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	<title>Vincenzo Santoro &#187; pizzica</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>Torrepaduli apre il dibattito sulle «ronde», balli rituali di San Rocco</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 11:18:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Torrepaduli apre il dibattito sulle «ronde», balli rituali di San Rocco Studiosi e appassionati riuniti alla chiesa dedicata al veneratissimo santo taumaturgo per discutere del futuro della danza-scherma Un fragile patrimonio documentario che meriterebbe un luogo di conservazione e di fruizione a disposizione di pubblico e cittadini Vincenzo Santoro, L’Edicola, 11 gennaio 2026 &#160; Si è tenuto ieri il convegno «Dove... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/03/12/torrepaduli-apre-il-dibattito-sulle-ronde-balli-rituali-di-san-rocco/">Read more &#187;</a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #ff0000;"><strong><em><a href="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/02/WhatsApp-Image-2026-01-10-at-15.18.19.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4812" src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/02/WhatsApp-Image-2026-01-10-at-15.18.19-300x296.jpeg" alt="WhatsApp Image 2026-01-10 at 15.18.19" width="300" height="296" /></a>Torrepaduli apre il dibattito sulle «ronde», balli rituali di San Rocco</em></strong></span></p>
<p>Studiosi e appassionati riuniti alla chiesa dedicata al veneratissimo santo taumaturgo per discutere del futuro della danza-scherma Un fragile patrimonio documentario che meriterebbe un luogo di conservazione e di fruizione a disposizione di pubblico e cittadini</p>
<p>Vincenzo Santoro, L’Edicola, 11 gennaio 2026</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si è tenuto ieri il convegno «<span style="color: #993300;"><em><strong>Dove il cerchio continua. </strong></em></span><span style="color: #993300;"><em><strong>Per una tutela e salvaguardia della ronda di San Rocco</strong></em></span>», svoltosi presso il Santuario di San Rocco a Torrepaduli, che ha visto l’intervento di diversi studiosi e appassionati: Giovanni Pellegrino, Massimiliano Morabito, Serena Pellegrino, Gioele Nuzzo, Davide Monaco Vincenzo Gagliani, Lorenzo Zito. L’evento si è posto l’obiettivo di preservare le «ronde di San Rocco», manifestazione coreutico-musicale che si svolge durante la notte tra il 15 ed il 16 agosto nel piccolo centro dell’estremo Salento meridionale davanti al santuario dedicato al veneratissimo santo taumaturgo: si tratta di una<br />
delle feste popolari estive più imponenti del Sud d’Italia, durante la quale gruppi di pellegrini, curiosi, musicisti e ballerini si dispongono in cerchi &#8211; le «ronde» &#8211; e, sul ritmo serrato della pizzica pizzica, inscenano la «scherma», sorta di duello rusticano, praticata in passato solo da uomini, in cui le dita della mano destra simulano la forma dei coltelli.</p>
<p><strong>Segreti tramandati</strong><br />
La «danza scherma» di Torrepaduli è un rito di grande fascino e suggestione, che oggi attira migliaia di turisti e appassionati (cosa che crea non pochi problemi di gestione), ma in fondo ancora non sufficientemente studiato. Delle sue origini sappiamo poco, ed è anche verosimile che si sia attestato nel centro salentino non più di alcuni decenni fa. I «segreti» della danza, che comprendono il codice coreutico e &#8211; soprattutto in passato &#8211; un vero e proprio linguaggio cifrato, sono custoditi gelosamente da alcune famiglie provenienti da paesi vicini, che se li sono tramandati di padre in figlio. Con modalità esecutive varie, usanze simili erano (e a volte lo sono ancora) praticate anche nell’area dell’Alto Salento e nella Bassa Murgia, sul Gargano e in altri luoghi del Sud d’Italia.</p>
<p><strong>Memoria sonora</strong><br />
Le prime straordinarie registrazioni del paesaggio sonoro della festa &#8211; che però non è chiaro se comprendessero l’a c co m p agnamento della scherma &#8211; sono state realizzate dall’etnomusicologo <span style="color: #ff0000;">Diego Carpitella</span> nel 1960, e sono integralmente fruibili in<br />
rete nella sezione pugliese dell’Archivio del Folklore Musicale Italiano delle Teche Rai. Nel suo libro del 1975 <span style="color: #993300;"><em>Kunsertu. La musica popolare in Italia</em></span> il musicista e regista <span style="color: #ff0000;">Luigi Cinque </span>offrì una vivida descrizione delle emozionanti ronde notturne. In seguito, verso la fine degli anni ’70,<br />
questo aspetto della festa entrò in una crisi che sembrava irreversibile, con i livelli di specializzazione musicale e coreutica che calavano sensibilmente e sempre meno suonatori e<br />
danzatori che si ritrovano davanti al santuario.</p>
<p><strong>La rinascita</strong><br />
Il rilancio venne grazie a una seminale operazione di «salvataggio della tradizione», il cui protagonista è stato <span style="color: #ff0000;">Giovanni Pellegrino</span>, geniale e poliedrica figura di operatore culturale di base, che con un gruppo di appassionati del luogo organizzò nell’estate del1982 <span style="color: #993300;"><strong>Ritorno a San Rocco</strong></span>, iniziativa il cui obiettivo era proprio quello di tutelare le «specificità» della festa e di rivitalizzarla, a partire dal far ritornare in uso il tamburello tradizionale. Un momento molto significativo fu la «Festa del tamburello», un grande evento popolare organizzato a Cutrofiano insieme all’amministrazione comunale. Tutto poi infine confluì nella «partecipazione attiva» alla festa notturna di san Rocco a Torrepaduli. Cominciò così un percorso di recupero, rafforzamento e rilegittimazione della festa, che negli anni a venire diventerà il grande evento danzante «spontaneo» dell’estate salentina.</p>
<p><strong>Il ritrovamento recente</strong><br />
All’iniziativa collaborò anche <span style="color: #ff0000;">Diego Carpitella</span>, che aveva più volte in passato rivolto la sua attenzione scientifica alla festa, e che per l’occasione, insieme al suo giovane collaboratore<br />
<span style="color: #ff0000;">Ambrogio Sparagna</span>, produsse la prima compiuta ripresa video delle ronde notturne. Questo importantissimo documento, di cui si erano perse le tracce, è stato recentemente recuperato nell’ambito di un progetto dell’Istituto Centrale per i Beni Audiovisivi del MiC coordinato dall’etnomusicologa <span style="color: #ff0000;">Grazia Tuzi</span>, a cui ha collaborato anche il ricercatore e musicista<br />
pugliese <span style="color: #ff0000;">Massimiliano Morabito</span>, e può essere visualizzato all ’ indirizzo<br />
<a href="http://pon.viaggionellevocidelsud.it">pon.viaggionellevocidelsud.it</a>. Sempre sulla stessa pagina web, sono state rese fruibili quelle che dovrebbero essere le prime fotografie delle ronde (fra cui quella che pubblichiamo), scattate, su mandato di Carpitella, dal montatore e regista <span style="color: #ff0000;">Roberto Perpignani </span>nel 1972. Altre documentazioni importanti furono realizzate in quegli anni, fra gli altri, dall’etnocoreo &#8211;<br />
logo <span style="color: #ff0000;">Giuseppe M. Gala</span>, dal regista <span style="color: #ff0000;">Nico Cirasola</span> e dal ricercatore <span style="color: #ff0000;">Roberto Lorenzetti</span>. Tutti questi materiali, insieme ad altre rilevazioni (come quelle condotte da <span style="color: #ff0000;">Annabella Rossi</span>, <span style="color: #ff0000;">Brizio Montinaro</span>, <span style="color: #ff0000;">Luigi Chiriatti</span>, <span style="color: #ff0000;">Annabella Miscuglio</span>, <span style="color: #ff0000;">Fernando Bevilacqua</span>, <span style="color: #ff0000;">Oronzo Marmone</span>, <span style="color: #ff0000;">Giorgio</span><br />
<span style="color: #ff0000;">Di Lecce</span> e <span style="color: #ff0000;">Cristina Ria</span>) compongono un dispositivo documentario estremamente significativo, che meriterebbe un luogo pubblico di conservazione e di fruizione, a disposizione degli studiosi, degli appassionati e dei turisti: un progetto di cui si parla da molti anni che purtroppo ancora non si è riusciti a realizzare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>foto di Roberto Perpignani del 1972</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="http://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2026%2F03%2F12%2Ftorrepaduli-apre-il-dibattito-sulle-ronde-balli-rituali-di-san-rocco%2F&amp;linkname=Torrepaduli%20apre%20il%20dibattito%20sulle%20%C2%ABronde%C2%BB%2C%20balli%20rituali%20di%20San%20Rocco" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/facebook.png" width="16" height="16" alt="Facebook"/></a><a class="a2a_button_twitter" href="http://www.addtoany.com/add_to/twitter?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2026%2F03%2F12%2Ftorrepaduli-apre-il-dibattito-sulle-ronde-balli-rituali-di-san-rocco%2F&amp;linkname=Torrepaduli%20apre%20il%20dibattito%20sulle%20%C2%ABronde%C2%BB%2C%20balli%20rituali%20di%20San%20Rocco" title="Twitter" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/twitter.png" width="16" height="16" alt="Twitter"/></a><a class="a2a_button_google_plus" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_plus?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2026%2F03%2F12%2Ftorrepaduli-apre-il-dibattito-sulle-ronde-balli-rituali-di-san-rocco%2F&amp;linkname=Torrepaduli%20apre%20il%20dibattito%20sulle%20%C2%ABronde%C2%BB%2C%20balli%20rituali%20di%20San%20Rocco" title="Google+" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/google_plus.png" width="16" height="16" alt="Google+"/></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="http://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2026%2F03%2F12%2Ftorrepaduli-apre-il-dibattito-sulle-ronde-balli-rituali-di-san-rocco%2F&amp;linkname=Torrepaduli%20apre%20il%20dibattito%20sulle%20%C2%ABronde%C2%BB%2C%20balli%20rituali%20di%20San%20Rocco" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/whatsapp.png" width="16" height="16" alt="WhatsApp"/></a><a class="a2a_button_google_gmail" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_gmail?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2026%2F03%2F12%2Ftorrepaduli-apre-il-dibattito-sulle-ronde-balli-rituali-di-san-rocco%2F&amp;linkname=Torrepaduli%20apre%20il%20dibattito%20sulle%20%C2%ABronde%C2%BB%2C%20balli%20rituali%20di%20San%20Rocco" title="Google Gmail" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/gmail.png" width="16" height="16" alt="Google Gmail"/></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share_save#url=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2026%2F03%2F12%2Ftorrepaduli-apre-il-dibattito-sulle-ronde-balli-rituali-di-san-rocco%2F&amp;title=Torrepaduli%20apre%20il%20dibattito%20sulle%20%C2%ABronde%C2%BB%2C%20balli%20rituali%20di%20San%20Rocco" id="wpa2a_2">Condividi</a></p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/03/12/torrepaduli-apre-il-dibattito-sulle-ronde-balli-rituali-di-san-rocco/">Torrepaduli apre il dibattito sulle «ronde», balli rituali di San Rocco</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it">Vincenzo Santoro</a>.</p>
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		<title>Il battito della pizzica: storie, riti e rinascite (sulla radio nazionale della Svizzera italiana)</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Nov 2025 07:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Il ritorno della Taranta]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>La Radio Svizzera Italiana ha dedicato in ottobre tre puntate speciali della trasmissione Grand Bazaar al Salento e alle sue musiche e danze, con particolare riferimento alla pizzica, che negli ultimi decenni ha conosciuto una sorprendente rinascita, conquistando piazze, festival e palcoscenici internazionali. In tre puntate speciali, Christian Gilardi accoglierà come ospite Vincenzo Santoro, scrittore, ricercatore e profondo conoscitore delle culture... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2025/11/28/il-battito-della-pizzica-storie-riti-e-rinascite-sulla-radio-nazionale-della-svizzera-italiana/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2025/11/494811058_10162665883680349_8064849294490739046_n.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4782" src="http://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2025/11/494811058_10162665883680349_8064849294490739046_n-300x270.jpg" alt="494811058_10162665883680349_8064849294490739046_n" width="300" height="270" /></a>La Radio Svizzera Italiana ha dedicato in ottobre tre puntate speciali della trasmissione <span style="color: #ff0000;"><strong>Grand Bazaar</strong></span> al Salento e alle sue musiche e danze, con particolare riferimento alla pizzica, che negli ultimi decenni ha conosciuto una sorprendente rinascita, conquistando piazze, festival e palcoscenici internazionali.</p>
<p>In tre puntate speciali, <strong><span style="color: #993300;">Christian Gilardi</span></strong> accoglierà come ospite <span style="color: #993300;"><strong>Vincenzo Santoro</strong></span>, scrittore, ricercatore e profondo conoscitore delle culture popolari del Sud Italia. Insieme ripercorreranno le origini di questo rito musicale legato al tarantismo, le sue trasformazioni nel tempo e il ruolo che la pizzica ha oggi come simbolo di identità e patrimonio condiviso.</p>
<p>Tra racconti, musiche e testimonianze, Grand Bazaar offrirà un affresco vivo e appassionante di una tradizione che continua a far danzare e a emozionare.</p>
<p>Ascolta la puntata del 9.10.2025: <a href="https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/grand-bazaar/Il-battito-della-pizzica-storie-riti-e-rinascite--3111416.html">https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/grand-bazaar/Il-battito-della-pizzica-storie-riti-e-rinascite&#8211;3111416.html</a></p>
<p>Ascolta la puntata del 16.10.2025: <a href="https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/grand-bazaar/Pizzica-Dalla-tradizione-salentina-al-mondo--3120215.html">https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/grand-bazaar/Pizzica-Dalla-tradizione-salentina-al-mondo&#8211;3120215.html</a></p>
<p>Ascolta la puntata del 23.10.2026: <a href="https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/grand-bazaar/La-danza-del-Sud-la-pizzica-raccontata-da-Vincenzo-Santoro--3136022.html">https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/grand-bazaar/La-danza-del-Sud-la-pizzica-raccontata-da-Vincenzo-Santoro&#8211;3136022.html</a></p>
<p><a class="a2a_button_facebook" href="http://www.addtoany.com/add_to/facebook?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2025%2F11%2F28%2Fil-battito-della-pizzica-storie-riti-e-rinascite-sulla-radio-nazionale-della-svizzera-italiana%2F&amp;linkname=Il%20battito%20della%20pizzica%3A%20storie%2C%20riti%20e%20rinascite%20%28sulla%20radio%20nazionale%20della%20Svizzera%20italiana%29" title="Facebook" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/facebook.png" width="16" height="16" alt="Facebook"/></a><a class="a2a_button_twitter" href="http://www.addtoany.com/add_to/twitter?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2025%2F11%2F28%2Fil-battito-della-pizzica-storie-riti-e-rinascite-sulla-radio-nazionale-della-svizzera-italiana%2F&amp;linkname=Il%20battito%20della%20pizzica%3A%20storie%2C%20riti%20e%20rinascite%20%28sulla%20radio%20nazionale%20della%20Svizzera%20italiana%29" title="Twitter" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/twitter.png" width="16" height="16" alt="Twitter"/></a><a class="a2a_button_google_plus" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_plus?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2025%2F11%2F28%2Fil-battito-della-pizzica-storie-riti-e-rinascite-sulla-radio-nazionale-della-svizzera-italiana%2F&amp;linkname=Il%20battito%20della%20pizzica%3A%20storie%2C%20riti%20e%20rinascite%20%28sulla%20radio%20nazionale%20della%20Svizzera%20italiana%29" title="Google+" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/google_plus.png" width="16" height="16" alt="Google+"/></a><a class="a2a_button_whatsapp" href="http://www.addtoany.com/add_to/whatsapp?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2025%2F11%2F28%2Fil-battito-della-pizzica-storie-riti-e-rinascite-sulla-radio-nazionale-della-svizzera-italiana%2F&amp;linkname=Il%20battito%20della%20pizzica%3A%20storie%2C%20riti%20e%20rinascite%20%28sulla%20radio%20nazionale%20della%20Svizzera%20italiana%29" title="WhatsApp" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/whatsapp.png" width="16" height="16" alt="WhatsApp"/></a><a class="a2a_button_google_gmail" href="http://www.addtoany.com/add_to/google_gmail?linkurl=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2025%2F11%2F28%2Fil-battito-della-pizzica-storie-riti-e-rinascite-sulla-radio-nazionale-della-svizzera-italiana%2F&amp;linkname=Il%20battito%20della%20pizzica%3A%20storie%2C%20riti%20e%20rinascite%20%28sulla%20radio%20nazionale%20della%20Svizzera%20italiana%29" title="Google Gmail" rel="nofollow" target="_blank"><img src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/plugins/add-to-any/icons/gmail.png" width="16" height="16" alt="Google Gmail"/></a><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="https://www.addtoany.com/share_save#url=https%3A%2F%2Fwww.vincenzosantoro.it%2F2025%2F11%2F28%2Fil-battito-della-pizzica-storie-riti-e-rinascite-sulla-radio-nazionale-della-svizzera-italiana%2F&amp;title=Il%20battito%20della%20pizzica%3A%20storie%2C%20riti%20e%20rinascite%20%28sulla%20radio%20nazionale%20della%20Svizzera%20italiana%29" id="wpa2a_4">Condividi</a></p><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it/2025/11/28/il-battito-della-pizzica-storie-riti-e-rinascite-sulla-radio-nazionale-della-svizzera-italiana/">Il battito della pizzica: storie, riti e rinascite (sulla radio nazionale della Svizzera italiana)</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it">Vincenzo Santoro</a>.</p>
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		<title>La pizzica di Romolo Crudo</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 06:15:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La pizzica di Romolo Crudo, regia di Tommaso Faggiano, MeditFilm, 2025, 54 minuti di Vincenzo Santoro da Blogfoolk Magazine Numero 711 del 9 ottobre 2025 La pizzica di Romolo Crudo è la è la nuova produzione di Lino Pepe con Meditfilm, in collaborazione con Nostos Production, per la regia di Tommaso Faggiano, produttore e autore audiovisivo attivo nel campo del... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2025/10/15/la-pizzica-di-romolo-crudo/">Read more &#187;</a></p>
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<p>di Vincenzo Santoro<br />
da <a href="https://www.blogfoolk.com/2025/10/la-pizzica-di-romolo-crudo-regia-di.html?m=1">Blogfoolk Magazine Numero 711 del 9 ottobre 2025</a></p>
<p><span style="color: #993300;"><strong><em>La pizzica di Romolo Crudo</em></strong></span> è la è la nuova produzione di Lino Pepe con Meditfilm, in collaborazione con Nostos Production, per la regia di <span style="color: #ff0000;">Tommaso Faggiano</span>, produttore e autore audiovisivo attivo nel campo del documentario d’autore e dell’antropologia visuale, non nuovo a questi temi (ricordiamo in particolare il documentario <span style="color: #993300;"><em>I Passiuna tu Christù</em></span>, vincitore del Premio Fiorenzo Serra, tra i principali riconoscimenti internazionali dedicati al cinema etnografico). Si tratta di un oggetto filmico – che si potrebbe con qualche approssimazione definire “docufiction” – di notevole qualità estetica, godibile a più livelli di lettura, e suo modo straniante.</p>
<p>«Io ballo perché amo la libertà: e questa è la mia storia». In prima battuta, si vuole presentare la singolare vicenda di <span style="color: #ff0000;"><strong>Romolo Crudo</strong></span>, 74enne di Taurisano, piccolo centro dell’estremo sud della provincia di Lecce, che entra in scena raccontando i suoi anni da ragazzo. Nato in Belgio, dove il padre emigra per lavorare nelle famigerate miniere, si trasferisce nel paese di origine della famiglia da adolescente, in un contesto sociale e culturale assai distante da quello fino ad allora conosciuto, in cui i più vivevano in condizioni economiche precarie. Infatti ammette: «Il mio ritorno in Puglia è stato traumatico, però io ho accettato questa realtà cruda, e ho ammirato l’arte di arrangiarsi che avevano i taurisanesi». Uno squarcio realmente istruttivo di cosa fosse il Salento “reale” in quegli anni, ben distante dalle rappresentazioni idealizzate oggi tanto ricorrenti. Il protagonista, in tempi più recenti, è diventato – soprattutto grazie ad un uso insospettabilmente efficace dei social network – uno degli “eroi” della scena salentina della riproposta della musica e del ballo “tradizionali”, oggetto da ormai un paio di decenni di forme di spettacolarizzazione (nelle varie declinazioni di pomposi concertoni/evento e di concerti-concertini-sagre, in ogni caso mai esenti dal rischio del cattivo gusto) che agiscono da attrattore turistico ma che restano anche un grande fenomeno di base e “popolare”, con centinaia di seguaci che si ritrovano frequentemente ai concerti programmati dai cartelloni estivi come in raduni spontanei e spesso improvvisati, sempre per praticare il ballo della pizzica pizzica, assurto a marcatore identitario delle terre salentine.</p>
<p>«Quando arriva l’estate, vado a tutte le feste, per ballare la pizzica pizzica». Assiduo frequentatore di concerti e raduni, Romolo Crudo riveste un ruolo pubblico ampiamente riconosciuto e si divide fra le tante “pretendenti” al ballo, approdando spesso sui palchi nei momenti clou delle esibizioni dei gruppi locali. Ogni mossa è scrupolosamente documentata da foto e video, spesso realizzati dalla moglie, che finiscono inesorabilmente sui social più popolari. Il film riesce a restituire le audaci esibizioni e i contesti esecutivi in scene molto efficaci e coinvolgenti, ambientate nelle piazze salentine parate a festa (fra cui quella “fatale” di Galatina), tripudianti di luci, colori intensi e suoni ammalianti. Nonché, ovviamente, di balli sfrenati.</p>
<p>«La pizzica pizzica è un ballo che nasce dal mondo contadino. Allora si ballava per scacciare il dolore e la fatica. Oggi si balla solo per divertimento». Costellano la storia anche le chiose del protagonista che, nella perenne polemica fra “puristi” e “contaminatori” che accalora il dibattito locale (e non solo) sulle modalità più corrette di esecuzione musicale e coreutica, spesso interviene in maniera accorata a favore della necessità di ritornare alla “vera pizzica”, da ballare come nella tradizione, di cui lui sarebbe un depositario per età e esperienza, avendo partecipato a balli e feste “prima della moda”, o dell’avvento di quello che chiama – secondo un’accezione a cui si ricorre in tutto il Meridione per ben altri ambiti – il “sistema della pizzica pizzica”. Con uno stile asciutto e non celebrativo, Faggiano affida il centro della scena alle considerazioni che informano l’agire del protagonista, con esiti di surreale realismo che smontano la ricercata seriosità dei temi affrontati. Emblematica, da questo punto di vista, la rappresentazione del rapporto conflittuale con la figlia Manuela – uno dei temi rilevanti del film – che proprio la comune passione per il ballo popolare riesce e risolvere, solo dopo però un memorabile e gustoso litigio in schietto dialetto salentino. Anche altre scelte, come quella di evitare di coinvolgere nei balli le ballerine più celebrate, sembrano volere andare a vede cosa succede nelle piazze lontano dai momenti di spettacolo più eclatanti. A moltiplicare gli sguardi d’altro canto ci pensano gli onnipresenti smartphone su cui rimbalzano contenuti social, presenza ingombrante che occupa larga parte del tempo dei protagonisti, eppure decisiva nel determinare la realtà in cui si muovono (come peraltro accade ormai a quasi tutti noi).</p>
<p>«Due droghe c’ho: la corsa e la pizzica pizzica». Romolo Crudo però non è solo un audace ballerino: la sua (forse prima) passione è anche la corsa, che pratica fin da giovane a livelli agonistici e che continua a esercitare assiduamente anche nella maturità, con grande dedizione e una forza invidiabile. In alcuni dei momenti più convincenti e altrettanto stranianti del film, la telecamera lo segue nelle sue lunghe scorrazzate fra le campagne dell’estremo lembo meridionale del Salento, in cui l’antica bellezza sopravvive sempre più assediata dalle devastazioni di ulivi essiccati, abusivismo edilizio e invadenti impianti fotovoltaici industriali. Il film è impreziosito da un raffinato commento musicale di <span style="color: #ff0000;">Samuel Mele</span>, che enfatizza il contrasto con le pizziche pizziche eseguite dai palchi, il più delle volte lontane dai codici tradizionali tanto richiamati nella “filosofia coreutica” che anima il protagonista. “La pizzica di Romolo Crudo” è un lavoro di notevole interesse, che riesce a rappresentare in maniera complessa e non oleografica (oltre che divertente) il ricco e contraddittorio “cantiere antropologico” che è il Salento di oggi, il cui interesse credo possa andare anche oltre il territorio di riferimento.</p>
<p>Qui il trailer:<br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/NTIkCG_bqOo?si=DGdz38NsAV3gR2U9" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>&#8220;La tarantella di Hölderlin&#8221; di Klaus Voswinckel</title>
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		<pubDate>Sun, 26 May 2024 04:20:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Salento]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Il 23 maggio scorso, proprio nel giorno del suo 80-mo compleanno, Klaus Voswinckel ci ha lasciati. Per ricordarlo, pubblico qui l&#8217;introduzione che avevo scritto per l&#8217;edizione italiana del suo romanzo Tarantella oder Hölderlin tanzt, uscita per Itinerarti un anno fa, in cui ho cercato sinteticamente di ricostruire la storia del suo rapporto con il Salento, terra in cui con la moglie Ulrike risiedeva... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2024/05/26/la-tarantella-di-holderlin-di-klaus-voswinckel/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2024/05/Tarantella-copertina-edizione-italiana-1302x2048.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4558" src="http://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2024/05/Tarantella-copertina-edizione-italiana-1302x2048-189x300.jpg" alt="Tarantella-copertina-edizione-italiana-1302x2048" width="189" height="300" /></a></p>
<p><em>Il 23 maggio scorso, proprio nel giorno del suo 80-mo compleanno, <strong><span style="color: #800000;">Klaus Voswinckel</span> </strong>ci ha lasciati. Per ricordarlo, pubblico qui l&#8217;introduzione che avevo scritto per l&#8217;edizione italiana del suo romanzo </em><span style="color: #ff0000;">Tarantella oder Hölderlin tanzt</span><em>, uscita per Itinerarti un anno fa, in cui ho cercato sinteticamente di ricostruire la storia del suo rapporto con il Salento, terra in cui con la moglie <span style="color: #800000;">Ulrike</span> risiedeva per lunghi periodi dell&#8217;anno e a cui ha dedicato diversi libri e documentari.</em></p>
<p><span style="color: #800000;">Klaus Voswinckel</span>, poliedrico intellettuale tedesco – filosofo, regista, produttore di film e documentari, scrittore di romanzi e saggi – si lega al Salento a partire dagli anni Settanta, quando inizia con la moglie Ulrike a trascorrere lunghi periodi nella casa di Torre Mozza, lungo la marina di Ugento. L’attrazione nei confronti di una terra liminare e ancora decisamente estranea a circuiti turistici e modaioli, visitata abitualmente o perfino eletta a proprio domicilio, è stata allora nutrita e condivisa da un significativo numero di artisti di varia provenienza, tra cui <span style="color: #800000;">Helen Ashbee</span> e <span style="color: #800000;">Arno Mandello</span>, che nel 1969/70 acquistano la Masseria Bufalaria, in agro di Ugento, dove organizzeranno partecipate feste, frequentate anche da musicisti popolari locali. Di <span style="color: #800000;">Helen Ashbee</span>, scultrice, amica di <span style="color: #800000;">Alberto Giacometti</span>, Klaus Voswinckel scriverà in <span style="color: #ff0000;"><em>Helen</em>: <em>Mediterrane Botschaften</em></span> (1999). Altra coppia di artisti e intellettuali decisivi nell’esperienza salentina di Klaus e Ulrike sono lo scultore e pittore <span style="color: #993300;">Norman Mommens</span> e la moglie <span style="color: #993300;">Patience Gray</span>, tra le altre cose autrice di <span style="color: #ff0000;"><em>Honey from a weed</em></span>, ricettario di cibo e culture anticipatore delle più contemporanee tendenze intorno agli stessi temi. Folgorati dal fascino “antico” del Capo di Leuca, dove giungono proprio con Helen e Arno, nel 1970 rilevano la vecchia masseria Spigolizzi, in agro di Salve (non molto lontano dalla Bufalaria) in cui vivranno fino alla fine dei loro giorni, lui nel 2000, lei cinque anni dopo. Una minuziosa ricostruzione di una storia appassionante di vita e radicamento sta in <span style="color: #993300;">Adam Federman</span>, <em><span style="color: #ff0000;">Fasting and Feasting. The Life of Visionary Food Writer Patience Gray</span></em> (Chelsea Green Publishing 2017), recensito sul “New York Times” nel settembre 2018 insieme a una foto della coppia alla masseria Spigolizzi. A Mommens e Gray, a testimonianza della prossimità che li univa, Voswinckel ha dedicato il documentario <span style="color: #ff0000;"><em>Sonne, mond</em></span>, uscito nel 1983.</p>
<p>L’interesse per la locale cultura popolare e contadina attraversa tutti gli altri lavori di Voswinckel a cominciare da <span style="color: #ff0000;"><em>Landpartie</em></span> (<span style="color: #ff0000;">Scampagnata</span>), realizzato per la televisione tedesca nel 1977, che mette a confronto i modi di festeggiare il lunedì in Albis di una famiglia nobile, impegnata in una ricca festa in un palazzo di Sternatìa, mentre quella contadina trascorre la giornata in un contesto rurale, nei pressi di Casarano, dominato dalla musica e dal ballo della pizzica pizzica, in cui l’autore manifesta una precoce attenzione per espressioni culturali allora scarsamente indagate e una particolare sensibilità nel restituirle.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><em>La banda</em></span> (1987) racconta invece la storia di Grazia Donateo, prima donna a dirigere la banda musicale di Surbo, rendendo omaggio alla sentita tradizione bandistica regionale. Si tratta di un documentario di profonda suggestione e commozione, in particolare di fronte alla strepitosa lunga scena conclusiva che racconta la ‘sfida’ fra la banda di Surbo e quella di Sava per la festa patronale di Castrignano del Capo.</p>
<p>Lo sguardo sul passato che ritorna informa anche la scrittura di Voswinckel, come nel caso di <span style="color: #ff0000;"><em>Tarantella oder Hölderlin tanzt</em></span> (2016), qui riproposto nella traduzione in italiano con il titolo <span style="color: #ff0000;"><em>La tarantella di Hölderlin</em></span>. Ambientata nell’estremo Sud della Puglia ma con frequenti rimandi alla Cappadocia, la storia racconta con accenti onirici e stranianti la breve permanenza estiva di un regista tedesco, giunto fino lì per la preparazione di un film. Il protagonista si muove tra paesi interni e masserie, feste e interpreti del mondo musicale salentino, descritti con molto realismo, con una attenzione particolare al fenomeno del tarantismo, che come per tanti illustri predecessori continua ad esercitare sul regista un ascendente irresistibile, portandolo a rintracciarne le sopravvivenze nel Salento contemporaneo: emblematica è la visita a Galatina e alla cappella di San Paolo, dove un tempo convergevano i tarantolati e le tarantolate da tutta la provincia per implorare, dopo avere esperito la “terapia” a base di musiche e balli nei loro luoghi di origine, la liberazione dal veleno e la grazia catartica. A fargli compagnia continue e inattese apparizioni di spiriti tormentati e illuminati come <span style="color: #993300;">Friedrich Hölderlin</span>, <span style="color: #993300;">Samuel Beckett</span>, <span style="color: #993300;">Paul Celan</span>, <span style="color: #993300;">Novalis</span> in un intreccio di influenze che ben rappresenta la sensibilità di un intellettuale del Nord Europa conquistato da questo Sud di “santi, poeti e serpenti”, dalle sue musiche irresistibili, dai suoi abitanti e paesaggi abbacinanti.</p>
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		<title>Salento, genius loci, spirito pubblico e retorica</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2024 07:11:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Salento]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Marc Tibaldi intervista Vincenzo Santoro per Cupertinum Doc, rivista della Cantina Cupertinum, aprile 2024 Salentino, precisamente di Alessano, Vincenzo Santoro, si è laureato prima in Informatica e poi in Comunicazione per l’impresa e il no profit, dal 2004 lavora presso l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, dove attualmente è responsabile del Dipartimento Cultura, Turismo e Agricoltura. In rappresentanza dei Comuni italiani,... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2024/04/09/salento-genius-loci-spirito-pubblico-e-retorica/">Read more &#187;</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it/2024/04/09/salento-genius-loci-spirito-pubblico-e-retorica/">Salento, genius loci, spirito pubblico e retorica</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it">Vincenzo Santoro</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #ff0000;"><strong><a href="http://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2024/04/Cupertinum-intervista.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4531" src="http://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2024/04/Cupertinum-intervista-287x300.jpg" alt="Cupertinum intervista" width="287" height="300" /></a>Marc Tibaldi</strong></span> intervista <strong><span style="color: #ff0000;">Vincenzo Santoro</span></strong> per <em>Cupertinum Doc</em>, rivista della<a href="https://www.cupertinum.it/"> Cantina Cupertinum</a>, aprile 2024</p>
<p>Salentino, precisamente di Alessano, <span style="color: #ff0000;">Vincenzo Santoro</span>, si è laureato prima in Informatica e poi in Comunicazione per l’impresa e il no profit, dal 2004 lavora presso l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, dove attualmente è responsabile del Dipartimento Cultura, Turismo e Agricoltura. In rappresentanza dei Comuni italiani, è anche membro del Comitato nazionale per la tutela delle minoranze linguistiche storiche e della Commissione per il Sistema Museale Nazionale del Ministero della cultura. Ha scritto molti saggi sulle musiche e tradizioni popolari delle classi subalterne, l’elenco completo si può trovare sul suo sito <a href="http://www.vincenzosantoro.it">www.vincenzosantoro.it</a>. Tra i suoi libri (pubblicati con Squilibri, Manni, Itinerarti e altri editori), ricordiamo: <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2001/06/01/manifesto-di-pace/"><em>Don Tonino Bello. Manifesto di Pace</em></a>; <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2002/07/18/2118/"><em>Il ritmo meridiano. La pizzica e le identità danzanti del Salento</em></a>; <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2002/01/02/tabacco-e-tabacchine-nella-memoria-storica/"><em>Tabacco e tabacchine nella memoria storica. Una ricerca di storia orale a Tricase e nel Salento</em></a>; <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2004/03/01/i-colori-della-terra/"><em>Uccio Aloisi. I colori della terra. Canti e racconti di un musicista popolare</em></a> (con Roberto Raheli e Sergio Torsello); <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2009/07/21/il-ritorno-della-taranta-2/"><em>Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina</em></a>; <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2014/10/29/memorie-della-terra-racconti-e-canti-di-lavoro-e-di-lotta-del-salento-il-cdlibro/"><em>Memorie della terra. Racconti e canti di lavoro e di lotta del Salento</em></a>; <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2017/06/07/odino-nelle-terre-del-rimorso/"><em>Odino nelle terre del rimorso. Eugenio Barba e l’Odin Teatret in Salento e Sardegna (1973-1975)</em></a>;<a href="https://www.vincenzosantoro.it/2021/06/11/il-tarantismo-mediterraneo-una-cartografia-culturale/"><em> Il tarantismo mediterraneo. Una cartografia culturale</em></a>. Tra le sue attività di promozione culturale, ricordiamo: Ritmi meridiani, Suoni e visioni, Pizzicata Festival, Pisa Folk Festival, FolkBooks.</p>
<p><em>Hai dedicato molti studi al tarantismo e ne conosci bene il fenomeno di valorizzazione in chiave turistica. Pregi e, se ci sono, difetti di questo fenomeno e possibili evoluzioni…</em></p>
<p>Ci troviamo davanti ad un fenomeno di lunga durata. Ho molto studiato e scritto sui temi inerenti e ho fatto parte di quel movimento composito che – durante gli anni ’90 ma sulla scorta di esperienze precedenti – ha contribuito a valorizzare questo patrimonio. Nel Salento è stato messo in atto un esperimento di promozione dei beni immateriali che è nato dal basso, che non è stato progettato a tavolino, che non parte da un progetto istituzionale calato dall’alto. Un percorso che sembra decisamente essere riuscito in termini di ricadute territoriali. Prima degli anni ’90 quasi nessuno sapeva cos’era il Salento mentre ora è diventato un brand. È un’esperienza abbastanza unica di valorizzazione di una cultura e del suo territorio, con ricadute in termini economici, di flussi turistici e di attenzione a elementi culturali più ampi. Non è solo cresciuto il turismo interessato alla musica, ma anche quello legato al mare, alle bellezze paesaggistiche, all’arte, all’enogastronomia. Altro risvolto interessante è che molte esperienze artistiche nate da questo movimento abbiano acquisito visibilità internazionale. Ci sono ormai diversi musicisti legati alla musica di tradizione che hanno una proiezione nazionale e internazionale. Un successo a 360 gradi, che raggiunge il picco nell’affluenza estiva, in particolare in occasione degli eventi di spettacolo legati, con le dovute distinzioni, a questo movimento.</p>
<p>Ma esistono indubbiamente aspetti problematici, pensiamo per esempio a come sia avvenuto il travaso dalla tradizione alla contemporaneità, cosa resta realmente di questa tradizione nella percezione diffusa. Nella riproposizione contemporanea vengono conservati esclusivamente alcuni tratti, una parte dei repertori musicali e la danza, ma essendo cambiata la situazione socioeconomica e produttiva nessuno – se non va a studiarsi i libri capaci di raccontarlo – sa la differenza tra un tipo di musica e un’altra. Soltanto per fare un esempio, i canti a più voci che accompagnavano il lavoro della campagna o altre occasioni comunitarie, e che rappresentavano il modello musicale più diffuso &#8211; perché la gente era sempre al lavoro e i momenti di festa rarissimi, erano senza l’accompagnamento di strumenti musicali, perché le mani servivano per lavorare. Invece un certo tipo di musica costitutiva dei repertori tradizionali viene ora accantonata e privilegiata quella legata al ballo perché più fruibile durante i concerti. L’altro tema critico è quello che potremmo chiamare della sostenibilità: dei grandi numeri, del pesante afflusso turistico attratto della spettacolarizzazione degli elementi patrimoniali, dell’eccesso di pressione antropica sul territorio, sulle spiagge e altri temi correlati, come quello del consumo del suolo. Non vorrei parlare di cultura della sofferenza perché troppo afflittivo, ma senz’altro la matrice socioculturale di riferimento non rimanda a una cultura festaiola, e consumistica, ma resta legata e contrastiva rispetto a un mondo che era vilipeso, sfruttato, bistrattato. Ora in questa grande orda spettacolarizzante cosa rimane di una simile e profonda traccia culturale? Sono questioni che ci si continua a porre in maniera critica e autocritica, ragionamenti interessanti sia per capire i limiti e le contraddizioni di questo modello di valorizzazione, valutando cosa abbiano effettivamente fatto le istituzioni per limitare certi eccessi, sia per affermare la necessità di restituire una dimensione storico-antropologica più filologica, attraverso un lavoro culturale diffuso e centri di documentazione, musei, biblioteche, archivi e altre iniziative.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Secondo te chi – tra i tanti attori che hanno costruito il movimento informale di valorizzazione del Salento e della sua cultura – è stato forse più dimenticato o non è adeguatamente conosciuto?</em></p>
<p>Domanda interessante. È stato purtroppo un movimento colpito da scomparse premature e alcune persone sono rimaste nell’ombra. Sicuramente <span style="color: #ff0000;">Uccio Aloisi</span> è stato un grande personaggio, il grande eroe della musica popolare salentina. Un anziano analfabeta che ha conosciuto una sua seconda giovinezza con il movimento degli anni ’90 e che per osmosi culturale ha insegnato tanto a tutti. Poi ricorderei <span style="color: #ff0000;">Sergio Torsello</span>, scomparso nel 2015, che ha avuto un ruolo centrale nel lavoro culturale e nella direzione della Notte della Taranta. Quando è venuto a mancare sono stati in molti a prendere l’impegno di ricordarlo, ma finora non mi pare sia stato fatto molto. Poi altre personalità, scomparse prima di Torsello, vorrei ricordare <span style="color: #ff0000;">Giorgio Di Lecce</span>, fondatore di Arakne mediterranea, importante intellettuale oggi quasi dimenticato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Molti dimenticano che questa tradizione faceva parte della cultura delle classi subalterne, quasi sempre vilipesa allora. Oggi invece si dimenticano le condizioni sociali dove questi fenomeni vanno collocati e se ne dà invece spesso una lettura folcloristica, se non addirittura new-age…</em></p>
<p>Ma non è sempre stato così: all’inizio del movimento di cui si diceva la lettura sociologica e culturale era chiara, con collaborazioni e contatti con lo storico <span style="color: #ff0000;">Alessandro Portelli</span>, il circolo Gianni Bosio, l’Istituto Ernesto de Martino allora coordinato da<span style="color: #ff0000;"> Ivan Della Mea</span>, una serie di realtà che hanno sempre lavorato con attenzione verso le culture popolari, le lotte sociali, la memoria del lavoro, le culture materiali. Nel momento in cui la promozione deve diventare anche <em>mainstream</em>, con il coinvolgimento di personaggi televisivi che sono ossimorici rispetto a certi valori, è tristemente chiaro che alcuni connotati si perdano. Per fare una battuta, quando si passa – come è successo qualche anno fa durante la Notta della Taranta, da<span style="color: #ff0000;"> Ernesto de Martino</span> a <span style="color: #ff0000;">Stefano De Martino</span> (allora compagno di <span style="color: #ff0000;">Belen Rodriguez</span>, invitata in qualità di “soubrette”) qualcosa non sta funzionando e un certo tipo di lettura del proprio passato è dimenticata. Per fortuna ci sono ancora gruppi – come il <span style="color: #ff0000;">Canzoniere Grecanico Salentino</span>, <span style="color: #ff0000;">Officina Zoè</span>, <span style="color: #ff0000;">Antonio Castrignanò</span>, <span style="color: #ff0000;">Dario Muci</span> ed <span style="color: #ff0000;">Enza Pagliara</span> e altri – che durante il loro spettacolo riescono a riferirsi ad una profondità storica senza cadute nella superficialità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Musicisti, architetti, filosofi, designer… Come si può spiegare l’alta densità di genialità e di eccellenze che nasce in Salento?</em></p>
<p>Per leggere quello che succede oggi forse bisogna andare un po’ indietro, magari all’Accademia salentina di Lucugnano di <span style="color: #ff0000;">Girolamo Comi</span>, a cui partecipavano anche <span style="color: #ff0000;">Maria Corti</span>, <span style="color: #ff0000;">Oreste Macrì</span>, <span style="color: #ff0000;">Michele Pierri</span>, <span style="color: #ff0000;">Vincenzo Ciardo</span>, <span style="color: #ff0000;">Ferruccio Ferrazzi</span>, <span style="color: #ff0000;">Mario Mart</span>i, intellettuali che avevano contatti nel resto d’Italia e in Europa. Negli ultimi tre decenni è cresciuto un orgoglio territoriale che si è gradualmente alimentato fino a produrre queste eccellenze. Ci sono le genialità autoctone e quelle importate, il Salento attrae molti notevoli personaggi, pensiamo a <span style="color: #ff0000;">Helen Mirren</span>. Evidentemente c’è un genius loci, una stregoneria di questa terra che attrae, è un discorso che scivola nell’irrazionale (oltre che in una certa retorica che sinceramente non amo) ma che trova riscontro in quello che dicevi nella domanda, che è innegabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Conosci bene la Puglia e il Salento? Secondo te quali sono i difetti di questa terra?</em></p>
<p>Credo che lo spirito pubblico salentino non sia all’altezza della “retorica salentina”, neanche lontanamente. Questo ritengo sia l’aspetto più da rimarcare. Siamo accoglienti, siamo intraprendenti, ma penso che il carattere su cui si dovrebbe lavorare sia proprio lo scarso senso di responsabilità sociale collettiva. L’amore dichiarato per la propria terra si scontra per esempio con quello che possiamo vedere girando le campagne ricoperte di rifiuti, che non sono certo un bel biglietto da visita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Ti sei occupato molto del rapporto tra cultura e sostenibilità. Pensi che ci sia una sufficiente attenzione ai problemi dell’agricoltura e dell’ambiente da parte dei politici?</em></p>
<p>Non è facile dare un giudizio univoco, in Italia abbiamo esperienze molto diverse. C’è tanta retorica, il termine sostenibilità lo troviamo dovunque, ma quando poi si tratta di fare delle scelte che incidono su interessi specifici, diventano tutti molto più timidi. Non sempre le politiche concrete vanno in questa direzione anche se c’è una sensibilità crescente da parte dei cittadini a costruire contesti in cui certi valori ambientali e territoriali siano preservati, e questo genera delle pratiche interessanti e rilevanti. Il problema Xylella è una ferita che ha fatto danni enormi al paesaggio salentino, che sarà molto difficile rimarginare. Bisogna dire che ci sono anche tante esperienze diffuse e pionieristiche di lavoro sulle produzioni tipiche, sul paesaggio, di reimpianto degli ulivi e di riconsiderazione in merito all’agricoltura di qualità. Noto una reazione positiva negli ultimi anni, è cresciuta una sensibilità a riguardo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Conosci il progetto del Vigneto sul Castello di Copertino?</em></p>
<p>Ne ho sentito parlare ma non lo conosco bene. Mi sembra una realizzazione significativa per vari aspetti. Potrebbe essere un progetto interessato dall’Art Bonus, la misura agevolativa introdotta per favorire le erogazioni liberali a sostegno della cultura. In particolare, il donatore di una erogazione liberale, elargita per interventi a favore della cultura e dello spettacolo, può godere di un regime fiscale agevolato nella misura di un credito di imposta pari al 65%.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Il tempo è una bottiglia di vino vuota”, vuoi commentare questa frase del musicista Willem Breuker?</em></p>
<p>Credo che il tema sia quello della finitezza della nostra esperienza umana e quindi la bottiglia di vino vuota voglia dire che le cose belle finiscono. Ovviamente se la metafora è incentrata sul vino significa assegnargli una forte potenza simbolica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Uno degli auguri più belli durante i brindisi è &#8220;Che i calici cantino!&#8221;. Si dice così solo per la sonorità dei calici o c&#8217;è qualche altro motivo?</em></p>
<p>La pratica del brindisi tradizionalmente era abbinata al canto. Cantano i calici e cantano gli uomini che brindano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Il vino è il canto della terra, ha scritto Mario Soldati.</em></p>
<p>Una formula e un’esperienza di grande intensità. Forse perché il vino è l’espressione più poetica dei prodotti che può darci la terra</p>
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		<title>La &#8220;pizzica&#8221; (e noi) sul The Guardian</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Aug 2023 07:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Salento e le sue musiche]]></category>
		<category><![CDATA[pizzica]]></category>
		<category><![CDATA[Salento]]></category>
		<category><![CDATA[tarantismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il 15 agosto 2023 il prestigioso giornale inglese The Guardian ha pubblicato un interessante approfondimento sullo stato attuale del &#8220;movimento della pizzica&#8221; con un articolo dal titolo Pizzica: the centuries-old Italian folk music still whipping up a frenzy, a firma di Andrea Valentino. Nel pezzo, oltre alle voci di Antonio Castrignanò, Alessia Tondo e Nadia Inserra, sono presenti anche delle nostre considerazioni.... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2023/08/16/la-pizzica-e-noi-sul-the-guardian/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2023/08/Screenshot-2023-08-16-alle-09.15.57.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-4427" src="http://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2023/08/Screenshot-2023-08-16-alle-09.15.57-300x196.png" alt="Screenshot 2023-08-16 alle 09.15.57" width="300" height="196" /></a>Il 15 agosto 2023 il prestigioso giornale inglese <span style="color: #993300;"><strong>The Guardian</strong></span> ha pubblicato un interessante approfondimento sullo stato attuale del &#8220;movimento della pizzica&#8221; con un articolo dal titolo<br />
<span style="color: #ff0000;"><strong><em>Pizzica: the centuries-old Italian folk music still whipping up a frenzy</em></strong></span>, a firma di Andrea Valentino.</p>
<p>Nel pezzo, oltre alle voci di Antonio Castrignanò, Alessia Tondo e Nadia Inserra, sono presenti anche delle nostre considerazioni.</p>
<p>Si può leggere <a href="https://www.theguardian.com/music/2023/aug/15/pizzica-soundtrack-of-italys-salento-region?fbclid=IwAR3uZWTqcAv_gYXcjrG_abh8n-4P-qb2a6RPBhE1sevqX7z0e79Rf-cdxdc">qui </a></p>
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		<title>Santa Taranta &#8211; tradizione in transizione</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Nov 2022 08:48:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[audio, video, foto...]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Notte della Taranta]]></category>
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		<category><![CDATA[Salento]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Pubblico qui questo interessante documentario, Santa Taranta &#8211; tradizione in transizione di Manuel De Pandis e Claudia Giannotta (2019), di cui sinceramente mi era in precedenza sfuggita la pubblicazione su youtube. Fra i tanti prodotti del genere realizzati negli ultimi anni, si distingue per proporre un tentativo di ricostruzione della genesi del &#8220;movimento della pizzica&#8221;, attraverso la testimonianza di musicisti,... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2022/11/26/santa-taranta-tradizione-in-transizione/">Read more &#187;</a></p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-26-alle-09.51.00.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4312" src="http://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2022/11/Schermata-2022-11-26-alle-09.51.00-300x127.jpeg" alt="Schermata 2022-11-26 alle 09.51.00" width="300" height="127" /></a>Pubblico qui questo interessante documentario, <strong><em>Santa Taranta &#8211; tradizione in transizione</em></strong> di Manuel De Pandis e Claudia Giannotta (2019), di cui sinceramente mi era in precedenza sfuggita la pubblicazione su youtube. Fra i tanti prodotti del genere realizzati negli ultimi anni, si distingue per proporre un tentativo di ricostruzione della genesi del &#8220;movimento della pizzica&#8221;, attraverso la testimonianza di musicisti, studiosi e operatori culturali, fra cui Eugenio Imbriani, Roberto Raheli, Nandu Popu, Marco Leopizzi, il sottoscritto (anche se nei titoli di coda si sono dimenticati di me) e i compianti Cici Cafaro, Daniele Durante ed Piero Fumarola. Particolarmente interessanti alcuni frammenti di video storici (eccezionali quelli tratti dall&#8217;archivio privato di Fumarola).<br />
<iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/9Bug_EktRpQ" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>Per chi volesse approfondire, mi permetto di suggerire (oltre alle numerose riflessioni che si possono trovare <a href="http://www.vincenzosantoro.it/il-salento-e-le-sue-musiche/">qui</a>, <a href="http://www.vincenzosantoro.it/riflessioni-sulla-notte-della-taranta/">qui</a> e <a href="http://www.vincenzosantoro.it/i-miei-articoli-sulla-notte-della-taranta/">qui</a> ) i miei saggi <a href="http://www.vincenzosantoro.it/2009/07/21/il-ritorno-della-taranta-2/"><em>Il ritorno della taranta. Storia della rinascita della musica popolare salentina</em></a> (Squilibri 2009) e <a href="http://www.vincenzosantoro.it/2019/04/18/rito-e-passione-conversazioni-intorno-alla-musica-popolare-salentina/"><em>Rito e passione. Conversazioni intorno alla musica popolare salentina</em></a> (Itinerarti 2019), entrambi forniti di ampie bibliografie.</p>
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		<title>La festa, la farina, la forca. Intervista a Giovanni Pellegrino</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Dec 2021 08:58:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni pellegrino]]></category>
		<category><![CDATA[Gli Ucci]]></category>
		<category><![CDATA[pizzica]]></category>
		<category><![CDATA[Salento]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Intervista raccolta da Vincenzo Santoro il 3 gennaio 2019, confluita &#8211; in versione più ampia &#8211; nel libro Rito e passione. Conversazioni sulla musica popolare salentina (Itinerarti 2019). Giovanni Pellegrino è uno dei principali attori del lavoro collettivo e di lunga durata di “rivalutazione” del Salento e della sua storia culturale. Singolare figura di intellettuale “di base” e instancabile ed estroso... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2021/12/21/la-festa-la-farina-la-forca-intervista-a-giovanni-pellegrino/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4073" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2021/12/1547912_1417535198528427_2317015691080742026_o-272x300.jpg" alt="1547912_1417535198528427_2317015691080742026_o" width="272" height="300" /> <em>Intervista raccolta da Vincenzo Santoro il 3 gennaio 2019, confluita &#8211; in versione più ampia &#8211; nel libro</em> Rito e passione. <a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/2019/04/18/rito-e-passione-conversazioni-intorno-alla-musica-popolare-salentina/">Conversazioni sulla musica popolare salentina</a> (Itinerarti 2019).<em> <span style="color: #ff0000;"><strong>Giovanni Pellegrino</strong></span> è uno dei principali attori del lavoro collettivo e di lunga durata di “rivalutazione” del Salento e della sua storia culturale. Singolare figura di intellettuale “di base” e instancabile ed estroso operatore culturale, mise in essere, negli anni settanta e ottanta, insieme ad altri suoi amici del luogo, una serie di azioni finalizzate a contrastare l’impoverimento culturale e la perdita della “memoria” delle piccole comunità salentine, che avrebbero lasciato il segno e che in molti casi posero le basi per il “rinascimento” degli anni novanta. La pubblico qui per onorare Giovanni Pellegrino nel giorno del suo 80-mo compleanno.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono nato il 21 dicembre del 1941 a Zollino. Non parlo grico perché mia madre – si chiamava <span style="color: #ff0000;">Vincenza Del Piano</span> – non lo parlava. Mio padre <span style="color: #ff0000;">Donato</span> invece era di Zollino, parlava il grico con suo padre, ma se c’era mia madre parlavano in dialetto per farsi capire. A Zollino sono ostinati e l’ostinazione mi viene da lì, mentre la fantasia mi viene da Soleto. Quindi dire che sono di Zollino è un po’ fuorviante, diciamo che ho un’origine più articolata. A Soleto mio nonno era un <em>mazzola</em> (spaccapietre) e cavamonti, una persona modestissima che si era fatta avanti con il lavoro, arrivando ad essere imprenditore stradale, con le sue arguzie e con le sue feste familiari. Eravamo cinque figli, io ero  il primo. Mio padre era un piccolissimo proprietario di terra, due ettari circa. Mia madre invece, con mio nonno, si trovarono nel boom dell’edilizia stradale, dopo la guerra; successivamente spinse mio padre ad aprire una piccola impresa di lavori stradali. Avendo dimestichezza nei rapporti con tecnici, ingegneri, assessori eccetera, mia madre aiutava molto mio padre, di fatto spesso gli diceva come doveva comportarsi, cosa dire. Io assistevo e imparavo lo spirito di avventura e l’essere estroverso. Amavo molto il lavoro pratico, la manualità, che allora si apprendeva fin da piccoli, aiutando in campagna o nei lavori domestici fin dai cinque, sei anni. A dodici decisi di diventare apicoltore e a quattordici cominciai, contro tutto e tutti, costruendo personalmente due alveari e seguendo anno dopo anno fino ad averne una quarantina. La bicicletta di mio padre, in tempi in cui i ragazzini non avevano altro per girare, mi permise di conoscere a fondo il Salento facendo, a quindici anni, anche cento e più chilometri in un giorno.  In quel momento era cominciata la scolarizzazione di massa ma ancora solo un figlio per famiglia era mandato a scuola, gli altri andavano a lavorare in campagna oppure emigravano. Invece a casa mia siamo andati a scuola tutti. Io ero portato ad apprendere autonomamente, ero un autodidatta nato, anche per i lavori pratici: mi rendevo conto che la scuola in gran parte era una perdita di tempo, si imparava di più studiando autonomamente. Mia madre, per darmi una maggiore regola sullo studio e per risparmiare, mi fece frequentare il seminario di Otranto. E lì mi si aprì un mondo. Cominciai nel 1952. Lì c’erano professori molto seri, che imponevano delle regole severe. La passione per i libri mi è venuta da lì: in seminario capisco che anche cinque righe di un libro possono aprirti la testa. Una volta tornato a casa una parte dei miei risparmi li spendevo in libri. Ad esempio a un certo punto conobbi <span style="color: #ff0000;">Danilo Dolci</span>. Un giorno – avevo quindici anni – passai davanti ad una libreria a Lecce e vidi un libro di poesie di Dolci. Lo sfogliai e mi piacquero molto queste “poesie sociali”, e ordinai una serie di suoi libri. Mi interessava molto il famoso progetto della diga a Partinico, di cui mi feci addirittura mandare i progetti per studiarmeli.</p>
<p><em>Ma questa sensibilità sociale da dove veniva?</em><br />
Questa sensibilità sociale mi veniva molto dall’insegnamento cristiano, a quel tempo non era possibile niente di diverso. Meditavo sulle encicliche sociali, leggevo <span style="color: #ff0000;">don Milani</span>, <span style="color: #ff0000;">Alessandro Pronzato</span>, preti e “vangeli scomodi”. I documenti del concilio ecumenico di Papa Giovanni XXIII. Fino ai ventitré, ventiquattro anni, nei nostri paesi – in particolare Zollino – non si parlava quasi mai di politica. Io però sentivo la necessità di approfondire, per cui cominciai a riunirmi con dei miei amici, per confrontarci. Due di loro emigrarono a Milano e vennero in contatto con altri ambienti e questo mi permise di arricchirmi. Poi ho fatto il militare – la leva era obbligatoria – come allievo ufficiale, sono diventato tenente dell’esercito. In quel momento ancora non avevo una vera e propria posizione politica ma volevo rimandare la chiamata alle armi perché avevo delle invenzioni su cui stavo lavorando e non volevo lasciare le cose a metà. Dopo aver conseguito il diploma di geometra mi iscrissi all’università di Bari, a Economia e Commercio, che solo in parte mi piaceva perché io avrei preferito studiare una materia a metà fra economia e tecnologia, ma in pratica era solo una scusa per ritardare il servizio militare. Alla fine ritirai l’iscrizione e mi arrivò la chiamata. Mi rivolsi allora alla caserma dei carabinieri chiedendo un modo per rinviare ancora di qualche mese – in quel periodo stavo progettando una piantatrice di tabacco a motore e altre diavolerie del genere – e loro mi suggerirono di fare la domanda per allievo ufficiale, che avrebbe effettivamente consentito un rinvio: insomma, tanto feci tanto non feci che mi presero.</p>
<p><em>L’interesse per la politica, invece, quando comincia?</em><br />
A Zollino avevo un amico che aveva quattro anni meno di me ed era un “mangialibri”: si chiamava <span style="color: #ff0000;">Paolo Pellegrino</span>, che ora insegna estetica all’università. Con lui cominciammo a prendere delle iniziative politiche. Volevamo fare qualcosa ma non trovavamo referenti locali che ci accompagnassero. I democristiani locali erano di fatto dei fascisti riciclati e quindi non ci interessavano. C’era la sezione socialdemocratica, in cui l’attività prevalente era giocare a carte. Alla fine siamo entrati lì, questi ci accolsero bene, anche perché eravamo giovani e inaspettati. Cominciammo a fare delle riunioni. Iniziammo dunque a fare politica nel PSDI. Io però, da cattolico praticante, avevo avuto un certo piccolo ruolo nella locale Azione Cattolica e quando seppero dell’iscrizione a quel partito successe un pandemonio. Intanto in me era maturata ancora di più una coscienza sociale, anche grazie a letture importanti suaccennate. Ma attraverso le amicizie con persone più inserite nelle dinamiche della sinistra studentesca cominciai a leggere anche cose come i “Quaderni Piacentini”. Per cui a un certo punto fondammo a Zollino, nella sezione del partito socialista – perché intanto nel 1966 il PSDI si era felicemente unito al PSI – con altri ragazzi più giovani di me, un centro studi dedicato a <span style="color: #ff0000;">Gaetano Salvemini</span>. Tutte le settimane ci incontravamo per approfondire un tema, culturale o politico, magari partendo dalla lettura di un libro importante. E andammo avanti così per un anno, finché i dirigenti della sezione cominciarono a preoccuparsi, perché noi non eravamo sotto il loro controllo. Allora ci sbarrarono la strada, quell’esperienza finì ed io uscii da quel partito, rimanendo un cane sciolto. Intanto a Zollino avevamo cominciato ad organizzare delle feste del sabato sera, con ragazzi e ragazze, che allora non uscivano facilmente. Fu una cosa che mise un po’ di subbuglio nel paese e andò avanti per qualche anno. Ero un tipo un po’ irrequieto: mi piaceva molto la campagna, allevavo le api, inventavo nuovi attrezzi agricoli; non andavo molto d’accordo con la mia famiglia, dove tutti lavoravano nei lavori stradali.<br />
Quando scoppiò il ’68, mia sorella, che aveva quindici anni e faceva il primo anno di ragioneria, partecipò alle occupazioni, che per allora erano delle cose molto rivoluzionarie: tutti quei ragazzi, maschi e femmine, che rimanevano per giorni a scuola senza i professori. Un po’ preoccupato, un po’ incuriosito, decisi di partecipare anche io a qualche assemblea e lì mi convinsi che gli studenti stavano dalla parte della ragione. Incappai così in un gruppo marxista-leninista che frequentai a lungo.</p>
<p><em>Ma come fu che partisti per il Nord?</em><br />
Alla fine degli anni sessanta avevo inventato un “martellone” per lo scavo di roccia, per la cui produzione creai anche una società per azioni, la prima del genere nella nostra provincia, ma purtroppo non riuscimmo a raccogliere i finanziamenti necessari per portare il progetto fino in fondo e dopo tre anni la cosa fallì o meglio dovette chiudere. A quel punto, nel 1970, decisi di andarmene a Milano in cerca di fortuna. Subito prima di partire, nel periodo di Natale, organizzammo a Zollino un dibattito sul tema dell’emigrazione, in cui ci furono sedici interventi, con gente di moltissimi paesi. Cosa incredibile per l’epoca. Fu una cosa molto dirompente, perché poterono parlare i protagonisti emigranti, non solo i relatori. Da Corsano arrivarono, in vespa, <span style="color: #ff0000;">Biagio Longo</span> e <span style="color: #ff0000;">Bruna Miorelli</span>, che era della provincia di Trento; entrambi studiavano all’università allora avanguardia del movimento studentesco ed erano marxisti-leninisti. Quando andai a Milano fui ospitato da una classica famiglia di emigranti dal paese: lui lavorava all’Alfa, mi tenevano in pianta di mano perché mi volevano bene e per loro era importante dimostrare solidarietà ad un compaesano. Presto però rincontrai proprio Biagio e Bruna e subito dopo andai ad abitare da loro – cambiando frequentazioni, look eccetera – quel contesto mi interessava molto di più!</p>
<p><em>L’interesse per la cultura popolare, come nacque e come si sviluppò?</em><br />
Avevo già incontrato il primo Canzoniere fondato da <span style="color: #ff0000;">Rina Durante</span>, con <span style="color: #ff0000;">Luigi Lezzi</span>, <span style="color: #ff0000;">Bucci Caldarulo</span> e <span style="color: #ff0000;">Anna D’Ignazio</span>, che sentii cantare la prima volta a San Foca, in una saletta. Diciamo che in quel momento non ne fui particolarmente impressionato: cantavano benino, ma non meglio dei canti dei miei compaesani che abitualmente lo facevano ancora in strada o all’osteria. L’illuminazione arrivò proprio durante l’esperienza milanese. Gli abitanti della casa facevano parte de “La Comune” il circolo culturale legato a <span style="color: #ff0000;">Dario Fo</span>, il quale faceva gli spettacoli a trecento metri da casa nostra, peraltro ad un costo politico. Ad un certo punto assistetti ad una rappresentazione dello spettacolo <span style="color: #993300;">Ci ragiono e canto</span>, con <span style="color: #ff0000;">Ciccio </span><span style="color: #ff0000;">Busacca</span>. Quando lo vidi pensai subito a certi paesani che conoscevo, esperti nelle arti popolari. Partecipai a tutti gli spettacoli e alle loro repliche, dopo le quali si svolgeva regolarmente uno stimolante dibattito. Così cominciò in me l’interesse per la “cultura popolare”. Tornando da Milano, nel ’72, fondai con <span style="color: #ff0000;">Fernando Caputo</span> un vero e proprio centro sociale, chiamato “La capanda”, un luogo aperto a tutti, dove si facevano riunioni, si discuteva e si organizzavano manifestazioni. Nel 1974 aprimmo anche un centro culturale in un frantoio ipogeo, il primo frantoio aperto al pubblico in provincia di Lecce, dove ancora si continuava a ignorarli e addirittura a distruggerli. Lì, con <span style="color: #ff0000;">Brizio Costantini</span> e altri amici, fondammo il Circolo popolare di Zollino, puntando al recupero e rilancio delle feste campestri: le Pasquette, San Biagio alla Macchia e altre. Preparammo anche un recital ispirato alle cose di <span style="color: #ff0000;">Dario Fo</span> e ad una favola del poeta siciliano <span style="color: #ff0000;">Ignazio Buttitta</span>, <em>Coppule e cappeddhi</em>. Eravamo in quattro: io facevo parti recitate e qualche piccolo canto, c’era <span style="color: #ff0000;">Rocco Caldarazzo</span> – fratello di Uccio – <span style="color: #ff0000;">Brizio Costantini</span>, <span style="color: #ff0000;">Cici Cafaro</span>, mia sorella Lucia, poi altri che ruotavano. Il repertorio era composto da canti popolari e canti di lotta, sul modello degli spettacoli che avevo sentito a Milano. I canti erano <em>Fimmene fimmene</em>, <em>A meru a Lecce me tira me tira</em>, <em>Moretto moretto</em> e altri: <em>Opillopillopì</em>, composta da <span style="color: #ff0000;">Uccio Caldarazzo</span>, era il nostro cavallo di battaglia. Raramente qualche canzone in grico, perché io non lo conoscevo. La maggior parte delle canzoni che riproponevamo si cantavano normalmente a Zollino, dove per i vent’anni successivi si continuò diffusamente a cantare per strada.<br />
A metà spettacolo, nelle feste di diversi paesi, andavamo vicino ai tavoli dove si mangiava per una finta pausa e lì, tra un piatto di pezzetti e un bicchiere, cominciavamo a cantare, coinvolgendo gli astanti e quelli che stavano cucinando, che essendo gente del posto certe canzoni le conosceva benissimo. Io quella la chiamavo “la coda della festa”, che poteva durare anche molto a lungo: per me la festa riusciva se riusciva la sua “coda” spontanea. In tutto questo la pizzica, il tamburello non c’erano, perché localmente dati per persi. Il primo tamburellista che vidi, svariati anni, dopo fu <span style="color: #ff0000;">Leonardo Serra</span>, detto <em>Tatti</em>, contadino allevatore di Corigliano, raccolto nel gruppo <span style="color: #ff0000;">Argalìo</span>. In realtà nei primi gruppi della riproposta compariva il tamburello, ma non era un fatto esaltante come quando suonava un tamburellista “vero”.<br />
In quel periodo il mio interesse per la cultura popolare derivava dall’interesse per la campagna, perché quei canti corali facevano parte del mondo della campagna, parte importante del mio mondo, che speravo si rivitalizzasse anche attraverso la canzone popolare.<br />
Nel 1975 con altri amici organizzai una rappresentazione della Passione in grico, tradizione che, come altre, si stava perdendo.</p>
<p><em>Nel 1974 ti capitò anche di incontrare l&#8217;<span style="color: #993300;">Odin Teatret</span> di <span style="color: #ff0000;">Eugenio Barba</span>, nel c</em><em>orso della loro residenza salentina. Ti si vede anche in alcuni fotogrammi del </em><em>documentario che girarono per la Rai. Come si svolse la cosa?</em><br />
Io li incontrai una prima volta a Soleto, durante una loro festa-baratto, ma fu per caso e di straforo: la conoscenza non fu approfondita. Mi servì solo a intravedere due contadini-artisti che molto dopo avrei scoperto essere <span style="color: #993300;">“Gli Ucci”</span> e a capire che nel territorio c’erano presenze sconosciute, potentissime ma ancora sconosciute. Quando l’Odin venne a Milano – nel 1976, a fare una settimana di spettacoli, e poi a Bergamo – io che ero lì, ho preteso di seguirli dappertutto. Li ho seguiti partecipando ai loro dibattiti e ho conosciuto <span style="color: #ff0000;">Nando Taviani</span>. Avevo telefonato all’albergo dove stavano, avevo preso appuntamento con <span style="color: #ff0000;">Eugenio Barba</span>, dicendogli che ero salentino e che volevo parlargli, e lui mi ha invitato a mangiare qualcosa. Quando sono arrivato gli ho detto “lo sai che la <em>Festa te lu mieru</em> che voi avete lanciato sta facendo faville?”. E lui mi rispose “ma quale <em>Festa te lu mieru</em>?”. Non sapeva niente di quello che stava succedendo a Carpignano. Io già nel ’72 avevo teorizzato, come già detto, di recuperare le feste campestri, che significava anche le feste del prodotto e fui molto colpito di non essere il solo ad avere quest’idea. Allora erano tutte feste dei santi ma per me il rilancio della campagna voleva anche dire rilanciare i prodotti della campagna, anche attraverso delle feste. Andai alla seconda edizione della <em>Festa te lu mieru</em>, vidi il palco libero, gli stand gastronomici con i prodotti locali, insomma, mi piaceva molto come era impostata. A quel punto ci sentimmo incoraggiati, scalammo di marcia e provammo a fare la <em>Festa del Fuoco </em>a Zollino, la cui prima edizione si realizzò nel 1978.</p>
<p><em>Quindi la Festa del Fuoco in qualche modo deriva dalla Festa te lu mieru?</em><br />
Non esattamente, ma ne fu ispirata. A Zollino, come in altri paesi, c’era la tradizione della <em>Fòcara de Sant’Antoni</em> (Abate) con il falò augurale che si accendeva la vigilia della festa del santo. Era una festa ormai degradata e non riconosciuta dalla Chiesa. C’erano i ragazzi che un mese prima andavano in giro a chiedere un contributo in legna alle famiglie e il 17 gennaio, la notte prima della festa del santo, accendevano questa <em>fòcara</em>, quando la gente usciva dalla funzione serale. C’era solo questo e tutto finiva lì, in una piccola festa marginalizzata che interpretavo com sopravvivenza di un rito che in passato doveva essere più sentito e strutturato. Veramente all’epoca la gente stava anche cominciando a non donare più la legna – come era nella tradizione – per cui i ragazzi a volte la rubavano, tagliando anche alberi grossi e i padroni ovviamente minacciarono di denunciarli. Insomma le cose si stavano ingarbugliando e si rischiò di non fare più la <em>fòcara</em>.<br />
Il 1978 per me fu un anno importante, perché grazie a un’eredità avevo un po’ di soldi. Presi in affitto un bel locale e lì cominciò a riunirsi il Circolo popolare di Zollino. In quel contesto ritenemmo maturo il tempo di fare la <em>Festa del Fuoco</em> che già nel titolo si annunciava polemica e alternativa. All’inizio non tutti i miei amici erano convinti. Comunque cominciammo a chiedere dei contributi ai cittadini, che era anche un modo per farli collaborare, e decidemmo di spostare la data in un giorno tra Natale e Capodanno, periodo in cui c’era più gente perché gli emigranti tornavano ai paesi per le feste natalizie. Provammo a coinvolgere i socialisti, che all’inizio aderirono, ma due giorni prima della festa si dissociarono pubblicamente e di fatto boicottarono, forse per il timore di una cosa nuova. Prendendo spunto dalla <em>Festa te lu mieru</em> organizzammo un palco libero: ognuno viene e fa quello che vuole. Però divieto di fare canzoni strettamente politiche, legate ai partiti. Sul palco libero si creò un po’ di caos, a volte sui microfoni cantavano in contemporanea canzoni diverse. Insomma, nonostante tutto, la festa si fece e andò anche molto bene. Si fa tuttora con molto successo dopo quarant’anni.</p>
<p><em>A proposito di documentari, sei stato anche il protagonista di uno dei più importanti girati nel Salento di quegli anni, </em>La festa, la farina, la forca<em> di <span style="color: #ff0000;">Sergio Spina</span>.</em><br />
Nel 1979 fui coinvolto in questo documentario girato da Sergio Spina per la Rai, a cui parteciparono anche <span style="color: #ff0000;">Rina Durante</span> e il <span style="color: #993300;">Canzoniere Grecanico Salentino</span>. Il regista lo conoscevo poco e niente ma mi chiese di organizzargli una serie di interventi “popolari” che si potessero filmare. Io gli proposi i canti spontanei dell’osteria, che a Zollino si facevano ancora; purtroppo di quelli nel documentario c’è solo l’audio con delle foto, perché la troupe si rifiutò di venire a girare in quanto aveva fatto già le sue ore di lavoro. Poi gli proposi di intervistare <span style="color: #ff0000;">Cici Cafaro</span> e andare dove facevano le friselle, dove infilavano il tabacco e in altri contesti agricoli, attuali o storici, come le pozzelle. La parte del <span style="color: #ff0000;">Canzoniere</span> invece non la organizzai io. Allora il mio rapporto con loro non era così intenso, anche per motivi logistici. Io stimavo la Durante. Una volta, alla fine degli anni sessanta – quando avevamo una comune militanza socialista – organizzai un comizio a Zollino sulla cultura e chiamai lei. Successivamente collaborammo in altre occasioni.</p>
<p><em>E veniamo a quella che forse è stata la tua impresa più importante, almeno nel campo del “popolare”: </em><span style="color: #993300;">Ritorno a San Rocco</span><em>.</em><br />
La vicenda ha le sue origini in un episodio di diversi anni prima. Una volta, con gli amici di Zollino, facemmo uno spettacolo a Corsano, che pensavo sarebbe finito male perché avevamo introdotto degli slogan “pungenti” contro il MSI e la DC – MSI/ fuorilegge/ a morte la DC/ che lo protegge! – che nel paese del Capo erano l’amministrazione: sindaco e maggioranza MSI e opposizione DC. Invece con nostra grande sorpresa andò molto bene. Finito lo spettacolo i compagni di Corsano mi dissero “Giovanni, il 15 agosto devi andare a San Rocco”. Io non sapevo nemmeno di cosa stessero parlando ma loro insistettero parecchio. Per diversi anni mi dimenticai di andarci – a ferragosto succedono tante cose – fino a quando, nell’81, decisi di andarci veramente, per capire cosa era rimasto di questa festa mitica di cui tanto mi avevano parlato. All’inizio mi sembrò una delle molte feste patronali della zona. A un certo punto però, verso la tarda serata, qualcuno cominciò a suonare il tamburello. Dopo la processione suonarono tre tamburellisti – fra cui <span style="color: #ff0000;">Antonio Metafune</span>, il fratello di Ada, che allora era studente, poi diventò ingegnere, <span style="color: #ff0000;">Amedeo De </span><span style="color: #ff0000;">Rosa</span> e un altro di cui non ricordo il nome. C’era anche <span style="color: #ff0000;">Pino Zimba</span>. Questi un poco suonavano, un poco si fermavano, ballavano un poco di scherma, un po’ sul serio, un po’ a pagliacciata, un po’ si sfottevano. La ronda, inclusiva di suo, si ricambiava continuamente ma io stavo un po’ sulle spine, perché intravedevo una partecipazione un po’ degradata e volevo capire cosa era rimasto e se riuscivamo a tenere fino all’alba. Verso le 3 sono arrivati i carabinieri e hanno fatto smettere. Ma noi ci spostammo di qualche centinaio di metri e si ricominciò a suonare e ballare fino all’alba. Per cui arrivai alla conclusione che ancora qualcosa della vecchia festa si era mantenuta. Si coglieva però che non c’era più lo spirito di gruppo. La festa è un insieme che riunisce degli appassionati, che le danno sostanza, è tutto un rito a cui si partecipa. In quel momento questo legame c’era ancora anche se molto sfilacciato. Allora pensai che occorreva riallacciare quei legami. Partendo innanzitutto dai tamburellisti: “Sono venuti tutti quest’anno?” chiedevo. Venni a sapere che mancavano parecchi di quelli più bravi. Cominciai un’indagine, parlando con loro e cercando di capire perché non venivano più alla festa. Una delle motivazioni, che oggi può sembrare addirittura paradossale, è che diversi di loro non avevano più un tamburello, perché se ne stava perdendo l’uso. E un tamburellista senza tamburello a cosa può servire? Quindi individuai i tamburellisti migliori, sparsi per tutto il Salento, e feci costruire per loro dei tamburelli seri, rivolgendomi ai costruttori tradizionali. Allora come costruttori erano attivi sicuramente <span style="color: #ff0000;">Nino Sancesario</span> di Nociglia, ma anche uno a Ugento – era molto vecchio e gli chiesi di insegnarmi a costruirli ma lui disse di no – e uno, che li faceva malissimo, a Lecce. Per fare questa cosa misi mano al mio portafoglio ma poi riuscii ad avere un finanziamento dal Comune<br />
di Cutrofiano, che era uno dei luoghi fondamentali, perché c’erano gli <span style="color: #993300;">Ucci</span> e diversi danzatori di scherma, che animavano le “ronde” di Torrepaduli e l’idea era di svolgere una delle iniziative lì. Andai al Comune da ignoto e mi diede ascolto <span style="color: #ff0000;">Giovanni Leuzzi</span> che, nonostante non lo conoscessi, sposò il progetto e fece dare un contributo importante.</p>
<p><em>Gli <span style="color: #993300;">Ucci</span> quando li avevi conosciuti?</em><br />
Pochi mesi prima, in occasione delle riunioni per il progetto <span style="color: #993300;"><em>Il ragno del dio che danza</em></span>, con cui in qualche modo collaborai, salvo poi abbandonare per dissenso profondo con gli organizzatori. Intanto avevo l’incarico di trovare dei cantori da far intervenire nelle riunioni preparatorie. Il professor <span style="color: #ff0000;">Nando Taviani</span>, con cui ero diventato amico, mi procurò un appuntamento con <span style="color: #ff0000;">Uccio Aloisi</span>, a casa sua, in via Goito, 10 a Cutrofiano. Disse “vai a nome mio”. Andai a trovarlo. In via Goito non c’era perché si erano trasferiti in campagna, e andai lì, <em>alli Munti</em>. “Mi manda il professor Taviani. Potete venire a fare una cantata da noi domani?”. E lui disse “va bene, verrà pure l’altro Uccio”. Si fidavano molto di <span style="color: #ff0000;">Nando Taviani</span>, <em>lu ‘Andu</em> lo chiamava. L’indomani andai a prenderli, si trovarono pronti entrambi. Era marzo-aprile dell’81. La mia emozione era al massimo perché finalmente li conoscevo e perché sapevo che avrebbero dato una forza enorme al movimento della cultura popolare, dal quale erano inspiegabilmente assenti. La riunione era a casa di <span style="color: #ff0000;">Uccio Caldarazzo</span>, nella sua casa in campagna a Sternatia. Quando arrivammo lì c’erano molti operatori e intellettuali del Salento e “i professori”; c’era anche <span style="color: #ff0000;">Tapa Sudana</span>, che veniva da Bali. Agli Ucci vennero chiesti numerosi pezzi, fino a stancarli. E poi invitammo <span style="color: #ff0000;">Tapa Sudana</span> a fare qualcosa di suo. Lui prese il flauto e fece un bel pezzo. <span style="color: #ff0000;">Uccio</span> si sentì come provocato, in quanto uno dei suoi vezzi era il “fischio”. Così prese il microfono – che però era del registratore, non dell’amplificazione – e fischiando fece l’<em>Amico Fritz</em>. Una cosa sbalorditiva. Purtroppo le bobine con queste registrazioni sono andate perdute.</p>
<p><em>Ritorniamo a San Rocco. Come si svolse il progetto?</em><br />
Prima di tutto svolgemmo una inchiesta a tappeto per tutto il Salento alla ricerca degli ultimi tamburellisti attivi o attivabili. Ne trovammo appena una decina. Quindi, dopo diverse visite e colloqui amicali organizzammo tre feste – a Ugento, Sannicola e Cutrofiano – per rimotivare la “gente del tamburello” e i loro amici e familiari, alquanto sottotono. E otto giorni prima della festa di San Rocco del 1982, qua a Cutrofiano, in concomitanza con la importante “Fiera dell’artigianato Figulo”, organizzammo la prima “<span style="color: #993300;">Festa del Tamburello e della Pizzica</span>”, il primo raduno tamburellistico del Salento; la prima volta che le “ronde” venivano organizzate fuori dalla fiera di San Rocco, ma con lo scopo preciso di sottolinearne l’importanza. Per l’occasione invitammo il professor Diego Carpitella, cosa che mi era venuta in mente perché lo avevano già invitato l’anno prima al <span style="color: #993300;"><em>Ragno del dio che danza</em></span>. Mi sembrava che sarebbe stato importante portare un prestigioso docente in un contesto tradizionale, anche per spiegarne i significati mal compresi e dare prestigio al progetto. Ottenni anche l’avallo dell’Università di Lecce, in particolare dei professori <span style="color: #ff0000;">Taviani</span> e <span style="color: #ff0000;">Savarese</span> della cattedra di Storia del teatro. La parte organizzativa la curai io, con l’aiuto della mia ragazza di allora, <span style="color: #ff0000;">Menalda Damato</span>. Carpitella fu molto impressionato dal dibattito – che fu affollatissimo – ma soprattutto dalla festa che si svolgeva fuori, attorno a noi, che avvolgeva di fisicità reale e spontanea i suoi discorsi dotti. Poi mi chiese di invitarlo a Torrepaduli per partecipare alla festa, a cui venne accompagnato dal suo allievo <span style="color: #ff0000;">Ambrogio Sparagna</span>. Perché così si concluse il progetto, con una partecipazione collettiva alla festa di San Rocco che fu in qualche modo rivitalizzata e ritornò al centro dell’interesse dei suonatori e dei danzatori, ma anche degli operatori e degli attivisti.</p>
<p><em>A proposito di Torrepaduli e della scherma: che rapporti hai avuto con <span style="color: #ff0000;">Giorgio </span></em><em><span style="color: #ff0000;">Di Lecce</span>?</em><br />
Lo conobbi qualche mese dopo la chiusura del progetto, di cui aveva saputo, ma era impossibilitato a parteciparvi perché si trovava fuori. Venne con la sua fidanzata <span style="color: #ff0000;">Cristina Ria</span>, che aveva collaborato anche al raduno di Cutrofiano. Si dichiarò interessato all’operazione e ai suoi risultati, mi chiese la documentazione di cui disponevo e volle conoscere tutti i tamburellisti del Capo di Leuca che avevo scoperto. Lo feci di buon grado, anche perché ero esausto e il tamburello appena stanato aveva bisogno di forze fresche. Lui, che veniva dalla danza “colta”, si convertì immediatamente alla danza popolare. Lo aiutai a inserirsi, invitandolo alle mie feste. La sua esperienza di coreografo venne fuori più volte, suscitando anche polemiche, ma aprendo interesse e curiosità verso il tamburello e le sue danze. Infine fondò, anche con me, l’associazione <span style="color: #993300;">Mediterranea</span> – poi <span style="color: #993300;">Aracne Mediterranea</span>, poi ancora scissa in <span style="color: #993300;">Novaracne</span> – alla quale collaborai per un paio di anni, almeno localmente, finché non me ne andai a lavorare in Etiopia. Da allora lo seguii da lontano, rimpatriando ogni tanto per aggiornamenti. Giorgio si era concentrato sul tamburello e le sue danze e li fece conoscere fuori, in Italia e all’estero. Il suo apporto fu fondamentale, perché altrimenti, probabilmente, si sarebbero perse molte cose. Aveva capito, forse per primo, il quid che si nasconde nel tamburello e che sta facendo conoscere al mondo un’intera regione. Un quid che tuttavia, tra pasticci di assessori e sindaci in cerca di audience, secondo me, resta ancora da scoprire totalmente&#8230; la storia quindi non è ancora finita.</p>
<p><em>Per parlare ancora di personaggi fondamentali, che ci hanno lasciato troppo presto, quali sono stati i tuoi rapporti con <span style="color: #ff0000;">Antonio Verri</span>?</em><br />
Lo conobbi alla fine degli anni settanta. Lessi alcuni suoi articoli che mi impressionarono molto. Un amico comune me ne parlò, io andai a trovarlo a Caprarica e mi trovai di fronte una persona molto strana e particolare. Mi colpì il fatto che, pur non avendo un lavoro retribuito, si dedicasse a tempo pieno alla cultura, facendone un lavoro, per quanto precario. Faceva circolare poesia, tra le pietre allora riarse del Salento. Dedicò una mezza pagina del suo giornale, il “<span style="color: #993300;"><em>Pensionante dei Saraceni</em></span>”, al casello ferroviario dove io avevo abitato tanti anni prima, le cui pareti erano graffite di poesie. Insomma ci piacemmo e quando misi in cantiere il progetto di <em><span style="color: #993300;">Ritorno a San Rocco</span></em> lui mi propose di scrivere dell’iniziativa, sempre sul “Pensionante”, in cambio di un piccolo contributo economico per la rivista. E così facemmo. Combinai con lui l’incontro con <span style="color: #ff0000;">Cesare De Santis</span>, contadino emigrante e poeta, del quale curò la raccolta di poesie <span style="color: #993300;"><em>Col tempo e con la paglia</em></span>. Successivamente, fino alla sua morte prematura, nel 1993, ci siamo incontrati più volte e mi ricordo che quando io parlavo dei miei progetti “futuristi” lui prendeva sempre appunti, cosa che mi faceva quasi arrabbiare: “lascia perdere!” dicevo, “ne abbiamo di tempo per approfondire i discorsi”. Ma invece il tempo è mancato: morì in un incidente, anche a causa della sua scassatissima auto. Avrebbero fatto meglio, quelli che gli dedicano monumenti e biblioteche, a dargli spazio, a tempo debito, nel concreto.<br />
<em>Un’ultima domanda, a cui tengo molto: mi puoi raccontare la genesi della canzone </em>Opillopillopì<em>?</em><br />
La canzone fu ideata da <span style="color: #ff0000;">Uccio Caldarazzo</span>, che allora stava in Svizzera. Mi mandò una cassetta su cui aveva inciso questa canzone. La melodia era già conosciuta e usata nella loro famiglia. A noi piacque e la riproponemmo col Circolo popolare di Zollino. Era il nostro cavallo di battaglia che, per la sua semplicità e genuinità, ci conciliava immediatamente le simpatie degli spettatori. Era in dialetto e rifletteva le passioni delle tensioni politiche ed esistenziali della nostra gente all’epoca. Il ritornello <em>Opillopillopì opillopillopà, bisogna pur lottare </em><em>ma per la libertà</em> era così facile che subito la gente lo cantava in coro. Ed era quasi tutto. Il resto erano piccole strofe di riflessione su difficoltà familiari e sul posto di lavoro, che risultavano immediatamente vere e impattanti. Successivamente conobbi <span style="color: #ff0000;">Cici Cafaro</span> che cominciò ad accompagnarci ai concerti recitando poesie sue. Siccome lui ha molta inventiva aggiunse anche delle strofe, come del resto avevo fatto anch’io, e come si è fatto da sempre nella canzone popolare di autore anonimo; io avevo aggiunto delle strofe più politiche: <em>E nun </em><em>diciti sempre mundu era e mundu ete, se non ni dumandamo in Vietnam ce sta </em><em>succede, ce sta succede in Cile in Portogallo in Palestina, ce sta succede all’Africa </em><em>e a tutta l’Indocina</em> eccetera. Erano strofe che raccontavano le vittorie del movimento socialista in giro per il mondo. Ma subito dopo le vittorie si trasformarono in solenni sconfitte, per cui la canzone diventò incantabile&#8230; <span style="color: #ff0000;">Cici Cafaro</span> però ha continuato a cantarla e poi ha aggiunto altre strofe in seguito, fra cui quella famosa su <span style="color: #ff0000;">Berlusconi</span>. Col tempo uscì un libro di <span style="color: #ff0000;">Luigi Chiriatti</span> sulla storia della riproposta della canzone popolare salentina nel quale, tra altri grossolani errori, la canzone veniva attribuita a <span style="color: #ff0000;">Cici Cafaro</span> e non all’autore vero. Potrebbe sembrare una cosa da poco, tutto sommato, se si fosse trattato di un rigo in una pagina qualsiasi. Ma essendo riportato sulla copertina, addirittura come titolo del libro, dispiacque molto, anche perché lo stile di lavoro e gli obiettivi del mio gruppo e quelli del noto ricercatore erano incompatibili. Erano tempi di grandi passioni, per la verità; ma anche di piccoli sgarbi, di cui si poteva fare a meno.</p>
<p><em>Hai altro da dirmi?</em><br />
Certo. Per tutta l’intervista abbiamo parlato di passato; si potrebbe pensare che io sia un operatore culturale dedicato alla riscoperta e “valorizzazione” del passato e delle nostre tradizioni. In realtà sono invece un tecnico, il mio principale interesse non sono le tradizioni popolari, ma le tecnologie popolari: la terra, gli attrezzi agricoli innovativi, le biciclette, il fuoco, quelle che si chiamano con termine più appropriato “tecnologie dolci”. Il mio principale interesse è stato dunque sempre il futuro. Se mi sono occupato di passato nelle tradizioni, nei linguaggi col dialetto e col grico, delle ronde col tamburello, è stato con spirito di supplenza, perché questi valori, come accennato, li vedevo “maltrattati e pasticciati” da operatori culturali che non mi piacevano, da assessori e sindaci in carriera. Se nel ’78 ho fatto la<em> Festa del Fuoco</em>, tre anni prima, nel ’75, avevo ideato e costruito il caminetto vetrato, primo nel mondo, a quel che se ne sa, per riscaldarsi a legna, come in antico, ma anche per risparmiare bruciandola meglio e ridurre le inevitabili emissioni nocive. Se nell’82 ho fatto il <em>San Rocco</em>, proprio in quell’anno avevo portato i miei quaranta alveari sulle montagne della Lucania, a Pietrapertosa, sicché pendolavo periodicamente tra Salento, nella terra e nel laboratorio metalmeccanico; Lucania, con l’apicoltura nomade; poi proseguivo per Roma, per studiare i dettagli del progetto con <span style="color: #ff0000;">Menalda Damato</span> che teneva anche i contatti con Carpitella, e viceversa al ritorno. In Lucania poi scoprii un camino particolare, che riprodotto nel mio laboratorio mi ispirò la stufa a nocciolino, brevettata nell’83, che funzionava senza bisogno di meccanismi elettrici, dando la fiamma più economica del mondo: una fiamma che dopo un’ossessione di decenni sta per diventare la più bella e pulita possibile. Potrei continuare con altre novità: chi credi che abbia ideato, trent’anni fa, le “biciclette facilitate” poi goffamente costruite e dette “a pedalata assistita”? Ma mi fermo qui, perché forse queste cose non rientrano nell’economia di questo incontro.<br />
Concludo ribadendo che il mio primo pensiero è il futuro, purtroppo ancora incerto e confuso a livello politico ed economico, nel quale ho preteso di introdurre valori importanti del passato, inopinatamente, ai tempi, avviati all’oblio. “Acqua passata che macina e macinerà ancora, debitamente riciclata”, refocata, direbbe un fabbro. Ora mi sto posizionando a Corigliano, con il progetto di <em><span style="color: #993300;">Ritorno alla terra</span></em>.</p>
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		<title>Rito e passione: una auto-video-recensione</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 07:08:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Su richiesta degli amici del glorioso Pisa Folk Festival, ho riassunto in questo video i contenuti del mio ultimo libro Rito e passione. Conversazioni intorno alla musica popolare salentina (Itinerarti). Buona visione. &#160; Per visualizzare il video cliccare qui Ulteriori informazioni sul libro si possono trovare qui: http://lnx.vincenzosantoro.it/2019/04/18/rito-e-passione-conversazioni-intorno-alla-musica-popolare-salentina/ Per acquistare il libro: https://www.itinerarti.com/prodotto/rito-e-passione/ &#160;</p>
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<p>Su richiesta degli amici del glorioso<strong><span style="color: #ff0000;"> Pisa Folk Festival</span></strong>, ho riassunto in questo video i contenuti del mio ultimo libro <a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/2019/04/18/rito-e-passione-conversazioni-intorno-alla-musica-popolare-salentina/"><span style="color: #ff0000;"><strong><em>Rito e passione. Conversazioni intorno alla musica popolare salentina</em></strong></span> </a>(Itinerarti). Buona visione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>Ulteriori informazioni sul libro si possono trovare qui: <a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/2019/04/18/rito-e-passione-conversazioni-intorno-alla-musica-popolare-salentina">http://lnx.vincenzosantoro.it/2019/04/18/rito-e-passione-conversazioni-intorno-alla-musica-popolare-salentina</a>/</p>
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		<title>FolkBooks live 2019</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Dec 2019 08:34:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[folkbooks]]></category>
		<category><![CDATA[pizzica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Venerdì 27 e sabato 28 dicembre 2019 torna a Lecce presso le Officine Cantelmo (via Michele De Pietro), la rassegna FolkBooks live, dedicata alle più recenti e importanti produzioni culturali del “movimento” che ruota intorno alla musica di tradizione e alle sue rielaborazioni, prodotto da Antonio Santoro e organizzato dall&#8217;associazione Diotimart in collaborazione con CoolClub. Si comincia venerdì 27 dicembre alle... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2019/12/23/folkbooks-2019/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2019/12/79905474_10220592647675328_1958933879330963456_o.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3555" src="http://lnx.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2019/12/79905474_10220592647675328_1958933879330963456_o-210x300.jpg" alt="79905474_10220592647675328_1958933879330963456_o" width="210" height="300" /></a></em>Venerdì 27 e sabato 28 dicembre 2019 torna a Lecce presso le Officine Cantelmo (via Michele De Pietro), la rassegna <span style="color: #993300;"><strong>FolkBooks live</strong></span>, dedicata alle più recenti e importanti produzioni culturali del “movimento” che ruota intorno alla musica di tradizione e alle sue rielaborazioni, prodotto da <span style="color: #ff0000;">Antonio Santoro</span> e organizzato dall&#8217;associazione Diotimart in collaborazione con CoolClub.<br />
Si comincia venerdì 27 dicembre alle ore 19.30 con una grande festa (ad ingresso gratuito) dedicata alla ballo salentino per eccellenza. Aprirà le danze la presentazione del volume<em> <a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/2019/08/06/il-ballo-della-pizzica-pizzica/">Il ballo della Pizzica Pizzica</a></em> (Itinerarti, 2019), sui cui contenuti si confronteranno gli autori<span style="color: #ff0000;"> Franca Tarantino</span> e <span style="color: #ff0000;">Vincenzo Santoro</span> e le protagoniste di alcune fra le più interessanti esperienze di pratica e insegnamento della danza tradizionale salentina degli ultimi anni: <span style="color: #ff0000;">Moana Casciaro</span>, <span style="color: #ff0000;">Serena D&#8217;Amato</span> e <span style="color: #ff0000;">Maristella Martella</span>. Seguirà la festa con gli spettacoli dei gruppi <span style="color: #ff0000;"><strong>Collettivo Sguario</strong></span>, <span style="color: #ff0000;"><strong>Amanti di Bacco</strong></span> e <span style="color: #ff0000;"><strong>Strittuli</strong></span>.<br />
Sabato 28 dicembre alle ore 19.30 (ingresso a pagamento) sarà la volta dello spettacolo <span style="color: #993300;"><em>Di Zampogne, partenze e poesia</em></span>, con <span style="color: #ff0000;">Giulio Bianco</span> e <span style="color: #ff0000;">Mauro Durante</span>, tratto dall&#8217;omonimo album pubblicato dal fiatista del <strong><span style="color: #ff0000;">Canzoniere Grecanico Salentino</span></strong>. Infine la chiusura della rassegna regalerà al pubblico il concerto inedito interpretato e diretto da <span style="color: #ff0000;">Antonio Castrignanò</span> con <strong><span style="color: #ff0000;">Taranta Sounds</span></strong>, che ospiterà alcuni dei migliori musicisti della scena salentina: <span style="color: #ff0000;">Eliseo Castrignanò</span> al pianoforte, <span style="color: #ff0000;"><strong>Redi Hasa</strong></span> al violoncello e <span style="color: #ff0000;"><strong>Maria Mazzotta</strong> </span>alla voce. Lo spettacolo sarà preceduto da un altro momento di riflessione e divulgazione sui temi cari alla rassegna, con la presentazione del nuovo libro <a href="http://lnx.vincenzosantoro.it/2019/04/18/rito-e-passione-conversazioni-intorno-alla-musica-popolare-salentina/"><span style="color: #993300;"><em>Rito e Passione. Conversazioni intorno alla musica popolare salentina</em></span></a> (Itinerarti 2019): <span style="color: #ff0000;">Antonio Castrignanò</span> e <span style="color: #ff0000;">Mauro Durante</span>, presenti nel volume con delle interviste in cui raccontano il loro percorso artistico, dialogheranno con l&#8217;autore <span style="color: #ff0000;">Vincenzo Santoro</span>.</p>
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