></p>
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2008/10/f31.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1400" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2008/10/f31-300x205.jpg" alt="f31" width="300" height="205" /></a>C&#8217;è sempre l&#8217;anelito del ritorno nella finibus terrae, il Salento come ultimo lembo d&#8217;Italia, dove inizia il mare. Unito alla fascinazione per un&#8217;infanzia, della vita e dei luoghi, che trascolora in sogno felice, puro, solare. La cinematografia di <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Edoardo Winspeare</span> è costellata di dichiarazioni d&#8217;amore ad una terra di cui «mi piace utilizzare le bellezze tutte intorno». E come un innamorato tradito, ne denuncia gli scempi con l&#8217;associazione no profit &#8220;Coppula tisa&#8221;, che raccoglie soldi per comprare e abbattere eco-mostri, scorie abusive di falso benessere.</p>
<p>Ma <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Galantuomini</span>, il suo terzo lungo in anteprima al Festival di Roma, è opera solida e matura di un autore che rifugge il rischio di un&#8217;auto-ghettizzazione &#8220;folk&#8221; nei temi e nello stile, di una identificazione forzata e di comodo. E infatti cita Tolstoj: il tuo villaggio è il centro del mondo, racconta il tuo villaggio e racconterai del mondo.<span id="more-338"></span></p>
<p>Per questa storia d&#8217;amore impossibile tra una boss della Sacra Corona Unita (una strepitosa Donatella Finocchiaro) e un magistrato (l&#8217;ottimo Fabrizio Gifuni) in bilico tra il dovere e il cuore, gli sceneggiatori Piva e Valenti hanno scelto un periodo cruciale per il Salento. La fine degli anni Ottanta segnerà infatti uno sfregio nell&#8217;anima ancora innocente di quella comunità: nasce una piccola mafia fabbricata in casa raccattando ragazzetti dai bar, per non lasciare ai forestieri (la &#8216;ndrangheta calabrese) il traffico di sigarette e droga dal Montenegro. Storia effimera per un&#8217;organizzazione mafiosa senza radici e tradizione. Che infatti finisce schiacciata e quasi totalmente debellata nell&#8217;arco di una decina d&#8217;anni.</p>
<p>«Mi sono documentato frequentando Cataldo Motta e Leone De Castris, due magistrati dell&#8217;antimafia e salentini che in quegli anni seguirono il fenomeno» racconta Gifuni. Il suo magistrato è un giovane uomo che dopo alcuni anni a Milano torna al Tribunale di Lecce e ritrova una situazione che non credeva possibile.</p>
<p>Di fronte a lui clan che sparano sempre più spesso, per stabilire le gerarchie. E a capo di una cosca Donatella Finocchiaro, che era un&#8217;amica d&#8217;infanzia: «Una donna di potere dura, violenta, anche spietata, che in un contesto malavitoso accentua i suoi spigoli» spiega l&#8217;attrice siciliana, notevole anche nella mimesi delle inflessioni, vista la somiglianza tra il salentino e il dialetto della Sicilia orientale da cui arriva.</p>
<p>Lei risponde sul territorio al potente zio (Giorgio Colangeli in versione Padrino) rifugiato in Montenegro a impartire ordini. In un mondo di uomini, ha il polso per mettere tutti al loro posto. Persino il padre del figlio, un bravo Beppe Fiorello, la prima volta in versione da bullo. Anzi, precisa, «la prima volta che faccio me stesso. Pure nel mio contesto di provincia la malavita l&#8217;ho conosciuta nei baretti, ne conoscevo parecchi».</p>
<p>Al Festival ormai è Puglia connection, con la malavita barese nel film di Vicari e questa variante salentina. Qualche mese fa toccò a Fine pena mai. Il regista ha una spiegazione: «La mia regione è apparsa nell&#8217;immaginario collettivo da pochissimo: prima il sud era solo Napoli o la Sicilia. Quanto ai Novanta, che ritornano spesso, sono un passaggio cruciale per il Salento». Però poi, ci tiene a sottolineare, «di storia d&#8217;amore stiamo parlando, la malavita è solo un contesto».</p>
<p>Con alle spalle una nobile casata inglese finita secoli fà in un palazzo di Depressa, nel leccese &#8211; da qui un cognome anomalo nel contesto &#8211; Winspeare nel 2000 fu invitato al Sundance con Sangue vivo, primo tra i colleghi italiani. Con quel film da sotto le ceneri riverberò la fiamma della pizzica come simbolo di identità atavica e originale di un territorio, fino ad allora accantonata come vecchiume. Merito anche degli Officina Zoè, gruppo di musicisti e attori per l&#8217;occasione, che contribuì a fondare. E pazienza per la mistificazione turistica che ne è derivata, col Salento &#8220;terra del rimorso&#8221; e del reggae dei Sud Sound System, India o Jamaica d&#8217;Italia.</p>
<p>Per gli appassionai di pizzica (e degli Officina Zoè), piccolo ruolo per Lamberto Probo e ultimo cammeo di Pino Zimba, tamburellista simbolo del movimento di riscoperta, ponte tra vecchia e nuova generazione e incredibile faccia d&#8217;attore. Scomparso quest&#8217;anno a 56 anni ad Aradeo, un paese nel basso Salento, ha avuto una cerimonia degna del Danny di &#8220;Pian della tortilla&#8221; di Steinbeck: funerale preceduto da un corteo di tamburelli e concluso con un concerto spontaneo innaffiato di vino. Quando si parla di &#8220;innocenza perduta&#8221; ci si riferisce anche a questo.</p>
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		<title>Il sogno di cambiare la Barbagia con la cultura si &#232; infranto</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Dec 2007 17:20:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[varie ed eventuali]]></category>
		<category><![CDATA[Barbagia]]></category>
		<category><![CDATA[CGIL]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Orgosolo]]></category>
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		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Davide Maddedu da l&#8217;Unità di sabato 29 dicembre 2008 Il sogno di cambiare la Barbagia con la cultura si è infranto. Peppino Marotto aveva 82 anni ed era considerato una sorta di &#8220;voce della rivoluzione culturale&#8221;. È stato ucciso con sei colpi di pistola sulla porta dell´edicola di Corso Garibaldi, nella sua Orgosolo, prima che comprasse il suo solito... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2007/12/30/il-sogno-di-cambiare-la-barbagia-con-la-cultura-si-infranto/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<p>di <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Davide Maddedu</span><br />
da l&#8217;Unità di sabato 29 dicembre 2008</p>
<p><span style="font-weight: bold; color: #3366ff;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2007/12/muralesorgosolo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1279" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2007/12/muralesorgosolo-183x300.jpg" alt="muralesorgosolo" width="183" height="300" /></a>Il sogno di cambiare la Barbagia con la cultura si è infranto</span>. Peppino Marotto aveva 82 anni ed era considerato una sorta di &#8220;voce della rivoluzione culturale&#8221;. È stato ucciso con sei colpi di pistola sulla porta dell´edicola di Corso Garibaldi, nella sua Orgosolo, prima che comprasse il suo solito pacco di giornali. Marotto in Sardegna era considerato una sorta di &#8220;istituzione&#8221; per il suo impegno politico, sindacale e culturale. Attività al servizio degli altri che continuava nonostante la pensione e la sua età avanzata. Come ogni mattina stava entrando nell´edicola di Orgosolo, il paese finito alla ribalta per gli episodi di cronaca nera e per i suoi murales che rivendicavano la voglia di riscatto.<span id="more-385"></span><br />
(&#8230;)<br />
Peppino Marotto aveva iniziato sin da giovane a impegnarsi in politica, nel Partito Comunista e nel sindacato con la Cgil. Convinto che con la cultura si potessero «cambiare le cose» aveva sostenuto, sin dagli anni 70 <span style="font-weight: bold; color: #3366ff;">i gruppi di muralisti di Orgosolo</span>. I giovani pittori di strada che hanno colorato le vie del piccolo centro della Barbagia, anticipando anche i tempi sui temi importanti come la «prevenzione piuttosto che la repressione», divorzio, aborto, pastorizia e cultura. E negli anni che seguirono il suo impegno non è certo mancato alle altre &#8220;lotte&#8221;. Dalla rivolta dei pastori di Pratobello, alle proteste per il lavoro degli operai di Ottana, continuando con i minatori del Sulcis. Si batteva, come ricordano i dirigenti sindacali, «per cambiare la Barbagia e il suo paese» perché, sosteneva «la Barbagia ha anche un´altra faccia».<br />
<span style="font-weight: bold; color: #3366ff;">Una lotta che non si è fermata alla sola attività sindacale, ma si è estesa anche a quella culturale e musicale</span> cui Marotto ha dedicato soprattutto gli ultimi trent´anni della sua vita. Non è certo un caso che <span style="font-weight: bold; color: #3366ff;">Marotto la sua voglia di riscatto e di rivoluzione l´abbia raccontata con le numerose canzoni in sardo</span>. Poesie che hanno fatto letteralmente &#8220;il giro del mondo&#8221;, soprattutto seguendo il filone della musica tradizionale e culturale e dove la voglia di riscatto dei pastori si unisce alla lotta di Antonio Gramsci, all´idea di rivoluzione che passa per la cultura e il riscatto dei popoli.<br />
Il popolo sardo «fatto di gente che studia e lavora», che rispetta le regole. Una Sardegna diversa da quella dei luoghi comuni fatti di banditi e sequestratori (soprattutto negli anni ´70 e ´80) o di pastori, ma una Sardegna fatta «di cultura, di intellettuali e di gente che lavora duramente». Tanto in fabbrica quanto in miniera. Eppoi, alla fine, l´impegno anche contro la guerra: il poeta ha anche dedicato un canto alla Brigata Sassari al ritorno dalla Grande Guerra: con «Sa brigada sassaresa» ha narrato la presa di coscienza dei Sassarini, al ritorno dalla I guerra mondiale e prima dell&#8217;avvento del fascismo.<br />
Una volta andato in pensione non ha smesso di collaborare quotidianamente con la sede di Orgosolo del sindacato pensionati. Fra le sue opere più importanti &#8220;Su pianeta &#8216;e Supramonte&#8221; (1996), &#8220;Testimonianze poetiche in onore di Emilio Lussu&#8221;, (1983), &#8220;Cantones Politicas Sardas&#8221;, (1978). La sua ultima apparizione pubblica risale allo scorso aprile quando ha partecipato a una serie di convegni sulla figura di Gramsci e ha stupito il pubblico intonando un canto sull&#8217;intellettuale comunista. Erano i sogni di quello che continuava a definirsi un comunista. Sogni distrutti, dopo 82 anni di battaglie in prima fila, da sei colpi di pistola.</p>
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		<title>Salento, il «giardino diffuso» sotto assedio</title>
		<link>https://www.vincenzosantoro.it/2007/03/06/salento-il-giardino-diffuso-sotto-assedio/</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2007 07:46:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Salento e le sue musiche]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Cazzato]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Vincenzo Cazzato da l&#8217;Unità del 3 marzo 2007 L’APPELLO. Dalle ville della «Cupa» nel leccese a quelle dell’entroterra di Gallipoli: una regione di stupende testimonianze architettoniche e paesaggistiche oggi in pericolo. Qualcuno potrà dire che il Salento non è la Val d’Orcia, che il suo paesaggio, ricco di testimonianze storiche diffuse sull’intero territorio, non è ancora fra i siti... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2007/03/06/salento-il-giardino-diffuso-sotto-assedio/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: arial;">
<p><span style="font-size: small;">di <b>Vincenzo Cazzato</b><br />
da l&#8217;Unità del 3 marzo 2007</span></p>
<p><span style="font-style: italic;">L’APPELLO. Dalle ville della «Cupa» nel leccese a quelle dell’entroterra di Gallipoli: una regione di stupende testimonianze architettoniche e paesaggistiche oggi in pericolo.<span id="more-2083"></span></span></p>
<p>Qualcuno potrà dire che il Salento non è la Val d’Orcia, che il suo paesaggio, ricco di testimonianze storiche diffuse sull’intero territorio, non è ancora fra i siti inclusi dall’Unesco nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità; che la denuncia di un cittadino che ha a cuore la sorte di questi luoghi non ha lo stesso peso mediatico di quella del professor Asor Rosa e non potrà mai essere ospitata sulle prime pagine di “Repubblica” creando un caso nazionale (e internazionale).<br />
Ma qualcosa bisogna pur fare per l’amore nei confronti di una terra che i viaggiatori del Sette e dell’Ottocento non esitavano a definire un giardino continuo. Dal terrazzo della masseria di Leucaspide, fra Taranto e Massafra, dimora di Sir James Lacaita (l’Italian englishman, il gentleman farmer, il pugliese alla corte d’Inghilterra), Janet Ross alla fine dell’Ottocento ci fa comprendere quanto sia difficile circoscrivere nel Salento i confini del giardino, in quanto la realtà oltre il giardino è pur sempre un giardino. Un giardino all’interno del quale trovano posto in una storia infinita una serie di sistemi policentrici nati in questa straordinaria parte della penisola nel corso dei secoli, collegati fra loro da una fitta rete di relazioni che connettono centri urbani, coste, campagne in un unico e singolare sistema paesaggistico: dai menhir ai dolmen, dalle torri costiere alle masserie, dai casini alle ville (quelle cinquecentesche e quelle dell’eclettismo) con i loro spazi annessi e gli arredi costituiti da portali, pozzi, viali colonnati, etc.<br />
Il Salento non è nella Lista del Patrimonio Mondiale, tuttavia si sta lavorando in questa direzione perché ne faccia parte, cercando di individuare centri urbani, siti archeologici, paesaggi significativi non stravolti da presenze “incongrue”.<br />
Ma esistono davvero questi paesaggi? Si può ancora parlare di un paesaggio salentino? Un paesaggio che non sia stato violentato dall’azione speculativa, un paesaggio segnato dalla presenza di muri a secco e di antiche carrarecce, di menhir e di dolmen, di trulli e di “pajare”, di torri e di masserie, di aie e dei segni della “centuriatio” romana?<br />
L’urbanizzazione selvaggia lungo la fascia costiera ha ormai quasi chiuso il suo ciclo proponendoci di tutto. Restano pochi brandelli di terra non edificati, ma per quanto tempo ancora? Quale è sul versante jonico il futuro della zona del Pizzo vicino Gallipoli, o del tratto di costa fra marina di Pescoluse e Torre Pali, o fra Torre Pali e Lido Marini?<br />
Dalla costa il fronte speculativo sta pericolosamente avanzando verso l’interno. Se finora sono state le torri costiere i punti di aggregazione dell’urbanizzazione, ora lo stanno diventando le costruzioni rurali, le masserie. Si potrebbe individuare un ampio campionario di scempi compiuti dal momento in cui le masserie da strutture produttive sono state trasformate &#8211; spesso con contributi regionali &#8211; in strutture di ricezione turistica, con l’aggiunta di corpi in finto rustico, di piscine, di zone con prato “all’inglese”; sottraendo da altre costruzioni allo stato di rudere elementi di arredo, persino pietre e tufi che hanno il pregio di possedere la “patina del tempo”.<br />
I furti di pietre fanno pendant con i furti di alberi di olivo secolari che, nonostante tutto, continuano ancora a prendere la strada che li porta a nord, arredando i giardini delle ville della Brianza o lungo le rive del Brenta.<br />
Quelle del Salento sono “pietre che parlano”, testimonianze di rapporti remoti tra l’uomo e la natura: menhir, dolmen, tumuli di specchie, pietre sovrapposte con perizia secolare per dar vita a una miriade di piccole costruzioni o di muretti. In questa regione affamata di terra (al punto da costringere il contadino a guadagnarsi a fatica piccoli brandelli da coltivare) la pietra si trasformava un tempo da ostacolo in materiale da costruzione, amalgamandosi con la natura. Scriveva il Bertaux: “Il lavoro stesso fatto dagli uomini per liberare la terra vegetale e l’uso dei frammenti calcarei, tolti uno ad uno dal campo, ha per effetto non di far scomparire le pietre, ma di renderle più visibili, e da più lontano: ammucchiandole, sembra che le si moltiplichi”.<br />
Si leggono di frequente sulla stampa locale, soprattutto nel periodo estivo (e non è casuale), numerosi servizi che, in omaggio ai villeggianti che numerosi &#8211; ma ancora per quanto? &#8211; frequentano questi luoghi, propongono itinerari alla scoperta delle “bellezze” di un Salento divenuto di gran moda all’insegna della “pizzica” e della “taranta”. Si sente parlare in termini entusiastici del sole, del mare, del vento: una formula che, nella versione dialettale &#8211; “Salentu: lu sule, lu mare, lu vientu” &#8211; ha fatto il giro dell’Italia, sulle magliette e sugli adesivi da apporre sulle auto.<br />
È vero, il Salento è questo: sole, mare, vento (il vento della Japigia, che spazza le nubi e di cui parlano le cronache del Cinquecento). Doni della natura che la mano distruttrice dell’uomo non è riuscita ancora a distruggere. E il paesaggio con le sue peculiarità e le sue bellezze? I fotografi ai quali sono affidati reportages per libri strenna e per dépliant turistici compiono ormai miracoli per inquadrare porzioni di territorio ancora integre; e quando non si riesce a conseguire il risultato, si fa ricorso al ritocco con “photoshop”.<br />
Binomi come quello cultura-svago, che in questa regione potevano costituire un volano per un turismo diverso, sono destinati già da ora (e, ancor di più, col tempo) a fallire per la distruzione dell’elemento che ne costituisce in un certo senso il collante: il paesaggio.<br />
Immergendosi nelle acque cristalline dello Jonio, capita di tenere gli occhi aperti nuotando verso il largo; ma il ritorno a riva è con gli occhi chiusi, per non vedere case costruite sulla sabbia, complessi turistici realizzati in gran fretta per scoraggiare eventuali denunce e che già sanno di vecchio, chiese monumentali e costosissime a forma di prora di nave &#8211; quale originalità! &#8211; edificate senza alcun motivo (in estate le messe si celebrano all’aperto).<br />
In alcuni siti web di queste località balneari non manca il richiamo al numero di “vele” assegnate da questa o da quella “goletta”, senza considerare che paradossalmente sono proprio simili graduatorie &#8211; redatte spesso sulla base di parametri parziali &#8211; a favorire nuove speculazioni, a far crescere il valore dei suoli. Come è accaduto in Val d’Orcia, dove le lottizzazioni vengono pubblicizzate nel nome dell’Unesco.<br />
Perché mai in questa regione non si ha il coraggio di proporre un viaggio attraverso gli scempi &#8211; e sono tanti &#8211; perpetrati ai danni del territorio e dei cittadini, che saranno i primi a pagare il prezzo di una politica che finirà col giovare solo a poche persone, disinvolte e spregiudicate? Gli edifici di Punta Perotti si possono abbattere in pochi secondi, il degrado diffuso no.<br />
La casistica degli “orrori” potrebbe essere assai ampia: dalle cave utilizzate come discariche abusive, ai villaggi turistici a due piani costruiti su siti archeologici, dai progetti di lottizzazione lungo la costa (da quelli realizzati e in fase di realizzazione, a quelli già depositati in regione) alla distruzione delle costruzioni rurali e dei muri a secco. Si potrebbe allestire un dossier sugli interventi sciagurati di cui sono vittime le “pajare” &#8211; dalla distruzione totale alle varie forme di “recupero” &#8211; o sui “restauri” dei muri a secco: dalla sostituzione con muretti in blocchi di cemento, alla sovrapposizione di reti mimetiche in plastica. A proposito dei muri a secco, i contributi regionali per la ricostruzione e il restauro vengono concessi solo se c’è un impegno a non fare uso di cemento per almeno cinque anni. E dopo?<br />
Viene da chiedersi quale amministratore sa che esiste una Convenzione Europea del Paesaggio. Probabilmente nessuno, e comunque nessuno è interessato a conoscerne i contenuti. I sindaci sono spesso architetti, ingegneri, geometri. Con le dovute eccezioni, queste qualifiche non costituiscono una garanzia ai fini della tutela del paesaggio. Se infatti in alcuni casi la padronanza di certi meccanismi, derivante dall’esercizio della professione, viene posta al servizio del cittadino, in altri queste stesse conoscenze servono soltanto a perseguire propri interessi.<br />
Una volta l’amministratore di un piccolo paese ebbe a dire che il territorio comunale è troppo vasto per poter esercitare un controllo capillare. Ma il Salento è una realtà costituita da paesi che, soprattutto verso il Capo di Santa Maria di Leuca, si succedono senza soluzione di continuità, a poche centinaia o decine di metri di distanza l’uno dall’altro. E poi, nell’era della comunicazione, non è forse consentito prendere visione degli scempi “in tempo reale”, rimanendo seduti davanti alla propria scrivania e collegandosi a uno dei siti che fotografano il pianeta dall’alto?<br />
Certo, le immagini satellitari documentano scempi ormai perpetrati, mentre ci sono anche quelli in procinto di essere compiuti. Visionando, presso l’Agenzia del Territorio (l’ex Ufficio tecnico erariale), un foglio di mappa aggiornato relativo a un contesto rurale, ci si può rendere conto di quanti terreni siano stati recentissimamente frazionati in particelle di piccole dimensioni: un processo che sta subendo un’accelerazione a dir poco preoccupante e che corrisponde a vere e proprie lottizzazioni di fatto.<br />
I meccanismi sono fra i più perversi. Accade, anche con la complicità di tecnici comunali, che si vendano e si acquistino terreni agricoli con all’interno un edificio allo stato di rudere (trullo, “pajara”, “liama”, un antico recinto per ovini), frazionando l’originaria superficie di pertinenza senza neppure garantire il lotto minimo previsto dalla legge (e al di sotto del quale è possibile frazionare solo tra padre e figlio).<br />
Accade anche che chi vuole edificare in zona agricola e non possiede i requisiti di bracciante o di coltivatore diretto (dimostrando che almeno i 2/3 del reddito derivano dalla conduzione del fondo sul quale si chiede di costruire), per poter usufruire di agevolazioni, si accordi &#8211; mediante sottoscrizione di atti privati e dietro lauti compensi &#8211; con alcuni agricoltori, che vengono fatti figurare come affittuari o addirittura come proprietari.<br />
Un meccanismo assurdo consente poi di accorpare in un unico lotto terreni dello stesso proprietario, anche distanti fra loro, purché nello stesso Comune, al fine di sfruttare al massimo l’indice di cubatura consentito. In assenza di controlli, le nuove costruzioni non rispettano i caratteri tipologici di un’abitazione colonica o rurale.<br />
La Regione certamente ha avviato una serie di iniziative. È recente, ad esempio, una delibera della Giunta per una carta dei beni culturali della Puglia. Siamo tutti d’accordo che per tutelare bisogna in primo luogo conoscere, ma c’è chi vede con favore che si percorra la sola strada della conoscenza, rinviando a data da destinarsi di percorrere quella degli interventi concreti di tutela. Serve insomma una politica più coraggiosa, che arresti un finto sviluppo destinato a privare nel giro di pochi anni il paesaggio salentino della propria identità.<br />
Cosa c’è da sperare? Che, come è accaduto con gli inglesi fra Otto e Novecento in Toscana, gli “stranieri”, più sensibili ai problemi del paesaggio, ne acquistino porzioni sempre più ampie come è accaduto di recente nei pressi del canale del Fano, nel Basso Salento? Un Salentoshire dopo il Chiantishire? Può darsi. Ma sarebbe davvero triste se gli abitanti di questo estremo lembo d’Italia non si rendessero protagonisti in prima persona di una ribellione culturale in difesa della loro terra, che è la terra del sudore dei loro padri che con grande fatica l’hanno coltivata trasformandola in un giardino; anche quando le pietre avevano il sopravvento sulla terra. Ma i primi giardini &#8211; scrive Pierre Grimal &#8211; non sono forse sorti nel mezzo di un deserto?</p>
<p>VINCENZO CAZZATO<br />
Comitato nazionale per lo studio e la conservazione dei giardini storici<br />
Università del Salento, Lecce &#8211; Facoltà di Beni Culturali</p>
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		<title>Compagni, queste sono «Mazzate pesanti»!</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Dec 2004 21:53:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Aramirè]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Di Vittorio]]></category>
		<category><![CDATA[Ivan Della Mea]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Ivan Della Mea da l&#8217;Unità del 12 dicembre 2004 È il titolo del belllissimo cd di Roberto Raheli. L’ho ascoltato in Puglia: ha delle cose forti da dire e le sa dire A Bari il 22 novembre, ore 18 circa, biblioteca grande, bella, io un poco inadeguato mi sento in quanto invitato lì a dire de La memoria che... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2004/12/12/compagni-queste-sono-mazzate-pesanti/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; color: #000000; font-family: Arial;" align="justify">
<p><span style="font-size: medium;"><span style="font-size: medium;">di <span style="font-weight: bold;">Ivan Della Mea</span></span></span></p>
<p>da l&#8217;Unità del 12 dicembre 2004</p>
<p><span style="font-style: italic;">È il titolo del belllissimo cd di Roberto Raheli. L’ho ascoltato in Puglia: ha delle cose forti da dire e le sa dire</span></p>
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2015/07/dellamea.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2009" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2015/07/dellamea.jpg" alt="dellamea" width="245" height="290" /></a>A Bari il 22 novembre, ore 18 circa, biblioteca grande, bella, io un poco inadeguato mi sento in quanto invitato lì a dire de <span style="font-style: italic;">La memoria che resta</span> di Giovanni Rinaldi e Paola Sobrero edizioni Aramirè; a dire di <span style="font-style: italic;">Una memoria interrotta. Lotte contadine e nascita della democrazia</span> di Grazia Prontera edizioni Aramirè; a dire, dunque, delle voci della vita di contadini e delle lotte contro i grandi latifondisti sfruttatori della Capitanata e a dire della settimana rossa di Bari (1914) offuscata per storia dalla settimana rossa di Ancona; a dire della vita di <span style="font-weight: bold;">Giuseppe Di Vittorio<span id="more-2008"></span></span>, che ancora è memoria di ex braccianti e loro famigli, storiografia orale quindi grazie alla quale poter leggere il punto di vista delle cosiddette classi subalterne, materiali per una riflessione politico culturale ancora tutta da fare per capire come mai in quella zona e con quelle lotte e nonostante la forza e l’ingegno di un Giuseppe Di Vittorio non è cresciuto un movimento di solidariietà fatto di leghe contadine e di società di mutuo soccorso bensì si sono sedate le lotte con concessioni individuali di pezzetti di terra insufficienti a dare la dignità minima dell’umana sopravvivenza e dunque costringendo il piccolissimo proprietario a rifarsi bracciante e schiavo; e a dire che nonostante il sole della speranza si sia fatto rosso è rimasta la memoria del sopruso, un dramma che si può leggere e vedere oggi nei <span style="font-style: italic;">Braccianti. La memoria che resta</span> grande teatro sociale di Enrico Messina e Micaela Sapienza.</p>
<p>Poi, sempre in quella biblioteca, per dire del Salento degli <span style="font-weight: bold;">Aramirè</span> edizioni certo e gruppo di ricerca e di riproposta dei suoni salentini, in polemica con i pizzicanti pizzicagnoli tarantolati o dalla voglia di fare moda, consumo, il verso al popolo, folklorismo becero d’accatto, le notti della tarantola. Con il massimo rispetto, filologico a parer mio, dello spirito vivo della tradizione, Roberto Raheli canta il nostro presente e propone così un nuovo e più alto livello del canto della protesta sociale. <span style="color: #993300;"><em>Mazzate pesanti</em></span> è il titolo del cd e di mazzate di tratta e pesanti davvero e dedicate all’universo mondo con intelligenza e tutto quello che occorre per indurre un ascolto non evasivo: la ragione di Raheli vuole essere ascoltata e ci riesce. Tornando a Milano, un po’ sfranto dalla fatica, ho sentito la necessità di sdebitarmi per i doni che avevo ricevuto. A Giovanni Rinaldi e a Paola Sobrero e a Grazia Prontera e agli Aramirè in generale e a Roberto Raheli in particolare e a Lia de Martino figlia di Ernesto incontrata in stazione a Bari, e anche questo è un ricordo di molto caro, e a Pino e Carlo suoi giovani amici musicisti di Altamura che l’hanno accompagnata e che mi hanno lasciato di che ascoltare e alla voglia che ci siamo regalata di ritrovarci: a tutti loro insomma io dedico questo:<span style="font-weight: bold; color: #800000;">Prima di Bari</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">&#8230; prima di Bari</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">treno notte Molise</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">albedo a San Severo</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">immensa d’oro la spianata</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">oro rosso ramato e infuocato</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">oro bianco altrove è platinata</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">oro sono i quattro orizzonti</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">capitanata</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">la vigna spogliata d’uve</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">regala oro a foglie</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">l’olivo lo raccoglie</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">assai attento</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">alla bellezza d’arte inarrivata</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">che all’occhio dona il pianto della gioia</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">gli intarsi</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">perfetti più di dio</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">di lui più preziosi</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">smeraldi luminosi</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">che lanciano all’azzurro</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">d’un cielo di madonna</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">la grande luce di quel giorno primo:</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">per quella ogni ventura è comandata</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">anche i carciofi</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">sanno la libertà capitanata</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">immenso è il tuo ciborio</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">Giuseppe Di Vittorio</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">la piana d’oro è sempre la tua stanza</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">speranza ancora mai perduta</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">oltre le Puglie tutte:</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">poi,</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">è Bari:</span><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">si scende il treno</span><br style="font-weight: bold; color: #800000;" /><br />
<span style="font-weight: bold; color: #800000;">e l’alba grande ora s’è venuta.</span></p>
</div>
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		<title>Tricase 1935, la strage del tabacco</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2003 22:44:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Tabacco e tabacchine nella memoria storica]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Portelli]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Rivolta di Tricase]]></category>
		<category><![CDATA[Tricase]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>da l’Unità &#8211; di Alessandro Portelli Ricordi e racconti di un pezzo di storia del Sud, la rivolta delle tabacchine a Tricase nel 1935. Se ne parla oggi al Centro sociale ex Snia Viscosa in un incontro organizzato dal Circolo Gianni Bosio. Intervengono Sandro Portelli, Erri De Luca, Alessandra Gissi e Vincenzo Santoro, curatore del libro «Tabacco e tabacchine nella memoria storica»... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2003/11/11/tricase-1935-la-strage-del-tabacco/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span class="data1">da l’Unità &#8211; di Alessandro Portelli</span></p>
<p>Ricordi e racconti di un pezzo di storia del Sud, la rivolta delle tabacchine a Tricase nel 1935. Se ne parla oggi al Centro sociale ex Snia Viscosa in un incontro organizzato dal Circolo Gianni Bosio. Intervengono Sandro Portelli, Erri De Luca, Alessandra Gissi e Vincenzo Santoro, curatore del libro «Tabacco e tabacchine nella memoria storica» (Manni editore, pp. 168, euro 13) della cui introduzione pubblichiamo un brano.</p>
<p>Ha scritto Luigi Chiriatti, uno dei protagonisti della ricerca sulla cultura popolare salentina, che quando per la prima volta venne a Tricase in cerca di canti di tradizione orale, qualcuno gli disse: a Tricase non si canta più dal tempo della strage del 1935, quando cinque persone furono uccise dalle “forze dell’ordine” durante una manifestazione di piazza contro la minaccia di trasferimento del tabacchificio dell’Acait.<br />
Evidentemente, non è letteralmente vero: anche dopo una tragedia del genere, la vita non si interrompe, la cultura non tace, la memoria non sparisce. Ma è la potente metafora poetica di una memoria soppressa, di un silenzio imposto e interiorizzato. In tutto questo tempo, la tragedia del 1935 e il mondo da cui è scaturita hanno continuato a esistere nella memoria di chi c’è stato, nei racconti familiari (“parlo per sentito dire, dai racconti di mio padre…”, dicono). Adesso possiamo condividere e ascoltare quella memoria anche noi che non c’eravamo: la storia orale apre ai protagonisti uno spazio narrativo, offre un ascolto, un tempo, un canale di comunicazione, che aiutano le loro parole a uscire all’aperto e venire ascoltate. [&#8230;]<br />
La ricerca che presentiamo nasce da un’occasione e da un incontro. L’occasione è l’impegno del comune di Tricase per il recupero dell’Acait e la sua restituzione come spazio pubblico alla collettività: in un certo senso, il libro e la ricerca fanno per la memoria immateriale delle parole e delle canzoni quello che il recupero dell’edificio fa con la memoria materiale dei mattoni. L’incontro è quello di alcuni operatori culturali salentini – a partire dai curatori e poi dai collaboratori di questo libro – con il Circolo Gianni Bosio, una struttura autorganizzata di lavoro culturale con sede a Roma, che si occupa di musica popolare, di storia orale, di “conoscenza critica e presenza alternativa delle culture popolari”. [&#8230;]<br />
A Tricase, la notizia dello spostamento dell’Acait fa da detonatore a uno stato di ansia generato da eventi precedenti (la perdita di altre strutture pubbliche), ma forse anche da quella faticosa “normalità” di cui non si riesce a nominare la violenza ma la si sente sulla pelle. C’è chi ci va come a una festa (sono sempre molte le analogie fra le feste e gli scioperi, fa i pellegrinaggi e le occupazioni: le culture popolari trasferiscono da una situazione collettiva all’altra i gesti, gli stati d’animo, le modalità); ma in tanti ricordano, a simbolo di una festa avviata a farsi tragedia, che le luminarie del giorno prima erano state fatte a pezzi.<br />
Una manifestazione, insomma, è un atto di comunicazione; ma non si danno interpretazioni univoche e rigide. Sono così le narrazioni popolari: contraddittorie, plurali, inafferrabili, sfuggono sempre alla razionalità semplificatrice che le narrazioni dominanti gli vogliono imporre. Sia l’inizio, sia la fine di quella giornata infatti sono dominati da narrazioni egemoniche che attribuiscono un significato solo a eventi che ne hanno molti.<br />
A monte della protesta, infatti, stanno le tensioni fra gruppi dominanti: lotte di potere, forse tracce di sotterraneo, benintenzionato antifascismo. [&#8230;] Ma quando la gente va in piazza, ci va con la propria storia e la propria rabbia [&#8230;]. Ci vanno i maschi, ci vanno i “pazzi di testa,” ci vanno – se ci sono – gli antifascisti, il paese è percorso da un curioso e inspiegabile banditore col tamburo che non si sa chi l’ha chiamato&#8230; E il significato della manifestazione diventa altro da quello di chi l’aveva in qualche misura incentivata, perché quando le classi non egemoni parlano per conto proprio i conti sono altri.<br />
Non ci vanno per opporsi al regime, ma il regime se lo trovano contro: qualcuno fra i dimostranti inneggia al duce e al re, ma i fascisti stanno mischiati coi carabinieri. Se c’è un tratto specifico di fascismo in questa storia, è la reazione condizionata per cui la presenza dei cittadini in piazza è di per sé un atto di sovversione, ogni “adunanza” è sovversiva, e quindi, che ci sia l’ordine o che un singolo perda la testa, si finisce inevitabilmente per sparare; che mirino a uccidere o che sbaglino la mira, il morto, i morti, ci scappano sempre.<br />
Di qui, la sovrapposizione, a valle, dopo i fatti, di un’altra narrazione egemonica con un significato solo: è stata una manifestazione antifascista. Lo dicono la polizia e i carabinieri, ma anche gli antifascisti (le parole di Di Vittorio sulla “rivolta di Tricase”). Il problema è che questa fu e insieme non fu, una manifestazione antifascista: sia l’atto di assumerla dentro la storia dell’antifascismo politico, sia quello di negarle ogni valenza politica riducendola a una tardiva jacquerie hanno torto. Non fu nessuna delle due cose, fu tutte e due, fu di più.<br />
La gente in piazza non si proponeva di rovesciare il regime o, come si dice ancora oggi con parole di allora, di “turbare l’esercizio delle funzioni di governo” e tanto meno di “sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito nello Stato.” Volevano solo assicurarsi di avere da mangiare. Ma il fatto di andarlo a reclamare in piazza viola un’idea di ordine come sinonimo di silenzio e di piazze vuote che si riempiono solo a comando, e diventa un atto intrinsecamente politico. [&#8230;]<br />
Nei giorni seguenti, a Tricase si può essere arrestati per aver fatto un capannello in piazza: ogni adunanza è sovversiva, si dà per scontato che nei capannelli si “parli male del partito,” l’atto stesso di parlare, nel regime del silenzio, è un atto politico e contrario al partito. Anche per questo, oggi che il silenzio non è più d’obbligo e che ancora resiste il diritto alla parola, è importante non perdere l’abitudine di utilizzarlo; e la storia orale, che invita a parlare e che ascolta chi parla, è anche per questo uno strumento di democrazia.<br />
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