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	<title>Vincenzo Santoro &#187; Edoardo Winspeare</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>Alessano tra vecchi mestieri e la miracolosa pizzica</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Aug 2019 06:52:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Domenica scorsa (18 agosto), alla presentazione di Rito e passione ad Alessano, nel dibattito con Sergio Blasi e Maurizio Nocera si è parlato molto della fase &#8220;aurorale&#8221; del lavoro sul tema della cultura popolare, nello snodo decisivo della fine degli anni novanta. Mi pare utile a questo proposito riportare questo articolo, scritto giusto venti anni fa, che il caro Sergio Torsello... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2019/08/21/alessano-tra-vecchi-mestieri-e-la-miracolosa-pizzica/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2019/08/sergio10-07-99.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3460" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2019/08/sergio10-07-99-300x178.jpg" alt="sergio10-07-99" width="300" height="178" /></a></p>
<div class="" data-block="true" data-editor="fsklo" data-offset-key="fmr15-0-0">
<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="fmr15-0-0"><em><span data-offset-key="fmr15-0-0"><span data-text="true">Domenica scorsa (18 agosto), alla presentazione di <a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/2019/04/18/rito-e-passione-conversazioni-intorno-alla-musica-popolare-salentina/">Rito e passione</a> ad Alessano, nel dibattito con Sergio Blasi e Maurizio Nocera si è parlato molto della fase &#8220;aurorale&#8221; del lavoro sul tema della cultura popolare, nello snodo decisivo della fine degli anni novanta. Mi pare utile a questo proposito riportare questo articolo, scritto giusto venti anni fa, che il caro Sergio Torsello &#8211; allora addetto stampa del Comune di Alessano, dove io ero consigliere comunale delegato alla cultura &#8211; riuscì a far uscire sulle pagine del quotidiano L&#8217;Unità. L&#8217;articolo fa il punto sul lavoro che era in corso, annunciando anche che a breve sarebbero cominciate le riprese del film Sangue vivo di Edoardo Winspeare, in parte girate nel nostro paese. Riferisce anche di un&#8217;altra iniziativa di ricerca sui temi della cultura e di censimento dei frantoi ipogei, che portò alla realizzazione di una bella mostra, il cui ispiratore era stato Nunzio Pacella, che da poco ci ha lasciati.</span></span></em></div>
</div>
<div class="" data-block="true" data-editor="fsklo" data-offset-key="a0gtg-0-0">
<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="a0gtg-0-0"><em><span data-offset-key="a0gtg-0-0"><span data-text="true">Per chi volesse approfondire alcuni di questi argomenti, rimando anche alla inedita &#8220;conversazione&#8221; fra me e Sergio Torsello (del 2006) che ho pubblicato nel volume <a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/2019/04/18/rito-e-passione-conversazioni-intorno-alla-musica-popolare-salentina/">Rito e passione</a>.</span></span></em></div>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong><span style="color: #ff0000;">Sergio Torsello</span></strong>, da <span style="color: #993300;"><em>L&#8217;Unità</em></span> del 10 luglio 1999</p>
<p>Le parole d’ordine sono recuperare e valorizzare, convinti che i beni culturali siano una importante occasione di sviluppo per il Mezzogiorno. È questo il leit-motiv che ispira l’attività dell’amministrazione comunale di Alessano (un piccolo centro in provincia di Lecce), dove da alcuni anni ormai si susseguono le iniziative della maggioranza di centrosinistra guidata dal sindaco <span style="color: #ff0000;">Cosimo Del Casale</span> (Ds), finalizzate a riscoprire la cultura tradizionale e i beni architettonici locali. Nei mesi scorsi un’indagine sull’archeologia industriale ha riportato alla luce ben 38 trappiti “a grotta” e a “fabbrica” (antiche strutture per la lavorazione dell’olio) che saranno in parte inserite in percorsi di fruizione turistica dell’antica “cultura dell’olio” salentina. Nel marzo scorso, inoltre, è stata inaugurata la rassegna dal titolo «Il tarantismo: storia per immagini», un ciclo di proiezioni (tutt’ora in corso) dedicate ai video e ai documentari sul tarantismo girati nei quarant’anni successivi alla celebre spedizione etnografica di <span style="color: #ff0000;">Ernesto De Martino</span>. L’ultima iniziativa, in ordine di tempo, ha preso il via proprio in questi giorni, con l’approvazione in Consiglio comunale del regolamento per la concessione dei contributi a fondo perduto destinati agli artigiani che apriranno bottega nel centro storico. Il progetto, ideato da Vincenzo Santoro, consigliere comunale delegato alla cultura, è rivolto non solo agli artigiani già operanti sul territorio comunale ma anche a quelli attivi nei paesi vicini con particolare riferimento a giovani disoccupati desiderosi di inserirsi nel mondo del lavoro.<br />
L’obiettivo è duplice: da un lato recuperare la funzione di “contenitore culturale” del centro storico, creando un’attrattiva turistica legata alla presenza di attività artigianali tradizionali (una caratteristica questa che sarà esaltata con l’imminente ultimazione dei lavori per il ripristino del basolato nella piazza centrale del paese); dall’altro cercare di conservare la memoria e la professionalità di antichi mestieri a rischio di estinzione (lavorazione della pietra leccese e del ferro battuto, artigianato fìgulo e officine per la costruzione di strumenti musicali popolari). I finanziamenti , che riguarderanno interventi di ampliamento e di ristrutturazione dei locali; adeguamento degli edifici alle norme di sicurezza, spese di progettazione e di affitto dei locali , saranno suddivisi in tre tranche: 4 milioni (di lire, NdR) per il primo anno di attività, 2 milioni per il secondo e un milione per il terzo. A questi bisogna poi aggiungere un contributo a fondo perduto fino ad un massimo di 3 milioni per il rifacimento di facciate ed infissi già attivato nel 1999 e confermato anche quest’anno.<br />
«Questa amministrazione &#8211; dichiara <span style="color: #ff0000;">Vincenzo Santoro</span> &#8211; ha puntato molto sulla valorizzazione della storia e della cultura del nostro territorio. Pensiamo infatti che ciò, oltre che essere un nostro preciso dovere civico, possa costituire una preziosa risorsa per lo sviluppo economico locale. Su questo stiamo cominciando ad avere i primi risultati con la scelta di Edoardo Winspeare di ambientare proprio qui da noi il suo prossimo film». Sarà infatti lo<br />
stesso Winspeare, il giovane regista salentino reduce dal successo della sua opera prima «<span style="color: #993300;">Pizzicata</span>», pluripremiata nei festival di mezza Europa, a presentare venerdì 16 luglio (alle 20, presso l’auditorium «Don Tonino Bello») il suo nuovo film «<span style="color: #993300;">Sangue Vivo</span>», che narra una vicenda amara, ambientata nel Salento dei nostri giorni, scandita dal ritmo della “pizzica” (la musica che guariva dal morso della tarantola), e incentrata sul rapporto conflittuale tra due fratelli che rappresentano le diverse anime (e le molte contraddizioni) di questa terra.</p>
<p>Una ampia selezione di scritti di Sergio Torsello, pubblicata con il consenso dell’autore, si può leggere cliccando <a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/articoli-di-sergio-torsello/">qui</a></p>
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		<title>La Puglia immaginata. Una regione scritta da altrove</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jul 2011 06:54:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Vincenzo Santoro da Coolclub.it n. 63 di aprile 2010 (Puglia sopra le righe) Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli scrittori pugliesi che si sono imposti alla ribalta nazionale, arrivando a pubblicare anche per case editrici importanti. Occorre tener presente però che, in molti casi, questi scrittori vivono ormai da anni (a volte da moltissimi anni) fuori dalla Puglia,... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2011/07/02/la-puglia-immaginata-una-regione-scritta-da-altrove/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <strong>Vincenzo Santoro</strong></span></p>
<p>da Coolclub.it n. 63 di aprile 2010 (<em><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/2010/02/23/puglia-sopra-le-righe/">Puglia sopra le righe</a></em>)</p>
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2011/07/mdab.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1838" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2011/07/mdab-300x297.jpg" alt="mdab" width="300" height="297" /></a>Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli scrittori pugliesi che si sono imposti alla ribalta nazionale, arrivando a pubblicare anche per case editrici importanti. Occorre tener presente però che, in molti casi, questi scrittori vivono ormai da anni (a volte da moltissimi anni) fuori dalla Puglia, per cui forse la categoria di “scrittore pugliese” andrebbe usata con più cautela.</p>
<p>Uno sguardo alla Puglia come nuova location di un certo immaginario letterario non può però a mio avviso prescindere da un altro fenomeno, che riguarda invece numerosi scrittori che, pur non pugliesi, hanno scelto la nostra regione – che è diventata per loro quasi una “seconda patria”, e in cui risiedono per lunghi periodi dell’anno -, per ambientare le loro opere. Questo fenomeno riguarda soprattutto il Salento che pare essere diventato un vero e proprio “scenario ideale” per romanzi, ma anche per opere teatrali, film, fiction televisive. In molti casi, questa produzione letteraria si muove in parallelo con la tumultuosa “rinascita della pizzica” degli ultimi anni, per cui le opere di questi scrittori, singolarmente, fanno in vario modo riferimento proprio al “Salento pizzicato”, con i suoi luoghi, i suoi protagonisti e i suoi riti<span id="more-171"></span>.</p>
<p>A voler dare una parziale rassegna, possiamo cominciare, in ordine cronologico, dal romanzo <span style="color: #ff0000;"><em>Delle volte il vento</em></span>, della bolognese <strong>Milena Magnani </strong>(Vallecchi 1996), ambientato a Otranto, nel periodo di maggiore intensità degli sbarchi dei “migranti”, che descrive, attraverso la storia di un’amicizia difficile tra una donna del posto e un’“albanese”, le conseguenze dello sradicamento e dell’esilio forzato. Nei dialoghi troviamo spesso l’uso del dialetto salentino e nella narrazione sono continui i riferimenti ad elementi della cultura popolare locale.</p>
<p>Sempre sulla città adriatica, non si può non citare <span style="color: #ff0000;"><em>Otranto</em></span> di <strong>Roberto Cotroneo</strong> (Mondadori 1997), scrittore che ha col Salento e con la città idruntina un legame speciale. Il libro, chiaramente debitore verso <em>L’ora di tutti</em> di <strong>Maria Corti</strong>, descrive Otranto come una città onirica, metafisica, carica della presenza costante delle memorie dei tragici avvenimenti che vi si sono svolti.</p>
<p>L’ambientazione salentina e le suggestioni del tarantismo le troviamo successivamente in <span style="color: #ff0000;"><em>Casa rossa</em></span> di <strong>Francesca Marciano</strong> (Longanesi 2003), complesso affresco narrativo che attraversa la storia italiana dagli anni ’30 ai giorni nostri, ambientato tra Roma, New York e la Casa Rossa della famiglia della protagonista, situata nel Sud Salento. Il libro contiene numerosi riferirapia domiciliare di una tarantata, ambientata negli anni ’50, chiaramente ispirata alle descrizioni demartiniane.</p>
<p>Il testo più spiazzante fra quelli da noi considerati è certamente <span style="color: #ff0000;"><em>Rosso taranta</em></span>, di <strong>Angelo Morino</strong> (Sellerio 2006), in cui l’autore rilegge, ancora una volta, La terra del rimorso, e, contemporaneamente, dopo una visita nel Salento nel giugno del 2001, ripercorre in prima persona le tappe della ricerca dell’etnologo napoletano, riportando lo svolgimento del suo viaggio in una sorta di singolare “diario sul campo”. Ne deriva un libro inquietante e controverso, in cui in molti casi l’autore pare forzare i dati della realtà, alla ricerca di quelle che appaiono sue personali ossessioni.</p>
<p>Di tutt’altro tenore è invece <span style="color: #ff0000;"><em>Il bacio della tarantola</em></span> di <strong>Giovanna Bandini</strong> (Newton Compton 2006), che, senza mediazioni di sorta, cerca di sintonizzarsi con il movimento musicale salentino (e in particolare con la rappresentazione che ne dà <strong>Edoardo Winspeare</strong> in <em>Sangue Vivo</em>), con i suoi protagonisti, i sui luoghi topici, il suo linguaggio e, naturalmente, con la sua musica e la sua danza. La trama appare quasi come un pretesto per descrivere “quel” Salento, profondamente vissuto e amato dall’autrice. Da notare inoltre la presenza frequente di espressioni del dialetto del Capo di Leuca, quasi sempre usato in maniera pertinente e corretta.</p>
<p>Per concludere la nostra rassegna, dobbiamo citare l’importante primo romanzo della musicista <strong>Teresa De Sio</strong>, <span style="color: #ff0000;"><em>Metti il diavolo a ballare</em></span> (Einaudi 2009), ambientato nel Salento degli anni ’50, che descrive una terribile vicenda di soprusi a cui è sottoposta una bambina di origini umili, che, per sfuggire alla propria condizione e “espiare” il proprio male, a un certo punto diventa tarantata, e viene costretta a “curarsi” con la musica. Anche in questo caso, le descrizioni dell’esorcismo domiciliare risentono in maniera evidente dello “sguardo” demartiniano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ndr: a questi romanzi ne va aggiunto uno uscito per Adelphi nel giugno 2011, <a href="http://www.vincenzosantoro.it/dblog/articolo.asp?ID=628"><span style="color: #ff0000;"><em>Lu campo de girasoli</em></span></a> di <strong>Andrej Longo</strong></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Col Sangue sempre vivo. Intervista ad Edoardo Winspeare</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 16:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Salento e le sue musiche]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Winspeare]]></category>
		<category><![CDATA[il Paese Nuovo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Lucio Lussi da Il Paese Nuovo, 5 marzo 2011 È del 1996 “Pizzicata” &#8211; l’inizio dell’ancora attiva “nouvelle vague” di Terra d’Otranto &#8211; nel 2000 venne “Sangue Vivo” ed Edoardo Winspeare, confermò la sua “podestà poetica” dando la stura al desiderio di Cinema, molto poi è accaduto&#8230; Edoardo, la nascita di tua figlia ti ha tenuto lontano dalle scene... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2011/03/06/col-sangue-sempre-vivo-intervista-ad-edoardo-winspeare/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2011/03/img.php_.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1795" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2011/03/img.php_-210x300.jpeg" alt="Sangue Vivo" width="210" height="300" /></a>di <strong>Lucio Lussi</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">da <a href="http://www.ilpaesenuovo.it"><strong>Il Paese Nuovo</strong></a>, 5 marzo 2011</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">È del 1996 “Pizzicata” &#8211; l’inizio dell’ancora attiva “nouvelle vague” di Terra d’Otranto &#8211; nel 2000 venne “Sangue Vivo” ed Edoardo Winspeare, confermò la sua “podestà poetica” dando la stura al desiderio di Cinema, molto poi è accaduto&#8230;</span></em></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Edoardo, la nascita di tua figlia ti ha tenuto lontano dalle scene per un po’. Cosa stai facendo adesso?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Sto scrivendo una sceneggiatura ambientata nel Salento. È una commedia per il cinema, è mol- to divertente e uscirà nel 2012”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Alcune indiscrezioni sul cast?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">”Il cast sarà molto ‘locale’, con gente che va dal nord al sud della provincia, da Trepuzzi a Santa Maria di Leuca</span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><span id="more-185"></span></span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Sei nato a Klagenfurt in Austria, hai studiato a Firenze, New York e Monaco di Baviera. Cosa ti porti dietro di questi posti?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“A questi aggiungerei altri luoghi, come Parigi, città nella quale ho vissuto due mesi per lavoro. Ogni posto mi ha toccato profondamente e mi ha lasciato dentro qualcosa</span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">. Ho la fortuna di avere una cultura cosmopolita e delle origini variegate. Per questo ho un’identità complessa e mi sento a tutti gli effetti un mitteleuropeo. Mio padre era un napoletano di origini inglesi e mia madre, invece, è nata a Vienna ed è cresciuta in Ungheria. Mia madre per parlare con il fratello usa l’ungherese, con suo padre il tedesco o il francese, con suo marito il francese e con i figli l’italiano o il francese”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Com’è la vita a Corsano?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Bellissima. Amo molto la vita di paese. I tempi sono molto lenti e mi piace ascoltare gli anziani che parlano in dialetto per strada”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Nel 2010 hai realizzato il documentario “Sotto il Celio azzurro” (il 2 marzo è uscito il dvd), nel quale viene raccontata la normale vita quotidiana di una scuola materna romana multiculturale, che accoglie sia bambini stranieri che un piccolo gruppo di bambini italiani. Che tipo di esperienza è stata?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Il Celio azzurro è una scuola molto speciale ed è la prima ad aver sperimentato negli anni Ottanta l’inserimento dei bambini extracomunitari. Nel Celio genitori e maestri collaborano alle attività della scuola e poi vanno tutti insieme in gita. E’ una scuola nella quale si lavora molto sulla fantasia e sulla reciproca scoperta dell’altro, e l’altro in questo caso è il povero, l’ateo, il musulmano. I bambini non avvertono le differenze come noi adulti, anzi, in questo modo, imparano subito che la differenza è una ricchezza”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Nel 2008, invece, è uscito il documentario “La festa che prende fuoco”, che ripercorre la tradizione della festa di Sant’Antonio Abate a Novoli con il rito della focara.</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Si, è stato un lavoro commissariato dal Comune di Novoli. Alla fine la Fòcara diventa una metafora di divisione, di tutte le divisioni che imperano in Italia. Si litiga su tutto quando si parla della fòcara: deve stare qui!, no lì! È un casino! (ride). Si litiga anche sull’appartenenza della fòcara, se a Novoli o al Parco del Negramaro”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Ci vai spesso al cinema e cosa guardi?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Ci andavo spesso ma da quando è nata mia figlia ci vado molto meno. Guardavo di tutto”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Un giudizio sulla situazione del cinema italiano.</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Ci sono in giro cose molto interessanti sia a livello commerciale che a livello autoriale. Mi vengono in mente Crialese, Garrone, Sorrentino”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Tre film italiani degli ultimi anni che ti hanno colpito.</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Gomorra, Nuovomondo e La prima cosa bella”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">L’hai visto </span></em></span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Qualunquemente</span><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;"> di Antonio Albanese?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Si, è una commedia che fa ridere e riflettere. Il personaggio di Cetto la Qualunque, però, è più da sketch, infatti non regge tutto un film”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Non ti è piaciuto?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Non dico questo, però è un film che non ha tensione drammaturgica. Il cinema è anche ricerca visiva, infatti i vecchi film erano visivamente interessanti. Nelle commedie italiane attuali, invece, la parte visiva non è curata e vengono privilegiate le scene buffe. Ma le scene non devono essere soltanto buffe, ma anche belle. Prendiamo ad esempio “O brother” dei fratelli Coen, è una commedia buffa e molto bella, così come “Il Sorpasso” di Dino Risi o “I soliti ignoti” di Mario Monicelli”.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Quali attori vorresti dirigere?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Jeremy Irons, Javier Bardem, Benicio del Toro e Mariangela Melato”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Tra i film ambientati in Puglia quali preferisci?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“La Capagira” di Alessandro Piva e “Tutto l’amore che c’è” di Sergio Rubini”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Cosa ne pensi della Regione Salento?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Non sono un sostenitore della Regione Salento. Proprio io che ho lavorato tanto nel Salento sono convinto che il Salento non abbia bisogno di confini per dichiarare la propria identità. Questa idea andava bene nel 1946 ma adesso siamo fuori tempo massimo. Ci sono alcuni “contro”: non si tratterebbe di una regione omogenea, perché ci sono posti come Fasano, Ceglie, Mottola, Castellaneta che c’entrano molto poco con il Salento, e Lecce potrebbe diventare più antipatica di Bari. E se poi Taranto si stufa e porta avanti spinte seces- sioniste da Lecce? Io sono contrario alle divisioni e mi dispiacerebbe non avere più a che fare con i baresi, il derby, gli sfottò. Noi leccesi, presi singolarmente, siamo un po’ lenti, la concorrenza con Bari invece ci stimola e ci risveglia l’orgoglio”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">In che modo possono circolare positivamente, allora, idee e progetti di Grande Salento?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Bisogna lavorare sulla nostra identità culturale che non è statica, ma moderna e in continuo movimento, e poi su tutto quello che ci tiene davvero insieme, come la lingua, senza enfatizzare micro differenze che ci chiuderebbero in noi stessi. In passato, noi salentini non eravamo certi nemmeno di quale fosse la nostra identità, ora invece siamo convinti di essere “li meju”. Dovremmo lavorare sulla tutela dell’ambiente e del paesaggio, lottando contro ogni forma di abusivismo. Dovremmo attivare la creatività dei giovani, cap re di cosa hanno bisogno e cosa sognano. Potrebbero nascere tante cose, senza per forza dar vita a eventi. C’è la mania di far diventare tutto un evento o un Festival e raccogliere migliaia di persone. E, infine, è quasi tutto concentrato in estate, quando invece bisognerebbe pensare a febbraio e a novembre”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Ma ormai in Salento l’offerta culturale è stata ampiamente destagionalizzata e non mancano eventi in tutti i mesi dell’anno&#8230;</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Si è vero, ma il Salento non è così idilliaco come viene dipinto. I nostri paesi sono molto belli ma spesso hanno periferie degradate e orribili. Dobbiamo lavorare sulla pulizia della nostra terra, sul decoro urbanistico, cercando di smaltire tutti i rifiuti e rendendo i nostri paesi ancora più belli e curati”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Con le tue opere lavori a disincantare il Salento?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Nelle mie opere racconto la mia terra, che ha al suo interno il bene e il male. Nei “Galantuomini”, infatti, da un lato c’è la bellezza dei territorio ma, dall’altro, c’è la Sacra Corona Unita. In “Sangue Vivo” racconto l’importanza della famiglia nelle nostre contrade&#8230; A mio avviso, il narratore non deve essere qualcuno che lavora al soldo dell’Ente Provinciale del Turismo. Non siamo abituati a leggere e scrivere, però ci scaldiamo se qualcuno fa vedere qualcosa della nostra terra che ci disturba. Io amo e odio il Salento e quindi racconto anche il brutto della mia terra, le luci e le ombre. Noi salentini siamo malati di retorica, e questo ci impedisce di vedere le cose in profondità. Molte cose vanno bene, ma non possiamo dire che tutto va bene. Siamo settari e malati di slogan, ma le cose sono più complesse”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Secondo te il Salento è arcaico o moderno?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Il Salento è arcaico e moderno. Per tante questioni siamo più avanti rispetto alle altre zone dell’Italia meridionale, ma su altre siamo terribilmente arcaici. La figlia di mia moglie ha 20 anni ma a volte dimostra di avere mentalità più arcaiche di sua madre. Si tratta di un arcaismo inconscio presente anche nei giovani. Ho l’impressione che i giovani stiano diventando più tradizionalisti e moralisti anche se indossano la kefiah. La modernità dei nostri territori è anche il frutto di alcune personalità politiche avvedute come Adriana Poli Bortone e Nichi Vendola”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Qual è adesso il simbolo della Puglia?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Nichi Vendola, nel bene e nel male. Mi piacerebbe però che passasse più tempo nella nostra regione. Sogno un paese fatto da persone che facciano il loro dovere. Nichi punta in alto e in parte è comprensibile”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Potrebbe essere un buon presidente del Consiglio?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Nei panni di premier vedrei benissimo Michele Emiliano, perché è grosso e molto simpatico. Emiliano premier e Vendola vicepremier che scrive i discorsi del premier, sarebbe davvero il massimo. Emiliano conta fisicamente e poi abbraccia le persone. È un orsacchiotto, piange e ride. È proprio una brava persona. La sinistra italiana dovrebbe avere soltanto facce gentili come Emiliano e Vendola, non come Bersani e D’Alema che sono tristi e arroganti”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Quali sono i simboli del Salento?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Senza dubbio Carmelo Bene, poi i martiri di Otranto e la squadra del Lecce?”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">E la taranta?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Anche la taranta, certo”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Dopo la morte di Pino Zimba e Uccio Aloisi, quale sarà il futuro della tradizione della pizzica salentina?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Ci sono tanti altri gruppi validi, c’è Cavallo, Lamberto Probo, Gigi Toma. È finita la generazione delle persone che hanno vissuto la pizzica, ora è il tempo di chi l’ha imparata”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Notte della Taranta. Evento commerciale o difesa della tradizione?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Abbiamo bisogno di spettacolarizzazione ed è anche giusto per tenere viva l’attenzione. Il Comune di Taranto mi ha contattato per fare qualcosa per la Settimana Santa. L’intenzione dei promotori era quella di ritoccare la tradizione e spettacolarizzare l’evento. Ma io mi chiedo perché si senta questa necessità. Non è meglio lasciare la tradizione così com’è? Noi rischiamo di morire, ma la tradizione continua a vivere”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Durante la presentazione del suo libro “Il ritorno della Taranta”, Vincenzo Santoro ha affermato che sul palco della Notte della Taranta gli artisti cantano come se fossero a Sanremo. E questo è un danno per la tradizione.</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Forse ha ragione Vincenzo, però è un discorso complesso e non c’è una sola risposta. Tutta l’Italia guarda al Salento grazie alla Notte della Taranta, e di questo va dato merito a Sergio Blasi e Luigino Sergio. Qualcosa va bene e qualcosa no. A me, sinceramente, piacciono di più i concerti del Festival, che non il concertone di Melpignano, che forse è diventato un po’ uno specchietto per le allodole”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Quali sono le tue idee per rinnovare la macchina organizzativa della Taranta?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Io ripartirei dalle feste di paese, organizzandole bene e coinvolgendo nei comitati organizzatori anche i giovani, che di solito sono esclusi dalla gestione dei paesi. Si dovrebbe tornare a consi- derare queste feste come il collante di una comunità. Se si perde il senso di comunità è la fine per i nostri paesi. In questo modo i giovani verrebbero coinvolti nel sociale, come abbiamo fatto noi con Coppula Tisa. In estate si cerca sempre la spettacolarizzazione e lo “squariu”, ma alla fine troppo squariu vuol dire noia”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Se fossi assessore provinciale alla Cultura, cosa faresti?</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Tralascerei le estati per concentrarmi sugli inverni, le primavere e gli autunni. Poi, darei risalto alle questioni tradizionali, come le feste di paese e la banda. Me ne fregherei dei Festival e coinvolgerei i giovani. E infine farei conoscere il territorio ai salentini stessi. Anche questa è cultura”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Avevi mai immaginato un Salento sulla ribalta nazionale e internazionale? Secondo alcuni stiamo perdendo spontaneità, freschezza creativa e genialità&#8230;</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Forse si. Di certo il Salento ha perso l’innocenza che aveva 15 anni fa. Ora tutti vengono in vacanza da noi ed è giusto che sia così. Il simbolo del Salento non può restare il contadino ingenuo di 20-30 anni fa. Potrei dire anche che ci siamo corrotti, e questo perché siamo diventati più occidentali, mentre prima eravamo soltanto meridionali. Questo percorso è iniziato con gli sbarchi degli albanesi e con la riscoperta della pizzica”.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #000000; font-family: Arial;">Nonostante tutto, la scena culturale salentina è molto attiva e ricca di talenti&#8230;</span></em></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">“Nell’ultimo anno sono stato fuori dalla scena, dopo la nascita di mia figlia, ma si tratta certamente di una scena molto attiva caratterizzata da un proficuo scambio tra università, musicisti e registi. Lecce è una città molto viva culturalmente, basti pensare a tutte le librerie, ai teatri e ai cinema che ci sono. Il dualismo con Bari ha reso Lecce una città per niente provinciale”.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<title>Taranta e Zalone: perch&#233; tutto accade in Puglia</title>
		<link>https://www.vincenzosantoro.it/2010/03/17/taranta-e-zalone-perch-tutto-accade-in-puglia/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 06:42:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[varie ed eventuali]]></category>
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		<category><![CDATA[Sangue vivo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Marco Ferrante, da Il Riformista del 16/17 marzo 2010 Metamorfosi. E&#8217; diventata la regione più mediatica d&#8217;Italia. Era fatta di parecchio Federico II, cattedrale di Trani e barocco leccese. Ora c&#8217;è il nuovo cinema, la nuova letteratura, la pizzica, Patrizia D&#8217;Addario, la procura di Trani, le primarie, Nichi Vendola. E d&#8217;estate la notte di Melpignano, quando il glocal diventa... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2010/03/17/taranta-e-zalone-perch-tutto-accade-in-puglia/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/03/otrantoMosaico.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1595" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2010/03/otrantoMosaico-300x210.jpg" alt="otrantoMosaico" width="300" height="210" /></a>di <strong>Marco Ferrante</strong>, da <strong>Il Riformista</strong> del 16/17 marzo 2010</span></p>
<p><em><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Metamorfosi. E&#8217; diventata la regione più mediatica d&#8217;Italia. Era fatta di parecchio Federico II, cattedrale di Trani e barocco leccese. Ora c&#8217;è il nuovo cinema, la nuova letteratura, la pizzica, Patrizia D&#8217;Addario, la procura di Trani, le primarie, Nichi Vendola. E d&#8217;estate la notte di Melpignano, quando il glocal diventa un po&#8217; frontiera e un po&#8217; agenzia viaggi, La controversa questione della masseria</span></em></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><strong>La notte della Taranta elettorale</strong>. Scopriamo la Puglia. Si chiamava così il libro di lettura delle scuole medie. Era verde. Diceva quanti eravamo e dava piccole sintetiche informazioni sulla natura dei terreni ad Alessano, a Margherita di Savoia o sul folklore di Lucera. All’epoca la Puglia vista da fuori era le grotte di Castellana, l’acquedotto pugliese, lo Zoosafari, Alberobello, Castel del Monte, parecchio Federico II, i natali di Carmelo Bene, Aldo Moro e Rodolfo Valentino, un po’ di barocco leccese e un po’ di cattedrale di Trani, ma appena un assaggio, come se fosse un duomo di Orvieto, ma molto più meridionale. Per i locali ovviamente era un’altra cosa. 450 chilometri di federalismo antropologico<span id="more-260"></span>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Questo federalismo antropologico andava da un residuo di feudalità napoletana (il castello Marchione di Fabio Boiano, per dire una delle cose più belle che poteva venire in mente allora), fino alle ciminiere dell’Italsider, dagli ettari ed ettari di vigneti a tendoni fino ad Albano e Romina Power. Poi c’era un misto di masserie, di negozi baresi dai nomi baresissimi, come Trizio o Mincuzzi, e poi di traghetti per la Grecia, milanesi di passaggio che si fermavano a comprare trulli tra Cisternino e Ostuni, di Gianni Ciardo («dimmi una parola focosa&#8230;»«Pibigas») e di Maurizio Micheli «dalla splendida cornice dei giardinetti pubblici di Bitonto». Non Arbore, perché era di Foggia, che non è esattamente la Puglia felix. C’erano anche allora i Fitto. Salvatore presidente democristiano della regione, sua moglie e due figli ragazzini, Raffaele e Carmela, bellissima.</span></p>
<p>C’era una letteratura dei luoghi, fatta di tre cose: a) L’epica agraria di Raffaele Nigro, lo scrittore de “I fuochi del Basento”; b) Una specie di intellettualità diffusa, locale, fatta di un arciprete o di un professore di lettere o di un avvocato, scintille di vanità provinciale che generavano libriccini, spesso di qualità, pubblicati a spese dell’autore: per esempio che cosa c’era di più divertente dell’allegria e degli occhiali spessi di Giuse Dimitri che era nato agrario, aveva fatto il pubblicitario al nord (gli viene attribuita la paternità dell’omino della Bialettti), ed era tornato a casa a interpretare la parte dello spaesato di talento che scrive le gesta di re Archidamo di Sparta alle prese con l’assedio della città di Manduria? c) Nel 1962, una storica della lingua italiana, Maria Corti, pubblicò un romanzo intitolato l’”Ora di tutti”. Lei lombarda, trasferita a Lecce, colse l’essenza della pugliesità in un racconto bellissimo &#8211; nonostante la struttura corale con cinque voci narranti &#8211; sulla presa di Otranto da parte dei turchi nell’anno 1480, e sulla conseguente decapitazione di ottocento otrantini sul colle della Minerva il giorno 14 di agosto di quell’anno. È ancora la cosa migliore per capire le cose di qui.</p>
<p>Oggi molto è cambiato, come sempre. La questione pugliese è fatta di nuovissima letteratura, di nuovo cinema, di enogastronomia, di Patrizie D’Addario, di Bari trattata come una Gomorra, di Trani (procura), di turismo &amp; masserie (di cui più avanti), e molto di politica. I Fitto ci sono ancora, Raffaele. Ma la più immediata identificazione della Puglia è un formidabile Checco Zalone che imita Vendola, il quale Vendola imitato, incontrato un bambino di sei anni al termine di un comizio, e il bambino di sei anni chiedendogli che cosa sarà della sua previdenza complementare, della prossima finanziaria e se saprà difenderlo dai poteri forti, Vendola-Zalone lo guarda tenero e stupito e grandiosamente gli dice: «bambino… ma tu, da me, che cazzo vuoi?».</p>
<p><strong>Scopriamo il Pd</strong></p>
<p>Dunque, la politica è il caso Nichi Vendola, il presidente uscente della regione, che da sinistra impone la sua ricandidatura a un Pd in condizioni difficili. La storia è questa in breve: in estate Vendola si trova in difficoltà, perché alcuni uomini della sua giunta sono colpiti da un’inchiesta condotta da un pool di magistrati contro i reati nella pubblica amministrazione. Vendola con una manovra di fantasia maoista (in questo c’è un punto di contatto con il Cav. del predellino o quello della Brambilla) rovescia il tavolo e se la prende con i partiti per la questione morale. Nel frattempo il Pd regionale di sostanziale osservanza dalemiana, giacchè D’Alema viene eletto in Puglia e qui è stato per anni il dominus, tratta con l’Udc un accordo elettorale. L’Udc fa sapere: impossibile l’accordo su Vendola, disponibili sul sindaco di Bari Michele Emiliano. Mentre i partiti cercano – lenti – una soluzione, Vendola si candida comunque alle primarie e straccia per la seconda volta in cinque anni Francesco Boccia. Nel frattempo avendo l’Udc scelto – forse in ottemperanza a un patto con lo stesso D’Alema (questo fanno capire, almeno, i dalemiani) – di non passare dalla parte del Pdl e di appoggiare un candidato terzo, Adriana Poli Bortone, Vendola si ritrova molto favorito nei sondaggi e proiettato in una prospettiva di leadership nazionale.</p>
<p>Al momento il potere nel Pd è organizzato più o meno in questo modo. Vendola rappresenta una larga parte dell’opinione publica di centrosinistra e anche dell’apparato del Pd, nonostante egli sia fuori dal Pd: e cioè gli ex margheritini, gli antidalemiani, e l’area di prossimità alla società civile che a suo tempo aveva contribuito a lanciare la candidatura a sindaco di Bari di Michele Emiliano.</p>
<p>Emiliano è in questo momento l’unico vero potere locale alternativo a Vendola. Ex magistrato, vitalista, famiglia d’orgine di destra (lui ne parla sempre), titolare dell’inchiesta Arcobaleno – dalla quale risultarono dei presunti tentativi diessini di mettere le mani sulla protezione civile (coazione a ripetere della politica?) – fu candidato alla sindacatura da D’Alema e da un gruppo d’azione extrapartiti guidato dal sociologo Franco Cassano, sin dal nome un manifesto, “Città plurale”.</p>
<p>Oggi, a causa della sostanziale inesistenza della classe dirigente piddina locale Emiliano è presidente del Pd – né Ds, né Margherita – e avrebbe voluto lasciare la sindacatura e candidarsi a presidente della regione, anche su pressione dei dalemiani e con il consenso dell’Udc. Considerato in generale, per una specie di ipermovimentismo, politicamente un po’ ingenuo, è però una scorza di vero leader pop, autobiografico, meridionale, fisico. All’ultimo congresso regionale del Pd la sua area ha raccolto il 30 per cento dei voti, e in questi voti, c’è l’area pro-Vendola. Emiliano e Vendola devono andare d’accordo, ma Emiliano teme Vendola.</p>
<p>Il resto del Pd pugliese è fatto di ex margheritini che sono al 20 per cento, divisi in due, poco meno della metà franceschiniani, via Gianni Minervini, poco più della metà fioronisti e mariniani, via Gero Grassi.</p>
<p>Il grosso del partito, il 50 per cento sta con D’Alema e Bersani, ma su questi cosiddetti dalemiani sono i veri dalemiani ad avere delle perplessità. Il portavoce di quest’area, e segretario regionale, si chiama Sergio Blasi: persona intelligente è l’inventore di un modello culturale, quello della Notte della Taranta from Melpignano, provincia di Lecce, (di cui più avanti), base della nuova identità pugliese, o meglio base di quella identità che viene commerciata come nucleo del modello di sviluppo turistico della regione. In questo 50 per cento c’è un pezzo di opportunismo politico, giacché molti stanno valutando di riconsiderare il rapporto con Vendola: del resto un pezzo di partito e di dalemiani sono già passati con Vendola alle primarie.</p>
<p>Che cos’è Massimo D’Alema oggi per una regione come questa? Trapiantato a Bari da ragazzo come segretario regionale del partito, diventò col tempo ragione d’orgoglio per i quadri locali che lavoravano alla crescita di un capo, del successore di Longo e Berlinguer, dell’ultimo togliattiano. E, anche dai non comunisti, in una fase, era stato considerato l’erede della tradizione politica di questo Mezzogiorno diverso, che aveva prodotto Di Vittorio e Moro, quella generazione di socialisti (molto) più intelligenti dei democristiani che furono Formica e Signorile, in guerra perenne tra loro, e Pinuccio Tatarella. Oggi D’Alema &#8211; demiurgo e tutore &#8211; è meno punto di riferimento di ieri; e, nonostante la sconfitta alla primarie, è rimasto per la gente di qui l’incarnazione – in un certo senso scolastica, se si può dire così &#8211; del potere politico.</p>
<p><strong>I poteri forti</strong></p>
<p>Il potere forte più forte è l’Ilva. I Riva sono stati penalizzati dall’amministrazione Vendola con la legge antidiossina, che però per Taranto potrebbe essere l’inizio di una stagione nuova. Riva ha buoni rapporti con il centrodestra, soprattutto con un parlamentare tarantino che si chiama Pietro Franzoso, ed è un imprenditore che fornisce il siderurgico. L’Enel di Brindisi ha buoni rapporti istituzionali con il territorio, ma risponde con durezza all’estremismo ambientalista. Sono considerati non vendoliani.</p>
<p>Il terzo potere forte è l’Acquedotto pugliese, prima azienda locale, primo acquedotto d’Europa, in fase di risanamento a opera di Ivo Monteforte, che viene dalle municipalizzate del centro-nord. Monteforte è stato chiamato da Vendola. Si dice che la stretta sugli appalti e la gestione in house di una parte delle spese abbia alienato delle simpatie al presidente della regione. Anche perché sull’acquedotto ci sono interessi da parte di imprese private non pugliesi. Ma per ora la proprietà resta pubblica e lo strumento economico saldamente nelle mani della giunta. Anche se, recentemente, l’acquedotto ha corretto al ribasso un dato sulle perdite fornito da Vendola.</p>
<p>Gli imprenditori sanitari sono equidistanti, giacchè devono lavorare con le amministrazioni. Quelli del mattone pure, ma di base hanno delle simpatie. I De Gennaro sono divisi, quelli lato Emanuele, quelli del Baricentro e dell’interporto, sono di centrodestra (il capostipite Giuseppe De Gennaro fu senatore democristiano). Poi ci sono i De Gennaro costruzioni, divisi – ma non contrapposti &#8211; a loro volta: con il centro sinistra hanno candidato un Carmine con il Pd, mentre un altro cugino, Gianluca, è candidato con una lista d’appoggio al centrodestra. I Matarrese, ex democristiani, tradizionalmente stanno con il centrodestra, anche se un figlio di Michele Matarrese ha sposato una parlamentare del Pd. Confindustria si comporta da potere neutro, ma il presidente dimissionario Nicola De Bartolomeo ha chiuso un accordo con il centrodestra, per cui se Rocco Palese dovesse vincere andrà a fare il vicepresidente e l’assessore allo sviluppo economico (scelta su cui a Bari si discute molto). Al suo posto potrebbe arrivare il foggiano Zanasi, gradito anche a Emma Marcegaglia, la quale in questi anni ha stabilito buoni rapporti con Vendola. Qualcuno parla anche del leccese Piero Montinari, dal momento che il Salento non ha mai espresso un presidente regionale.</p>
<p>La maggior parte delle imprese, dalla Igeco di Cavallino (costruzioni, gestiscono il porto turistico di Brindisi) alla Leadri di Lecce, sono in mano a uomini di mondo. Diciamo che in generale l’industria pugliese avrebbe preferito Boccia che è stato appoggiato alle primarie, oggi si comporta in modo terzista: sotto sotto preferirebbe Palese, e intanto cerca sponde con Vendola (per esempio, Fabrizio Nardoni, presidente dei costruttori di Taranto, si è candidato in una lista vendoliana; e sempre con Vendola a Bari si è schierato Enzo Divella).</p>
<p>Capitolo banche. La popolare di Bari che compie 50 anni: l’ad Marco Iacobini, figlio del fondatore Luigi, è stato assessore al bilancio di una giunta di centro-destra, e quella è la sua sensibilità, ma ha anche eccellenti rapporti con D’Alema. La Popolare di Puglia e Basilicata, quartiere generale ad Altamura, naviga. La Banca popolare pugliese di Matino naviga pure lei, ma è in buona con Fitto e quindi con Palese.</p>
<p>I giornali la pensano così: la Gazzetta del Mezzogiorno ha una garbata simpatia per il centrodestra, l’edizione barese di Repubblica sta con Emiliano (e un po’ con Vendola), il Corriere del Mezzogiorno è di base neutro, ma in questa fase ha simpatia per Vendola; il Quotidiano di Lecce, caltagironiano, viene considerato neutro, anche perché Caltagirone non vuole dare la sensazione di simpatizzare per nessuna delle parti in causa essendo il suocero di uno dei leader nazionali, Pierferdinando Casini, che ha contribuito al bailamme pre-elettorale.</p>
<p><strong>A Depressa</strong></p>
<p>Per capire com’è nato il grande boom culturale e turistico pugliese bisogna andare a Depressa. Depressa è una frazione di Tricase, che fu il centro del feudo Gallone. Oggi Tricase d’estate è l’alternativa social alla scapigliata Castro e alla più compassata Leuca, forse l’ultimo buen retiro delle abitudini agrarie nella provincia italiana. A Depressa non c’è quasi nulla, a parte il castello. Qui vivono i Winspeare, origini inglesi, a Napoli dalla metà del 1700, ranghi dell’amministrazione borbonica. Nell’altra generazione, Riccardo Winspeare sposò Elisabetta del Lichtestein. Ebbero tre figli. Edoardo, il maggiore, è stato il primo cineasta della new wave pugliese, con “Pizzicata” e “Sangue vivo”. Ma soprattutto è stato il recuperante di un piccolo fenomeno etnografico, la pizzica, sul quale è stato costruito un pezzo del fenomeno salentino: mare, masserie, vino e musica locale.</p>
<p>In questi giorni Winspeare sta a Corsano, nel capo di Lecce, con una bambina neonata, Arcangela, avuta con Celeste, alta, incisiva, un genere di bellezza primaria salentina. Winspeare racconta come andarono le cose. Prima di fare “Pizzicata” per due anni cercò di seminare con un gruppo di amici il terreno locale. «Facevamo decine di feste in giro per il Salento, a base di pizzica, che era un ballo ormai quasi scomparso e che veniva dalla tradizione contadina. Avevamo cercato quelli che ancora se la ricordavano e abbiamo cominciato a promuoverla con queste feste. Mio padre pensava che fossi ammattito, era un’organizzazione continua, mio fratello Francesco e Francesco Marra mettevano a disposizione il vino e le feste si facevano in giro nei paesi del Capo». Perché lo faceva? «Innanzitutto perché mi piaceva la pizzica, poi perché volevo fare un film e anche perché volevo tirare fuori un pezzo del passato della nostra storia locale e farne un simbolo. Per promuovere le feste preparavamo dei manifesti freakkettoni, tipo “ballate la pizzica, farete meglio l’amore” oppure “Pizzica e comunione”. Alla fine funzionò e quando il film uscì, tutti sapevano che cos’era la pizzica».</p>
<p>Un piccolo ricordo di una mattinata estiva di quindici anni fa, al Ciolo, la scogliera sul lato adriatico di Leuca: «Potremmo andare sul set di Winspeare», dice Elisa che di solito la mattina esce con una minuscola barca gialla. Un’intera comunità salentina vedeva crescere il film, che assumeva quasi la forma di una decisione collettiva: il film che parla di noi. Così lentamente questa specie di seminativo produsse dei frutti che nessuno si aspettava in origine se non Edoardo Winspeare e i suoi più intimi. La riscoperta di un fenomeno del tutto marginale, etnografico, assimilabile alle leggende magiche sui munacieddi, diventò un fenomeno di massa e un fattore identitario nella “Notte della taranta”, un’iniziativa del comune di Melpignano. Ovviamente con il tempo tra l’invenzione orginaria (com’era perfetto, intangibile e assoluto il tempo in cui i contadini andavano a piedi nudi) e la sua trasformazione commerciale si è creata una piccola separazione. Dice Winspeare: «Sì, è chiaro che nella riscoperta della pizzica c’è una forma di artificialità, però era la riscoperta del lato poetico della cultura popolare. È successo anche al tango. In fondo del mondo contadino non esiste più niente». E così oggi tra il gruppo dei creatori della pizzica e gli organizzatori della Notte di Melpignano, Massimo Manera, Luigino Rossi e Sergio Blasi – quest’ultimo sindaco di questo piccolo paese e segretario regionale del Pd &#8211; c’è una dialettica, giacché i primi ritengono che il tarantismo sia diventato un fenomeno troppo spettacolare.</p>
<p>A Vendola piace, perché dice che una tradizione recuperata può diventare anche il pezzettino di un modello di sviluppo.</p>
<p><strong>San Domenico</strong></p>
<p>Sulla taranta ci fu una polemica culturale sul “chi siamo”. Mario Desiati, uno dei romanzieri della ondata letteraria degli anni Zero, scrive sull’edizione barese di Repubblica, il 22 luglio del 2005: «Basta, per carità, basta con la Pizzica. Non ne possiamo più. Sì, è vero la Notte della Taranta che viene oggi presentata in una grande conferenza stampa istituzionale è l´evento della nostra estate. Fa bene al turismo e mette l’anima in pace alle istituzioni rispetto ai giovani precari e un po’ arrabbiati. (…) Ogni torrida estate, ogni refolo di bella stagione significa feste etniche, sedani bagnati e vino sfuso di cattiva qualità, un paio di tamburelli e una fisarmonica, le puntuali grida di qualche esagitato: “Balla la pizzica, balla la pizzica tu che sei pugliese” indicandomi con il dito, il battito ritmico delle mani a seguire una musica distonica e i fianchi esposti a un tremore senza sprezzo del ridicolo. Party etnici radical chic, mostre del folclore, feste a tema e altre scemenze elitarie dove le sciure metropolitane vanno in estasi per tutto quello che è antropologicamente primitivo».</p>
<p>Questo genere di argomento è alla base di una specie di frattura tra economia e identità. Il boom della pizzica, ha contribuito a generare il turismo giovanile alternativo, che fa molto fatturato ad agosto. «La Puglia piace a questi ragazzi perchè è spirituale», dice Francesco Marra, imprenditore agricolo, produttore di vino, e osservatore freddo della deriva della pugliesità. Ma la stessa discussione è nata intorno al principale simbolo della regione, l’unico – insieme al carattere individualistico delle persone – che unisce i pugliesi da Trani a Patù, le masserie.</p>
<p>E’ una storia divertente e con i suoi snobismi. Per i pugliesi la masseria è aspra. Più aspra è, più è bella. Quelli che vengono da fuori, invece, hanno un’idea per lo più balinese della masseria, luogo orientale, come suggerirebbe, per esempio, un malinteso culto di Otranto, che è sì la città più orientale d’Italia, ed è aperta, ospitale, sincretica come tutta la Puglia, ma anche la città del massacro, che è una storia di gente &#8211; questo comprese Maria Corti &#8211; che non vuole essere rotta i coglioni (in pugliese nel testo).</p>
<p>Questa pretesa di applicare alla masseria canoni esotici è molto fuori luogo per gli ortodossi locali. Ancora più fuori luogo è la pretesa di assegnare alle masserie caratteri di modernità, di comodità, di globalità, o di idee calligrafiche che esse masserie intimamente respingono. Le masserie sono il simbolo precipuo della società agraria, il loro tempo sociale più alto furono gli anni Trenta, quando furono oggetto di una nuova ventata di modernizzazione (bagni, pavimenti, arredi più urbani), ma ancora completamente al centro del rapporto tra agrari e contadini. La masseria perfetta è quella che parla di quel momento storico, come è evidente in quelle murgesi, da Palesi a Tagliente alla grandiosa Lupoli. Pertanto, non vanno d’accordo con il prato inglese, diffidano delle piscine (ma si può trovare un compromesso), respingono l’esposizione della pietra viva (con alcune eccezioni), non ammettono l’ostentazione del confort, perché sono immaginate d’inverno per il fuoco del caminetto e d’estate per il fresco, mentre fuori il caldo è torrido. Ovviamente questa è in parte letteratura, nostalgia, attaccamento ai tempi d’oro. Ma il risultato è una certa frizione tra chi c’era e chi arriva. Il dissidio diventa radicale nel fenomeno dello sfruttamento turistico della masseria. Ci sono da una parte i puristi che cercano di conservare il senso agrario dei luoghi, dall’altra i modernisti, molto operativi soprattutto nel Salento. Simbolo detestato del modernismo è la masseria San Domenico. È stata una delle più belle masserie di Puglia, identitaria, marina, grande, fascinosa, ricca. Oggi è contemporaneamente famosa e privata della sua storia, un albergo sulla costa adriatica a nord di Brindisi tra Savelletri e Torre Canne, con il prato inglese d’ordinanza, un incongruo laghetto artificiale, e un generico allusivo ottocentismo fatto di stencil, mantovane, tappezzerie che alludono al lusso, e mobili di ferro battuto tipo Unopiù.</p>
<p>L’eterogenesi della masseria suscita la diffidenza locale, per esempio nei confronti dei forestieri che difendono il territorio come se fosse sempre stato loro (ma è una scusa mondana, ovviamente), o verso i ristrutturatori indiscreti, nessuno ristruttura come me, nessuno interpreta come me lo spirito dei luoghi. I pugliesi che sono ospitali, si seccano abbastanza di fronte a questi esploratori.</p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">SECONDA PUNTATA</span></p>
<p>Cè un boom di letteratura pugliese o sulla Puglia &#8211; cominciato con la “Casa Rossa” di Francesca Marciano &#8211; e di successo al botteghino delle agenzie viaggi. Si ravviserà un po&#8217; di retorica sulla regione laboratorio, sugli spiriti bollenti &#8211; un programma per attrarre eccellenze giovanili &#8211; o sul modello di sviluppo ecologico.</p>
<p>Ma questo entusiasmo in fondo è il tentativo di trovare un punto di equilibrio. Tra Mezzogiorno e partito liquido, D&#8217;Alema e Vendola, Fitto e Poli Bortone. Tra Ferzan Ozpetek che ambienta un film nel Salento e Gabriella Carlucci che si candida a una sindacatura garganica. Tra industria e turismo: l&#8217;esperimento Taranto che aveva rappresentato la profonda trasformazione sociale degli anni Settanta, con i contadini che diventavano operai &#8211; ne “La guerra dei cafoni” di Carlo D&#8217;Amicis, l&#8217;operaio appena assunto porta i figli in gita alla Zinzulusa &#8211; e la soluzione iperturistica della Otranto (troppo) risanata che sembra Rodi.</p>
<p>L&#8217;economia della transizione è fatta più o meno di queste cifre. Nel 2008, il Pil pugliese è di 71.446,1 milioni di euro (contro i 326.130 della Lombardia). La Puglia ha 4 milioni di abitanti, e un Pil procapite di 17.500 euro, un po’ più di Sicilia e Campania. La media italiana è circa 26.300. La regione più popolosa e ricca, la Lombardia ha un Pil procapite di 33.650 euro. Negli ultimi dieci anni sono cresciuti i settori del turismo e i servizi collegati, attività immobiliari, noleggio eccetera. È cresciuto il manifatturiero in automotive, aerospazio, siderurgia e chimica. È cresciuto di oltre il 30 per cento il settore delle costruzioni, mentre è in flessione l’agricoltura soprattutto nell’ultimo anno: in calo il numero degli addetti, che invece sono stabili nella pesca.</p>
<p>In generale sui luoghi c’è una specie di pressione antropologica, ci sono più negozi, ristoranti, più traffico, la vita non è più semplice, e il paesaggio è stato contaminato, dalle zone industriali fino alle insegne dei negozi.</p>
<p>I valori immobiliari si sono alzati molto, fino all’anno scorso. Adesso le cose vanno meno bene, perché all’inizio il boom turistico era determinato dai prezzi buoni. Ora sono saliti troppo e c’è bisogno di ripristinare un punto di equilibrio. Le presenze turistiche comunque continuano a crescere, soprattutto nel Gargano e nel Salento. Sta migliorando il settore vitivinicolo. Crescono i produttori locali e arrivano i produttori da fuori. Aziende agricole sono state comprate dagli Antinori a San Pietro Vernotico (Brindisi), dagli Zonin a Oria, sempre in provincia di Brindisi, i veronesi Pasqua hanno comprato vicino a Manduria (Taranto) e i piemontesi Giordano a Torricella (sempre Taranto). Nel vino gli affari sono andati bene per tutti gli anni 2000, adesso c’è una leggera frenata congiunturale, ma c’è vino di qualità: Cantéle, Castello Monaci, Tormaresca, Vetrere, Castel di Salve.</p>
<p>I vecchi sistemi locali del lavoro vanno così così. Il calzaturiero a Barletta, i divani di Santeramo, Gravina e Altamura sotto la dominazione dei Natuzzi, il calzaturiero del Salento, i capi spalla di Martina Franca, ci sono delle difficoltà, c’è una ristrutturazione selettiva.<br />
<strong>Gli scrittori</strong></p>
<p>C’è un boom di scrittori. Vuol dire alcune cose. Ecco quello che si raccoglie conversando in giro. La prima: è una regione ricca, se non lo fosse si scriverebbe meno. La seconda è che è una regione che sta al crocevia tra modernità e arcaismo e dunque produce letteratura (questo lo dicono De Amicis e Desiati e anche Carofiglio).</p>
<p>A parte Raffaele Nigro, Giancarlo De Cataldo, Vito Bruno e Gianrico Carofiglio (del quale più avanti), di base la nuova onda è generazionale: Annalucia Lomunno (Castellaneta), Pulsatilla (Foggia), Nicola Lagioia (Bari), Carlo D’Amicis (Sava), Alessandro Leogrande (metà di Taranto, metà di Goia del Colle), Cosimo Argentina (Taranto), Livio Romano (Nardò), Rossano Astremo (Grottaglie).</p>
<p>Poi c’è il caso Martina Franca. Dalla stesso liceo, il classico Tito Livio, vengono Mario Desiati (autore de “Il paese delle spose infelici”, Mondadori 2008), Giorgia Lepore (“L’abitudine al sangue”, Fazi 2009), Donato Carrisi (“Il Suggeritore, Longanesi”, 2009, premio Bancarella), il poeta Michelangelo Zizzi (“Del sangue occidentale”, Lietocollelibri, 2005) e Giancarlo Liviano D’Arcangelo (“Andai, dentro la notte illuminata”, Pequod, 2007), il quale adesso sta scrivendo un romanzone a base famigliare, ispirato alla storia dei Cassano, orginariamente commercianti che hanno puntato sulle produzioni cinesi e adesso sono una forza economica nella città ch’era stata dei confezionisti.</p>
<p>La consistenza numerica di questo gruppo di scrittori è cresciuta assieme all’interesse nei confronti della Puglia. Alessandro Leogrande ha una formazione di scritttua realista. Ha scritto “Uomini e caporali”, reportage sul caporalato in Capitanata (che smonta la visione della Puglia buona e integrazionista). Racconta che quando scrisse un libro su Giancarlo Cito nel 1999, c’erano solo un paio di libri su Taranto, negli ultimi anni ne sono usciti almeno una dozzina. Del resto forse è vero che un po’ è una regione laboratorio: Desiati osserva che è stata la prima regione a vivere il fenomeno degli extracomunitari, la prima che ha visto la politica tv (sempre Cito) e la spazzatura che invadeva una città (sempre Taranto).</p>
<p>Lagioia parla di Bari negli anni Ottanta, Desiati di una Murgia dalle sfumature magiche, Argentina della Taranto dietro viale Magna Grecia, D’Amicis di uno spazio compreso tra Torre Ovo e Torre Columena sulla costa jonica contaminata dal turismo delle rimesse &#8211; il turismo di ritorno dell’immigrazione alla Germania e alla Svizzera &#8211; in un (molto bello) “La guerra dei Cafoni”. Che cosa unisce questa letteratura? Scrivono quasi tutti in prima persona, molti di calcio. Scrivono di base romanzi di formazione, con una predilezione per l’adolescenza mitica. Quasi tutti simpatizzano per Vendola e quasi nessuno di loro ha mai letto Maria Corti. Molti vivono fuori, dunque sono condizionati dalla mancanza come questione poetica.</p>
<p><strong>Non potevi ambientarlo in Puglia?</strong></p>
<p>Curiosamente quelli che vivono in Puglia sono meno identitari. Giorgia Lepore, archeologa medievista, ha scritto un romanzone storico, molto appassionante (si legge in due notti). Adesso sta scrivendo un noir. Spiega che non parla di Puglia, «perché la mia appartenenza al territorio si misura dal fatto che ci vivo. Mi accorgo però che la pugliesità rischia di diventare una gabbia. Mi è successo che tre o quattro persone del mondo editoriale mi abbiano chiesto perché non avessi scelto un soggetto legato ai posti dove vivo. Uno, a cui il mio libro era piaciuto, mi ha detto, va bene il Medioevo, ma non potevi ambientarlo in Puglia?».<br />
<strong>Né qui né altrove</strong></p>
<p>Qualcosa di simile, vale per Gianrico Carofiglio. Magistrato, ex pm («bravo investigatore», dice di sé). Scrittore di successo, al momento primo in classifica con “Le perfezioni provvisorie” (Sellerio), oltre due milioni e mezzo di copie vendute in tutto il mondo e un personaggio, l’avvocato Guerrieri, che è un avvocato come lo vorrebbero i magistrati. Senatore della Repubblica per meriti letterari in un certo senso, giacché Walter Veltroni lo candidò in quanto scrittore e non in quanto pm. Carofiglio non è uno scrittore identitario. Guerrieri agisce a Bari, ma è una Bari poco caratterizzata, è una città metropolitana, in cui la pugliesità compare di sfuggita. Del resto non crede nella Puglia: «Esiste un’identità barese o salentina, non pugliese. Molto più dell’identità mi interessa lo spaesamento».</p>
<p>In realtà anche lui ha dato il suo contributo alla narrazione collettiva dei luoghi con un libro di ricordi intitolato “Né qui, né altrove” (Laterza). È la storia di una notte d’inverno in cui tre vecchi compagni di università, uno dei quali vive in America, si rincontrano e se ne vanno in giro per Bari. Non è più quella degli anni Ottanta, è una città movidista, traffico notturno, macchine in fila, locali affollati, centro storico risanato, bar, baretti, la solita pietra a vista. Siccome Carofiglio è uno scrittore molto tecnico, sa come evitare le trappole sentimentali della narrazione in prima persona e la malinconia programmatica.</p>
<p>Il passato non è perfetto e il presente nemmeno. Non troverete, forse, il formicolio pulsante della baresità che è una caratteristica immanente nel quartiere murattiano, ma nemmeno luoghi comuni sul Mezzogiorno &amp; le sue contraddizioni. Bari è raccontata così com’è: una città di 320.000 abitanti troppo grande per essere solo provincia e troppo piccola per essere una metropoli. La D’Addario non c’è, ma si immagina; c’è il Petruzzelli, i nomi delle strade murattiane &#8211; le vie Sparano, Putignani o Abate Gimma &#8211; il circolo della Vela (che in questi giorni è diviso da una querelle tra i soci su come sfruttare al meglio le due sedi, quella nuova al porto o quella vecchia sotto il teatro Margherita tra il borgo e la città vecchia, se debbano essere aperte entrambe oppure osservare una stagionalità) non è citato, ma si sente un’eco della danarosità come valore: del resto per i pugliesi, Bari è sempre stata la città dei soldi.</p>
<p>In generale Carofiglio ritiene che oggi la Puglia sia il luogo più interessante d’Italia. Dice che c’è contemporaneamente tanta roba, letteratura, cinema, politica (e che quando parliamo di Vendola riassumiamo tutte queste cose). Dice pure che non ha importanza se queste cose riflettano la realtà, o se sia sufficiente che esistano. Dice che non gli interessa applicare categorie schematiche. La conversazione con Carofiglio è spiccia, lui è brusco, puntuto, con una specie di autoindulgenza per le spigolosità che non vuole limare (come ammette in una doppia intervista &#8211; lui e la sua amica Geppi Cucciari &#8211; a Maria Grazia Ligato di Io Donna della scorsa settimana). Neppure lui ha letto la Corti, ma ha in programma di farlo.<br />
<strong>Ninfe callipigie</strong></p>
<p>Fino agli anni Settanta Taranto aveva un fascino quasi metropolitano. Era contemporaneamente agraria, nautica, militare e industriale. Il circolo di marina era un’istituzione, il siderurgico la modernità, i cantieri navali la tradizione. Oggi non c’è più la Sem (storico bar della città), il bellissimo liceo Archita è abbandonato, hanno ripittato e messo a nuovo il palazzetto d’angolo tra via d’Aquino e via Margherita. Quel che resta è lo skyline della città vista dal lato del Ponte di Punta Penna che attraversa il Mar Piccolo. La città vecchia, il profilo della Bestat e le navi da guerra in banchina cacciatorpediniere.</p>
<p>Oggi l’Ilva non è più un simbolo di modernità, ma dell’incubo inquinamento. Vito Bruno, che ha raccontato la Taranto di oggi in “Il ragazzo che credeva in Dio” (Fazi, 2009) dice che «la legge antidiossina è la cosa da cui bisogna ripartire». «Anche se &#8211; nota Federico Pirro professore di Storia dell’industria all’Università di Bari e componente del centro studi confindustriale pugliese &#8211; dal 1995 al 2009 l’Ilva ha speso 4 miliardi di euro totalmente autofinanziati per ammodernare gli impienti, 900 dei quali destinati all’ambientalizzazione. Ha azzerato gli incidenti sul lavoro e negli ultimi dieci anni ha assunto quasi 8.000 giovani. L’età media dei dipendenti è 33 anni». Donato Salinari è l’unico consigliere regionale dell’opposizione pidiellina ad aver votato a favore della legge antidiossina. «È l’unico modo per ripartire &#8211; dice &#8211; se davvero vogliamo pensare a un’economia fondata su turismo e agricoltura». Il modello Taranto è passato. L’idea di Vendola è più o meno questa: «Energia rinnovabile, siamo i primi per megawatt prodotti nell’eolico e fotovoltaico; ridimensionamento dell’industria pesante senza litigare con Taranto (dove gli ambientalisti vogliono il referendum), più turismo (ma senza diventare una grande pro-loco), più agricoltura e industria moderna non invasiva», spiega Pirro.</p>
<p>Il prezzo di questa ecologica modernità è l’invasione di pale eoliche e la sottrazione di aree da coltivare prestate al solare. Gli ambientalisti sono contro la diffusione dell’eolico e del fotovoltaico selvaggio («una contraddizione in seno al popolo», osserva Pirro). Che si potrebbe fare per uno sviluppo equilibrato e moderno? Pirro dice: «Attrazione d’investimenti, innanzitutto. Serve il rigassificatore a Brindisi, sarebbe un investimento strategico e consentirebbe anche la nascita di una filiera nell’industria del freddo. Poi bisogna rafforzare le aziende leader integrandole con i sub-fornitori locali, servendosi anche dell’aiuto delle istituzioni. Il turismo, infine, deve fare un salto di qualità, dobbiamo promuovere le aggregazioni, favorire i charter e la creazione di consorzi che vendano ricettività aggregata».</p>
<p>Poi c’è il resto, le pre-condizioni di uno sviluppo intelligente. Per esempio, c’è un programma per la costruzione dei porti turistici. Ma la costa vista dal mare è in pessime condizioni, deturpata dall’abusivismo. Prima sarebbe indispensabile riqualificare il paesaggio, ma nessuno sa come. Dopo quarant’anni di anni Sessanta, di anni Settanta, di anni Ottanta, di anni Novanta, bisognerebbe riqualificare le periferie, ma anche in questo caso nessuno sa come se non richiamandosi a una generica collaborazione pubblico-privato. Si vedrà. Bisognerebbe riqualificare innanzitutto le classi dirigenti, ma quello è ancora più difficile. «Manca completamente una classe dirigente borghese», dice Bruno. «C&#8217;è una classe dirigente imprenditoriale in larga misura autoreferenziale, ma ci sono anche degli elementi di novità, soprattutto nell&#8217;apertura internazionale», dice Giovanni Ferri, direttore del dipartimento economia dell&#8217;Università di Bari. «Va compiuto uno sforzo &#8211; ammette Pirro &#8211; per migliorare ciò che noi stessi abbiamo creato e per qualificare una nuova classe dirigente capace di governare i cambiamenti».</p>
<p>Si rimane in attesa di classi dirigenti che cancellino gli scempi delle precedenti, in cui si distinsero alcune centinaia di geometri e ingegneri comunali democristiani e comunisti. Giuse Dimitri &#8211; ritratto in un libro di Annamaria Leccese, pubblicato da Barbieri Selvaggi &#8211; tornò a casa a Manduria negli anni Settanta per occuparsi dell&#8217;azienda agricola della sua famiglia (fu poi ucciso da un balordo una notte che rientrava a casa molto tardi). Le sue tempere in fondo alludevano alla schizofrenica e sistematica insistenza della distruzione dei luoghi: dipingeva delle donne discinte, un po’ culone &#8211; una delle quali sua antenata, cui attribuiva vita spregiudicata e puttanesca &#8211; collocate in mezzo a una fauna allegorica in stile vagamente floreale, secessionista, o similia. La didascalia diceva: «Ninfa callipigia e bestiaccia morotea in banale contesto ecologico».</p>
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		<title>Da nord a sud, ma slowly</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 13:27:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Riccardo Piaggio dall’inserto culturale del Sole 24 Ore del 6 dicembre 2009 &#160; Dal Tavoliere alle Alpi, le musiche popolari e tradizionali si candidano a raccontare la biodiversità dei questo Paese. E se, insieme al cibo, fossero proprio i suoni, le parole e i balli di pastori, contadini e montanari i nostri più formidabili cultural commons, ossia il nostro... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/12/06/da-nord-a-sud-ma-slowly/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <strong>Riccardo Piaggio</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">dall’inserto culturale del <strong>Sole 24 Ore</strong> del 6 dicembre 2009</span></p>
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<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/12/pff06aramire.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1538" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/12/pff06aramire-300x225.jpg" alt="pff06aramire" width="300" height="225" /></a>Dal Tavoliere alle Alpi, le musiche popolari e tradizionali si candidano a raccontare la biodiversità dei questo Paese. E se, insieme al cibo, fossero proprio i suoni, le parole e i balli di pastori, contadini e montanari i nostri più formidabili <em>cultural commons</em>, ossia il nostro patrimonio culturale immateriale? Non a caso, dalle parti di Bra (dove è nato Carlin Petrini), la nuova musica tradizionale la chiamano <strong><em>Slow Folk</em></strong>. A Carpino, ad esempio, le fave (presidio Slow Food), vanno in coppia con i <strong>Cantori</strong> (patrimonio Slow Folk?). Da non consumare in fretta, che si tratti di fave o di cantori. Partendo da sud, ecco dunque <em><span style="color: #ff0000;"><strong>Il ritorno della taranta</strong></span></em> (Squilibri, a cura di <strong>Vincenzo Santoro</strong>, con allegato cd di 75’ che comprende rarità e classici del genere<span id="more-280"></span>), una «storia della rinascita della musica popolare salentina» che racconta qualcosa di più di un fenomeno locale. In un racconto corale, i migliori nomi della nostra musica popolare ricordano come la cultura della terra (cibo e suoni, ancora una volta insieme) abbia drenato un possibile genocidio culturale nel nostro sud, dovuto alla massificazione del gusto. È quanto ricordò già Pasolini nei suoi <em><strong>Scritti Corsari</strong></em>, in tempi non sospetti. Da <strong>Giovanna Marini</strong> agli <strong>Officina Zoè</strong>, da E<strong>doardo Winspeare</strong> a <strong>Eugenio Bennato</strong>, il volume traccia la rotta di una questione locale, la pizzica salentina (così come la tarantella del Gargano), divenuta moda globale, anzi <em>glocal</em>. Leggendo questa storia si comprende perché centinaia di migliaia di giovani partecipino ogni anno a feste e concerti di musica tradizionale, più o meno con lo stesso spirito con cui, negli Usa, gli <em>hippies</em> accoglievano le ballate folk di <strong>Pete Seeger </strong>e <strong>Bob Dylan</strong>. E pensare che la riscoperta della propria identità sonora, conquistata da giovani musicisti come antidoto al degrado, ha prodotto, negli anni, anche effetti esilaranti: «a seguito di successi di film farciti di arti marziali orientali», si legge nel volume, «alcuni giovani duellavano nella pizzica schermata con precarie e ridicole imitazioni estemporanee di <em>kung-fu</em> e di <em>karate</em>, tanto che gli anziani si erano stufati delle nuove forme caricaturali di ballo, e avevano smesso di recarsi alle feste». (…)</span></p>
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<p><a class="a2a_button_facebook" href="http://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F12%2F06%2Fda-nord-a-sud-ma-slowly%2F&amp;linkname=Da%20nord%20a%20sud%2C%20ma%20slowly" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/facebook.png" width="16" height="16" alt="Facebook"/></a><a class="a2a_button_twitter" href="http://www.addtoany.com/add_to/twitter?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F12%2F06%2Fda-nord-a-sud-ma-slowly%2F&amp;linkname=Da%20nord%20a%20sud%2C%20ma%20slowly" title="Twitter" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/twitter.png" width="16" height="16" alt="Twitter"/></a><a class="a2a_button_google_plus" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_plus?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F12%2F06%2Fda-nord-a-sud-ma-slowly%2F&amp;linkname=Da%20nord%20a%20sud%2C%20ma%20slowly" title="Google+" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/google_plus.png" width="16" height="16" alt="Google+"/></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="http://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F12%2F06%2Fda-nord-a-sud-ma-slowly%2F&amp;linkname=Da%20nord%20a%20sud%2C%20ma%20slowly" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/whatsapp.png" width="16" height="16" alt="WhatsApp"/></a><a class="a2a_button_google_gmail" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_gmail?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F12%2F06%2Fda-nord-a-sud-ma-slowly%2F&amp;linkname=Da%20nord%20a%20sud%2C%20ma%20slowly" title="Google Gmail" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/gmail.png" width="16" height="16" alt="Google Gmail"/></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share_save#url=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2009%2F12%2F06%2Fda-nord-a-sud-ma-slowly%2F&amp;title=Da%20nord%20a%20sud%2C%20ma%20slowly" id="wpa2a_10">Condividi</a></p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/12/06/da-nord-a-sud-ma-slowly/">Da nord a sud, ma slowly</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it">Vincenzo Santoro</a>.</p>
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		<title>Taranta Story. Alle radici della pizzica nella terra sospesa tra magia e deserto</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 19:40:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Mario Desiati racconta le radici della pizzica attraverso il nuovo saggio di Vincenzo Santoro di Mario Desiati da La Repubblica di Bari del 22 novembre 2009Tempo fa denunciammo il rischio di una deriva cialtronesca della tradizione etno-musicale del Salento. Era il 2005 e la moda della Taranta era al suo acme. Nel dibattito intervenne Vincenzo Santoro, studioso che con rigore... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/11/23/taranta-story-alle-radici-della-pizzica-nella-terra-sospesa-tra-magia-e-deserto/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">
<p><em><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Mario Desiati racconta le radici della pizzica attraverso il nuovo saggio di Vincenzo Santoro</span></em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">di <strong>Mario Desiati</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">da La Repubblica di Bari del 22 novembre 2009<a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/11/pizzicata3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1532" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/11/pizzicata3-300x240.jpg" alt="pizzicata3" width="300" height="240" /></a></span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Tempo fa denunciammo il rischio di una deriva cialtronesca della tradizione etno-musicale del Salento. Era il 2005 e la moda della Taranta era al suo acme. Nel dibattito intervenne <span style="color: #ff0000;"><strong>Vincenzo Santoro</strong></span>, studioso che con rigore ha curato il libro <em>Il ritorno della Taranta</em> per l’editore Squilibri e che il 28 ottobre è stato al centro di un dibattito all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il saggio non è soltanto la storia della rinascita della musica popolare nel Salento come lascia intendere il sottotitolo, ma soprattutto una disamina attenta e accurata di quello che oggi è presente nell’immaginario contemporaneo del fenomeno musicale e popolare più di tutti sugli scudi. Santoro individua un periodo storico nel quale si consolida il fenomeno<span id="more-282"></span>: “Con la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta si registra un progressivo ritorno di interesse per i ritmi e i suoni della tradizione da parte di musicisti più giovani che, insieme ad alcuni importanti protagonisti delle esperienze precedenti, iniziano una nuova stagione di <em>revival</em> della musica salentina, dando vita a un nuovo movimento destinato a sviluparsi in maniera tumultuosa negli anni a venire”.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Protagonista di questa rinascita è certamente <strong>Edoardo Winspeare</strong>, il regista di Depressa, borgo vicino a Tricase, di cui Santoro traccia un profilo biografico e il percorso che ha portato al primo film “<span style="color: #ff0000;">Pizzicata</span>”, diventato subito il veicolo più potente a livello nazionale della nuova pizzica. Winspeare è giovanissimo, ha 24 anni nel 1989, quando gira il suo primo documentario “<span style="color: #ff0000;">San Paolo e la tarantola</span>”, un medio metraggio che gli permette di conoscere musicisti storici salentini e non di musica tradizionale. Tra tutti i medaglioni in questa pellicola, spicca <strong>Luigi Stifani</strong>, barbiere e dunque cerusico. E come la tradizione meridionale comanda, il cerusico barbiere è anche un santone, il depositario della cura di un piccolo paese e della sua comunità. </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Chi ha visto il frammento di quel documentario di Winspeare in cui appare Stifani, può comprendere il fascino che poteva esercitare quell’uomo anziano, con occhi scuri e profondi, un baffetto demonico e la voce impostata come se stesse recitando. Stifani narra in modo avvincente di come attraverso il suo violino curò oltre 50 tarantolate. Affascinato dalla cultura contadina, Winspeare compara le epserienze del suo Salento con quelle del mondo che lui gira e conosce attraverso l’esperienza di assistente alla regia e fonico. Grazie a queste esperienze, ad esempio, si ritroverà a collaborare a un documentario sugli tzigani in Spagna che molte connessioni sembrano avere con la nostra musica tradizionale. Comincia così un periodo di frenetico attivismo, in cui Winspeare spende molte energie ad organizzare grandi feste in campagna, in cui invita a suonare gli anziani cantori ma anche alcuni musicisti e appassionati più giovani che si sono avvicinati alla musica tradizionale.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Racconta il regista: “La musica salentina non è solo pizzica, ma a noi serviva la pizzica, perché la pizzica smuove, scuote, e noi eravamo interessati non solo agli aspetti musicali, ma anche a quelli sociali. Il canto alla stisa interessa gli intenditori, mentre la pizzica interessa tutti. Con questa scelta abbiamo fatto un gesto politico, perché volevamo cambiare l’idea della nostra terra che avevamo avuto fino ad allora”.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma non c’è solo Winspeare con i suoi film e le sue feste. Santoro parte dal film “Pizzicata” del 1995 e arriva ai giorni nostri facendo gli esempi di come nel cinema, nella letteratura, nelle arti visive e ovviemente nella musica contemporanea, anche dei gruppi più giovani, ci siano influssi della Taranta e della nuova pizzica. Poche settimane dopo la pubblicazione di questo libro che ripensa e riposiziona in un quadro storico il “fenomeno Taranta”, è uscito il disco di Raffaella Aprile, una delle sue più intense interpreti. Non è un caso che l’album prodotto da Anima Mundi si chiami “Papagna”, come il fiore che seda e stordisce: un disco tra nenia e ricerca che reinterpreta in una chiave più eterogenea la tradizione della musica tradizionale salentina, alternando stornelli, filastrocche, pizziche.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">Ma accanto a questa anima di servizio, nel libro di Santoro ce n’è pure una più pugnace e polemica. L’autore si addentra nei rischi dell’eccessiva deriva turistica del fenomeno; le pagine su cosa sia diventata la festa di San Rocco a Torrepaduli e la leggendaria battaglia delle spade sono amare e malinconiche, il ritratto di questa terra in bilico perenne tra magia e deserto.</span></p>
</div>
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		<title>Cos&#236; &#232; tornata la Taranta</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 19:08:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Vincenzo Santoro ripercorre le tappe di una riscoperta culturale: dai pionieri ad oggi di Sergio Torsello dal Quotidiano di Lecce del 2 novembre 2009 Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina, di Vincenzo Santoro (ed. Squilibri, 18,00) è stato presentato a Roma, nell’Auditorium del parco della musica, il 28 ottobre scorso). Si tratta di un libro... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/11/02/cos-tornata-la-taranta/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><span style="color: #ff0000;"><strong><em>Vincenzo Santoro ripercorre le tappe di una riscoperta culturale: dai pionieri ad oggi</em></strong></span></span></p>
<p>di <strong>Sergio Torsello</strong></p>
<p>dal Quotidiano di Lecce del 2 novembre 2009</p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: medium;"><em><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/11/la-pizzica-salentina-in-una-vecchia-stampa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1528" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/11/la-pizzica-salentina-in-una-vecchia-stampa-211x300.jpg" alt="la-pizzica-salentina-in-una-vecchia-stampa" width="211" height="300" /></a>Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina,</em> di Vincenzo Santoro (ed. Squilibri, 18,00) è stato presentato a Roma, nell’Auditorium del parco della musica, il 28 ottobre scorso). Si tratta di un libro prezioso, che interviene a colmare una vistosa lacuna nella storiografia locale nella quale mancava una ricostruzione organica, o almeno largamente attendibile, del fenomeno di riproposta della musica tradizionale salentina. Costruito sulla scorta di una vasta ed eterogenea documentazione (libri, articoli, interventi sul web, tesi di laurea, fonti orali, strumento insostituibile quando la documentazione tradizionale è carente) il volume rimette insieme gli innumerevoli frammenti di una vicenda dall’andamento carsico che, tra evidenze e oscuramenti, prende il via sul finire degli anni ’60, grazie all’impulso di <strong>Rina Durante</strong>, e si protrae fino ai giorni nostri. In mezzo si collocano tante vicende poco note o addirittura sconosciute:<span id="more-283"></span> il decisivo approdo salentino di <strong>Giovanna Marini</strong>, la nascita del <strong>Nuovo Canzoniere del Salento</strong> che si scioglierà nel 1973 aprendo la strada al <strong>Canzoniere Grecanico Salentino</strong>, il gruppo più rappresentativo del folk revival locale, le vicende poco note anche agli addetti ai lavori, di <strong>Salento Domani</strong> e <strong>Radici</strong> attivi nel decennio ‘70-80, che rivelano uno scenario ben più complesso e diversificato di quello fin qui conosciuto e chiudono la prima, pioneristica fase.</span></p>
<p>Poi verranno gli anni ‘80 con <strong>Pierpaolo de Giorgi</strong> (tra i primi a porre la centralità di un genere, la pizzica) e l’apparizione del <strong>Canzoniere di Terra d’Otranto</strong> prima dell’esplosione degli anni ‘90.</p>
<p>Inaugurata dall’esperienza dei <strong>Sud Sound System</strong> e dall’attivismo di <strong>Edoardo Winspeare</strong>, la stagione degli anni ’90 è segnata dalla <strong>Notte della Taranta</strong>, dallo straordinario proliferare di gruppi e iniziative editoriali, dalle significative esperienze degli <strong>Zoè</strong> e degli <strong>Aramirè</strong>, a cui Santoro dedica un ampio capitolo in quanto testimonianza di un peculiare modello di valorizzazione della cultura musicale del territorio fortemente intriso di spirito critico e impegno politico. È un viaggio a tratti illuminante nel caleidoscopico universo del movimento della pizzica, che delinea percorsi, stimola riflessioni e ulteriori approfondimenti, consegnando al lettore una narrazione polifonica in cui il punto di vista di Santoro (responsabile dell’Ufficio Cultura dell’Anci, appassionato operatore culturale che pure è una delle voci più apertamente critiche in seno al movimento stesso) non sovrasta mai il pluralismo delle voci che da sempre caratterizza il revival salentino.</p>
<p>Questo efficace dispositivo narrativo ne fa un libro emblematico che aiuta a capire come le diverse definizioni discorsive siano il risultato che l’oggetto di cui si parla (la musica popolare) ha prodotto e da cui al tempo stesso è stato prodotto. È così che i patrimoni culturali opportunamente “tradotti/trasformati” vengono “confezionati” e consegnati ad un più vasto pubblico di fruitori. In questo nuovo scenario un ruolo sempre più centrale è assegnato agli intellettuali (locali e non).</p>
<p>Se a <strong>Georges Lapassade</strong> va riconosciuta l’intuizione di collegare un’ipotesi di rivitalizzazione della cultura del tarantismo alle controculture musicali giovanili, altrettanto emblematico appare l’apporto di <strong>Edoardo Winspeare</strong>, artefice di un processo di “estetizzazione” della pizzica che liberandola da quella dimensione afflittiva tipica della cultura del tarantismo la preparerà ad un più vasto uso di massa. Ma<em> Il ritorno della taranta </em>(da leggere con l’indispensabile ausilio del cd allegato, una breve storia sonora del folk revival salentino) è anche, a suo modo, una riflessione su quel processo che Fabio Dei ha definito “dell’uso pubblico della cultura popolare”, ossia delle politiche istituzionali di valorizzazione del patrimonio etnografico locale.</p>
<p>Al “Salento immaginato”, per usare il titolo di un bel capitolo che ripercorre la recente genesi di un vero e proprio topos letterario che descrive il Salento come un’isola di autenticità sopravissuta allo tsunami della modernizzazione, fa da contraltare la “bellezza sotto assedio”, continuamente esposta al rischio di scempi e devastazioni.</p>
<p>C’è una nuova domanda di tutela del bene pubblico che nasce da questo movimento, sembra avvertire Santoro. Una diffusa consapevolezza che non si può valorizzare il patrimonio musicale locale (che oltretutto è oggi per il Salento un potente fattore di attrazione turistica ) senza tutelare i luoghi entro i quali storicamente è stato prodotto. Una domanda, quest’ultima, che ancora attende qualche risposta.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Prima della Notte c&#8217;era la Taranta</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 08:41:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il ritorno della taranta]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Portelli]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere del Mezzogiorno]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Un libro di Vincenzo Santoro ricostruisce la rinascita della musica popolare salentina di Francesco Farina dal Corriere del Mezzogiorno, edizione pugliese, del 28 ottobre 2009 &#160; S’intitola Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina (Edizioni Squilibri), l’ultima pubblicazione dedicata al fenomeno più vistoso del risveglio della tradizione musicale che ha segnato il dilagare della pizzica ben... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/10/29/prima-della-notte-cera-la-taranta/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><em>Un libro di Vincenzo Santoro ricostruisce la rinascita della musica popolare salentina</em></span></p>
<p>di <strong>Francesco Farina</strong></p>
<p>dal Corriere del Mezzogiorno, edizione pugliese, del 28 ottobre 2009</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/10/Santorocdmfoto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1525" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/10/Santorocdmfoto-300x266.jpg" alt="Santorocdmfoto" width="300" height="266" /></a>S’intitola <em><span style="color: #ff0000;"><strong>Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina</strong></span> </em>(Edizioni Squilibri), l’ultima pubblicazione dedicata al fenomeno più vistoso del risveglio della tradizione musicale che ha segnato il dilagare della pizzica ben oltre il territorio nazionale. Ne è autore <strong>Vincenzo Santoro</strong>, originario di Alessano ma residente a Roma, dove è responsabile dell’Ufficio cultura, sport e politiche giovanili del’Anci (l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), che aveva già firmato diversi testi sui temi della memoria storica e della tradizione popolare del Salento. Oggi, <em>Il ritorno della taranta</em> sarà presentato a Roma nella Sala Teatro Studio dell’Auditorium del Parco della Musica dallo stesso <strong>Vincenzo Santoro</strong>, in un appuntamento cui prenderanno parte, tra gli altri, il presidente del Circolo Gianni Bosio, Sandro Portelli, ed il regista Edoardo Winspeare.</span></p>
<p>L’approccio di Santoro con la cultura popolare del suo paese d’origine risale agli anni Novanta quando, studente della Facoltà d’informatica presso l’università di Pisa, prendeva parte al movimento studentesco «La Pantera»<span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;"><span id="more-284"></span></span><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: medium;">: «In quell’occasione cominciai ad ascoltare i Sud Sound System e rimasi sorpreso del fatto che cantassero in dialetto e che molti ragazzi che non avevano niente a che fare col Salento ne ripetevano i testi accompagnando le loro canzoni. Per me fu il crollo di un tabù, visto che a casa ci educavano a non parlare in dialetto». Al tarantismo, invece, cominciò ad interessarsi subito dopo, frequentando l’Istituto Ernesto De Martino di Sesto Fiorentino: «In quegli anni tornavo a casa solo per le vacanze ma cominciai ad avvicinarmi al lavoro che era stato fatto negli anni Settanta sulla tradizione da personaggi come Rina Durante e Brizio Montinaro. Conoscenze che ho poi approfondito dal ’97, come consigliere comunale di Alessano con delega alla cultura». Sono gli anni in cui nasceva La Notte della Taranta, fenomeno che Santoro guardava con sospetto: «Nella maggior parte dei casi non c’era una ricerca musicale interessante intorno ai brani della tradizione e mi sembrava che quest’iniziativa fosse carente da un punto di vista produttivo. Peraltro, sono contrario all’ideologia della contaminazione e La Notte della Taranta mi dava l’idea di una forzatura rispetto al materiale sonoro su cui si fondava». Nel frattempo, la manifestazione continuava a raccogliere consensi ed a mobilitare masse di pubblico sempre più consistenti «e questo – continua Santoro – mi fece sperare che intorno a questo avvenimento potessero fiorire le strutture attraverso cui poter approfondire l’aspetto culturale ed antropologico del fenomeno. Invece, a distanza di dodici anni dalla prima edizione, manca persino un luogo, una biblioteca, dove gli studiosi e gli appassionati possano consultare tutto il materiale a disposizione. Qualcosa di simile all’Archivio sonoro delle tradizioni musicali pugliesi, che io stesso ho contribuito a creare presso la Biblioteca Nazionale Sagarriga Visconti Volpi di Bari».</span></p>
<p>Il ritorno della taranta, tuttavia, non nasce con intenti polemici : «L’ho scritto soprattutto per contrastare l’assenza di memoria da parte dei protagonisti della musica popolare salentina dei nostri giorni. Perché spesso, a sentir loro, sembra che questa musica sia nata il giorno in cui l’hanno cominciata a suonare. Invece, ho cercato di far emergere le passioni e le storie che si sono intessute intorno alla ricerca degli ultimi quarant’anni, ascoltandole direttamente dalla voce di personaggi come Rina Durante, Giovanna Marini, Eugenio Barba e molti altri. Volevo, in altre parole, che la storia della rinascita di questa musica emergesse come una polifonia dissonante attraverso cui leggerne i percorsi e comprenderne le ragioni». Ma il riscontro che l’autore si aspetta dal libro ha anche a che fare con la consapevolezza politica di un patrimonio che rischia di disperdersi o di mancare il bersaglio: «La Notte della Taranta ha avuto l’innegabile merito di accendere i riflettori sulla musica popolare salentina ma adesso i politici dovrebbero smettere di vederla come un treno in corsa su cui salire al volo per raggiungere le proprie mete e indirizzare il fenomeno verso la creazione delle strutture necessarie per l’approfondimento degli aspetti culturali della musica popolare. Penso, ad esempi o, ad una scuola in cui si possano formare musicisti che intendono dedicarsi al genere. Perché è finito il tempo in cui per imparare la musica popolare bastava scendere in strada. Ma soprattutto spero che questo libro possa stimolare una riflessione critica da cui si possa intravvedere una strada costruttiva da intraprendere nell’immediato futuro».</p>
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		<title>Basta col Salento da cartolina. Qui si muore per troppi veleni</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 19:08:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[emergenza ambiente Salento]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Malcom Paganida www.unita.it di lunedì 12 gennaio 2009 «Le campagne sono piene di Eternit. L’ho visto con i miei occhi. Abbiamo avuto l’amianto in casa per anni. Il Salento non è la cartolina che si riflette all’esterno. C’è da scavare. È un mondo più complicato, fatto di connivenze e debolezze ancestrali, di lati oscuri e collusioni. Siamo italiani. Abbiamo... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/01/12/basta-col-salento-da-cartolina-qui-si-muore-per-troppi-veleni/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">di <span style="font-weight: bold;">Malcom Pagani</span></span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" />da <a>www.unita.it</a> di lunedì 12 gennaio 2009<br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;"><br />
<a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/01/edoardo-winspeare-ride-07.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1428" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2009/01/edoardo-winspeare-ride-07-300x138.jpg" alt="edoardo-winspeare-ride-07" width="300" height="138" /></a>«Le campagne sono piene di Eternit. L’ho visto con i miei occhi. Abbiamo avuto l’amianto in casa per anni. Il Salento non è la cartolina che si riflette all’esterno. C’è da scavare. È un mondo più complicato, fatto di connivenze e debolezze ancestrali, di lati oscuri e collusioni. Siamo italiani. Abbiamo avuto le nostre responsabilità per il fascismo, per le Brigate Rosse, per ogni nefandezza compiuta in quel fazzoletto che è il nostro paese. Accusare la storia è facile ma non si può negare che a volte, chiudere gli occhi sia più facile che aprirli ».</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;"><span style="font-weight: bold;"><br />
Edoardo Winspeare</span> è in Puglia. Il luogo naturale delle sue storie, del suo cinema, del suo lento ondeggiare tra radici e presente. A Corsano, per partecipare a un funerale, Winspeare non ha voglia di recitare le esequie del suo territorio ma rifugge dai semplicismi.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">«Essere l’ultimo lembo d’Italia, ontologicamente, non ci ha giovato. Ha fatto sì che anche le persone nate in questo paradiso, preferissero per disperazione, ignoranza o necessità, vederlo annerire pur di cogliere un vantaggio momentaneo. Ho letto delle scorie tossiche nascoste in fondo alla terra. Sono indignato ma non stupito. Tra Lecce, Taranto e Brindisi, c’è una delle più alte incidenze tumorali d’Italia. Lo sapeva?»</span></span><span id="more-328"></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">PEPPINO BASILE NO LO IGNORAVA. Venne ucciso in una notte di mezza estate del giugno 2008. Davanti alla porta di casa sua, ad Ugento, profondo Salento, all’una e trenta del mattino. Diciannove coltellate. Una dopo l’altra. Gridò disperatamente. Chiese aiuto alla vicina. Non lo soccorse nessuno, neanche da morto. Le indagini si orientarono fin dai primi momenti sul delitto passionale. Si dipinse ad arte la fotografia di un donnaiolo impenitente. «Ci provava sempre», di un Torquemada di provincia col vizio per il gioco, le macchine di lusso e l’indebitamento. Gli inquirenti si allinearono considerando fin dalle prime ore il delitto d’onore come un’ipotesi «più che verosimile». Si cercò con insistenza l’arma del delitto, un coltello sottile. Si dragarono ruscelli, rivoltarono cassonetti, ispezionarono discariche. Andando vicini alla soluzione.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">Quelle locali sono insediate nel tufo. Un tipo di roccia magmatica, porosa, poco compatta, piena di fessure. Le crepe e i dislivelli naturali, permettono agli elementi sversati di penetrare in profondità compromettendo falde acquifere e terreno.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">Il sito di Contrada Burgesi, propaggine di Ugento, non fa eccezione. Ventuno metri d’altezza, (ben 8 fuori dalla terra), 21.000 chilogrammi di carico per metro quadro. A forza di accumulare rifiuti provenienti da mezzo tacco d’Italia, si è gonfiato come un pallone. È saturo, pieno, incapace di contenere altra rumenta. Basile e i comitati spontanei di zona, avevano segnalato il caso. Non gli aveva dato retta nessuno.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">UN PENTITO E GOMORRA</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">Per aprire nuovi squarci sul delitto e ratificare una realtà già nota agli abitanti, c’è voluto un pentito. Bruno Colitti è un imprenditore. Con la sua società trova spazi, scava, occulta allo sguardo i consumi. Quando capisce di essere capitato in un gioco pericoloso, si spaventa. Annusa qualcosa, osserva i piani di smaltimento, si inquieta. Ha visto Gomorra, al cinema. Quei 50.000 metri cubi di rifiuti provenienti dal Nord Italia e dalla Campania, lo rendono protagonista di un film a cui, senza adeguate rassicurazioni, non vuole partecipare. Chiede aiuto all’amministrazione comunale. A suo dire, non solo evitano di ascoltarlo ma lo insultano. Lo minacciano. «Fatti i cazzi tuoi».</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">Colitti sostiene che in Provincia e in Regione sapessero ogni cosa. «Lo stoccaggio, a Burgesi, iniziò nel ‘92». Poi va in Procura. Abbatte lo scetticismo e il 14dicembre scorso, guida i Carabinieri nella culla dei miasmi. I primi 5 metri portano alla luce batterie scariche, pneumatici, materiale plastico, frigoriferi, contenitori di olio combustibile. Apirolio. È altamente cancerogeno. Policlorobifenile utilizzato nei trasformatori elettrici per il raffreddamento e la lubrificazione. Non è infiammabile,ma a 800 gradi sprigiona diossina. Nebulizzato, può viaggiare per migliaia di chilometri .</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">A Taranto, all’Ilva, ha contaminato uomini e pecore. Si annida nel latte materno. Provoca cancro e alterazioni del sistema immunitario. Lì sotto, c’è di più, giura Colitti. Il 14 gennaio si riprenderà a cercare, superando la fittizia barriera di terriccio e plantumazione creata all’uopo. Colitti conosce l’argomento. L’appalto per i lavori di riempimento e livellamento, l’aveva vinto lui. I limiti massimi di capienza erano stati fissati: 700.000 tonnellate. Il carico è raddoppiato e promette di triplicare. Per decisione del presidente della Regione, Nichi Vendola, (erede suo malgrado delle politiche di Fitto sul tema) Burgesi ospiterà anche la spazzatura di 46 comuni del bacino di utenza Lecce 2. Una risoluzione di fine 2008, (pensata per durare otto mesi e poi limitata ad uno) che ha spinto i residenti a vigilare sullo spiazzo. Donne, bambini, contadini. Cartelli eloquenti.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">«Abbiamo le palle più colme della discarica». A Gemini, minuscola frazione della Grecìa Salentina, i biogas sono nell’aria da sempre. Arrivandoci dalla litoranea, il mare e i colori caraibici dello Ionio alle spalle, sembra disabitato. Una tabaccheria, un’edicola, molte porte sbarrate. Un deserto presidiato da 400 famiglie. Aggredite da strane malattie. Leucemie fulminanti, sarcomi, tumori. Quando il vento di Scirocco si alza leggero, la qualità dell’aria si fa irrespirabile. Basile era al centro di questa tela maleodorante. Faceva politica. Nel giugno del 2005 era stato eletto al Consiglio provinciale di Lecce, il mese dopo, un’altra investitura lo aveva fatto approdare sui banchi comunali del proprio paese, nel quale aveva solida fama di “disturbatore”. Dava problemi, Basile. Infastidivano le continue denunce sul malaffare locale, sulle consorterie. Per “avvertirlo”, erano ricorsi ai soliti metodi.</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">«PEPPINO MUORI»</span></span><br style="font-family: Arial; color: #000000;" /><span style="color: #000000; font-size: small;"><span style="font-family: Arial;">Una testa d’agnello abbandonata sull’uscio, qualche scritta sul muro. Nero su bianco. «Peppino sei il nulla». «Peppino muori». Poi, constatata la sordità, lo fecero tacere. Il tema dei rifiuti tossici celati alla vista, era tra i preferiti. «La terra si ribella ma l’abbiamo distrutta noi», racconta Sandro. Lavora a Lucerna, è a casa per una vacanza trasformatasi in sit-in permanente. Accanto a lui, in una battaglia per ora sorvegliata con pugno meno esasperato di Pianura, i suoi genitori. Trattori, motorini, rabbia. «Il cognome non lo scriva. Qui la mafia esiste». Qualcuno si è esposto. Padre Stefano Rocca, parroco di Ugento. Qualche telefonata intimidatoria, per poi salire di tono: 5.000 lettere anonime. Infamanti. Invitavano i parrocchiani a stare alla larga dal prete, «Lu spacciatore». «Sin dal primo giorno, ho invitato gli abitanti a dire tutto ciò che sapevano. È inaudito che in un paese di 5.000 persone,non si sia venuto a sapere nulla di nuovo. Peppino viveva a 800 metri dalla Diocesi. La sua morte mi ha provocato rimorso e riportato alla mente l’episodio della Bibbia sul pastore chiamato a proteggere le sue pecorelle. Omertà, questo respiro». Don Stefano non ha paura. «Solo del silenzio. La battaglia di Basile contro i veleni, era sacrosanta ». Nell’orazione quotidiana, Basile ha incontrato diffuse ostilità. «Il sindaco (Eugenio Ozza del Pdl n.d.a)non ha capito. “È bene che si faccia silenzio” mi ha detto più di una volta. La politica non vuole essere al servizio dei cittadini, pretende il contrario». Stasera Stefano e i suoi fedeli saranno a Presicce. Un incontro pubblico per creare una commissione che possa presenziare agli scavi. Pregando Dio, di essere ancora in tempo.</span></span></div>
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		<title>L&#8217;innocenza perduta del Salento</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Oct 2008 22:01:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Officina Zoè]]></category>
		<category><![CDATA[Pino ZImba]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;amor fou della boss col magistrato di Pasquale Colizzi da www.unita.it del 28 ottobre 2008 C&#8217;è sempre l&#8217;anelito del ritorno nella finibus terrae, il Salento come ultimo lembo d&#8217;Italia, dove inizia il mare. Unito alla fascinazione per un&#8217;infanzia, della vita e dei luoghi, che trascolora in sogno felice, puro, solare. La cinematografia di Edoardo Winspeare è costellata di dichiarazioni d&#8217;amore... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2008/10/28/linnocenza-perduta-del-salento/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify; font-family: Arial;">
<p><span style="font-size: small;"><span style="color: #ff0000; font-size: medium;"><span style="font-weight: bold;">L&#8217;amor fou della boss col magistrato</span></span><br />
di <span style="font-weight: bold;">Pasquale Colizzi</span><br />
da <a href="http://www.unita.it">www.unita.it</a> del 28 ottobre 2008</span></p>
<p><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2008/10/f31.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1400" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2008/10/f31-300x205.jpg" alt="f31" width="300" height="205" /></a>C&#8217;è sempre l&#8217;anelito del ritorno nella finibus terrae, il Salento come ultimo lembo d&#8217;Italia, dove inizia il mare. Unito alla fascinazione per un&#8217;infanzia, della vita e dei luoghi, che trascolora in sogno felice, puro, solare. La cinematografia di <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Edoardo Winspeare</span> è costellata di dichiarazioni d&#8217;amore ad una terra di cui «mi piace utilizzare le bellezze tutte intorno». E come un innamorato tradito, ne denuncia gli scempi con l&#8217;associazione no profit &#8220;Coppula tisa&#8221;, che raccoglie soldi per comprare e abbattere eco-mostri, scorie abusive di falso benessere.</p>
<p>Ma <span style="font-weight: bold; color: #ff0000;">Galantuomini</span>, il suo terzo lungo in anteprima al Festival di Roma, è opera solida e matura di un autore che rifugge il rischio di un&#8217;auto-ghettizzazione &#8220;folk&#8221; nei temi e nello stile, di una identificazione forzata e di comodo. E infatti cita Tolstoj: il tuo villaggio è il centro del mondo, racconta il tuo villaggio e racconterai del mondo.<span id="more-338"></span></p>
<p>Per questa storia d&#8217;amore impossibile tra una boss della Sacra Corona Unita (una strepitosa Donatella Finocchiaro) e un magistrato (l&#8217;ottimo Fabrizio Gifuni) in bilico tra il dovere e il cuore, gli sceneggiatori Piva e Valenti hanno scelto un periodo cruciale per il Salento. La fine degli anni Ottanta segnerà infatti uno sfregio nell&#8217;anima ancora innocente di quella comunità: nasce una piccola mafia fabbricata in casa raccattando ragazzetti dai bar, per non lasciare ai forestieri (la &#8216;ndrangheta calabrese) il traffico di sigarette e droga dal Montenegro. Storia effimera per un&#8217;organizzazione mafiosa senza radici e tradizione. Che infatti finisce schiacciata e quasi totalmente debellata nell&#8217;arco di una decina d&#8217;anni.</p>
<p>«Mi sono documentato frequentando Cataldo Motta e Leone De Castris, due magistrati dell&#8217;antimafia e salentini che in quegli anni seguirono il fenomeno» racconta Gifuni. Il suo magistrato è un giovane uomo che dopo alcuni anni a Milano torna al Tribunale di Lecce e ritrova una situazione che non credeva possibile.</p>
<p>Di fronte a lui clan che sparano sempre più spesso, per stabilire le gerarchie. E a capo di una cosca Donatella Finocchiaro, che era un&#8217;amica d&#8217;infanzia: «Una donna di potere dura, violenta, anche spietata, che in un contesto malavitoso accentua i suoi spigoli» spiega l&#8217;attrice siciliana, notevole anche nella mimesi delle inflessioni, vista la somiglianza tra il salentino e il dialetto della Sicilia orientale da cui arriva.</p>
<p>Lei risponde sul territorio al potente zio (Giorgio Colangeli in versione Padrino) rifugiato in Montenegro a impartire ordini. In un mondo di uomini, ha il polso per mettere tutti al loro posto. Persino il padre del figlio, un bravo Beppe Fiorello, la prima volta in versione da bullo. Anzi, precisa, «la prima volta che faccio me stesso. Pure nel mio contesto di provincia la malavita l&#8217;ho conosciuta nei baretti, ne conoscevo parecchi».</p>
<p>Al Festival ormai è Puglia connection, con la malavita barese nel film di Vicari e questa variante salentina. Qualche mese fa toccò a Fine pena mai. Il regista ha una spiegazione: «La mia regione è apparsa nell&#8217;immaginario collettivo da pochissimo: prima il sud era solo Napoli o la Sicilia. Quanto ai Novanta, che ritornano spesso, sono un passaggio cruciale per il Salento». Però poi, ci tiene a sottolineare, «di storia d&#8217;amore stiamo parlando, la malavita è solo un contesto».</p>
<p>Con alle spalle una nobile casata inglese finita secoli fà in un palazzo di Depressa, nel leccese &#8211; da qui un cognome anomalo nel contesto &#8211; Winspeare nel 2000 fu invitato al Sundance con Sangue vivo, primo tra i colleghi italiani. Con quel film da sotto le ceneri riverberò la fiamma della pizzica come simbolo di identità atavica e originale di un territorio, fino ad allora accantonata come vecchiume. Merito anche degli Officina Zoè, gruppo di musicisti e attori per l&#8217;occasione, che contribuì a fondare. E pazienza per la mistificazione turistica che ne è derivata, col Salento &#8220;terra del rimorso&#8221; e del reggae dei Sud Sound System, India o Jamaica d&#8217;Italia.</p>
<p>Per gli appassionai di pizzica (e degli Officina Zoè), piccolo ruolo per Lamberto Probo e ultimo cammeo di Pino Zimba, tamburellista simbolo del movimento di riscoperta, ponte tra vecchia e nuova generazione e incredibile faccia d&#8217;attore. Scomparso quest&#8217;anno a 56 anni ad Aradeo, un paese nel basso Salento, ha avuto una cerimonia degna del Danny di &#8220;Pian della tortilla&#8221; di Steinbeck: funerale preceduto da un corteo di tamburelli e concluso con un concerto spontaneo innaffiato di vino. Quando si parla di &#8220;innocenza perduta&#8221; ci si riferisce anche a questo.</p>
</div>
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