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	<title>Vincenzo Santoro &#187; tarantismo</title>
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	<description>Musiche e culture popolari dal Salento al Mediterraneo: approfondimenti, pubblicazioni e iniziative</description>
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		<title>Il tarantismo fu sofferenza ma anche cura che coinvolgeva e teneva unita la comunità</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 20:05:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il tarantismo come sofferenza e cura, la lezione di de Martino, il confronto con la Spagna e la trasformazione della taranta in patrimonio. Vincenzo Santoro, autore con Daniela Rota e Lucrezia Bonasia di «¡TARANTELAS! Riti, musiche e danze fra Sud Italia e Spagna» (Besa), entra nel dibattito sulle diverse interpretazioni del fenomeno. Imbriani insiste sulla sofferenza e sulle implicazioni sociali... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/09/08/il-tarantismo-fu-sofferenza-ma-anche-cura-che-coinvolgeva-e-teneva-unita-la-comunita/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/09/20260906bari-16_page-0001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4896" src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/09/20260906bari-16_page-0001-257x300.jpg" alt="20260906bari-16_page-0001" width="257" height="300" /></a><em>Il tarantismo come sofferenza e cura, la lezione di de Martino, il confronto con la Spagna e la trasformazione della taranta in patrimonio. Vincenzo Santoro, autore con Daniela Rota e Lucrezia Bonasia di «¡</em><a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/07/20/tarantelas-riti-musiche-e-danze-fra-sud-italia-e-spagna/">TARANTELAS! Riti, musiche e danze fra Sud Italia e Spagna</a><em>» (Besa), entra nel dibattito sulle diverse interpretazioni del fenomeno.</em></p>
<p><em>Imbriani insiste sulla sofferenza e sulle implicazioni sociali del tarantismo, De Giorgi sulla dimensione musicale e sacrale. Lei scrive «Ci si cura insieme». La cura può ricomporre queste letture?</em></p>
<p>«Dal punto di vista dei tarantati è difficile negare che il tarantismo fosse sofferenza. Era l’insorgenza di un male attribuito spesso al morso, una crisi che poteva manifestarsi come agitazione, malinconia o grave prostrazione e dalla quale si cercava di uscire attraverso la terapia coreutico-musicale, cromatica e gli altri dispositivi rituali. Diversa è l’interpretazione data nei secoli dai colti: molti pensavano a una finzione per chiedere l’elemosina, sottrarsi al servizio militare o, per le donne, conquistare libertà normalmente negate. Ma la cura non sempre funzionava, poteva ripetersi l’anno successivo e costava molto a famiglie povere. Nel tarantismo pugliese del dopoguerra studiato da de Martino, immagini e testimonianze restituiscono una sofferenza estrema. Abbiamo però poche voci dirette dei tarantati: quasi sempre qualcuno parla per loro. E allargando lo sguardo ai tarantismi mediterranei questo carattere afflittivo va sfumato: il fenomeno ha avuto una storia lunghissima e declinazioni territoriali differenti».</p>
<p><em>In Spagna cambiano protagonisti, musiche e rapporto con il sacro, ma restano morso, crisi, suono e danza. Qual è allora il nucleo essenziale del tarantismo?</em></p>
<p>«Il tarantismo spagnolo è un vero enigma. Alla fine del Settecento sembra esplodere in vere epidemie, tanto da spingere le autorità a commissionare studi. Le testimonianze proseguono poi fino a pochi decenni fa. Il minimo comune denominatore è il morso del ragno, quasi sempre indicato come causa della crisi, e la cura attraverso musica e danza. È meno presente la componente cromatica, così importante in Puglia; soprattutto, quello spagnolo è un tarantismo prevalentemente maschile e non incontra la religione cattolica: non c’è san Paolo né qualcosa di analogo. Alcune testimonianze ricordano invece la Sardegna: in certi casi non balla il tarantato, ma la comunità intorno a lui, quasi in una festa collettiva. In Aragona troviamo situazioni simili. È un’affinità molto interessante».</p>
<p><em>Alla luce delle nuove ricerche mediterranee, che cosa resta di de Martino e che cosa va ripensato?</em></p>
<p>«Le acquisizioni successive alla “Terra del rimorso” sostanzialmente confermano il quadro demartiniano. De Martino aveva intuito la dimensione mediterranea del tarantismo e il collegamento con rituali di possessione presenti anche nell’area nordafricana. Un limite emerge però nell’etnografia. Il commentario storico restituisce magistralmente la complessità del fenomeno, mentre la ricerca sul campo si concentra sul Salento leccese e sulla particolare declinazione nella quale il tarantismo incontra il culto popolare di san Paolo. Un incontro relativamente tardo, che ne accentua la dimensione afflittiva, potremmo dire “dark”. Se l’équipe avesse indagato anche il Salento tarantino avrebbe trovato un tarantismo ancora vivo, ma senza san Paolo. A mio avviso l’etnografia della “Terra del rimorso” è dunque eccessivamente concentrata sulla declinazione galatinese. Questo continua a indurre anche studiosi e appassionati a considerarla quasi il tarantismo per eccellenza, mentre era una delle forme di un fenomeno molto più vasto».</p>
<p><em>In Spagna si curava con tarantelle, jota, guaracha e altri repertori. L’efficacia della musica era soltanto simbolica o aveva anche una componente psicofisica?</em></p>
<p>«Credo che esista una componente psicofisica nell’efficacia della musica e della danza. Era noto anche agli studiosi del passato: in epoca barocca si riteneva che la musica toccasse corde interne della persona e potesse curare attraverso queste corrispondenze. Ma c’erano anche il ballo, il sudore, il movimento, che costituivano un potente elemento terapeutico. Gli indirizzi della danza-movimento terapia confermano che pratiche di questo tipo possono avere un effetto concreto, al di là della dimensione simbolica, che naturalmente rimane fondamentale e che de Martino ha descritto magistralmente».</p>
<p><em>Oggi la taranta è festa, spettacolo e identità territoriale. Che cosa dovremmo conservare del tarantismo storico?</em></p>
<p>«Giovanni Pizza, nel suo “Il tarantismo oggi”, parla di un’inversione della tradizione. Per patrimonializzare il tarantismo nel Salento lo si è trasformato da sofferenza sociale, e anche da indicatore di una diseguaglianza di classe, in momento di gioia, festa e liberazione. È un’immagine più funzionale ai concerti e al ballo. Si continua però a confondere la danza della cura con quella della festa, ed è forse l’aspetto più inquietante: hanno significati completamente differenti, anche quando musica o alcuni elementi possono sembrare simili. Del tarantismo dobbiamo conservare la memoria di un oggetto culturale straordinario, documentato almeno dal tardo Medioevo, ma anche quella della sofferenza, della marginalità e, come diceva de Martino, della sopraffazione di classe. E c’è un altro lascito: gli uomini costruirono un dispositivo culturale per resistere al male. Quando la medicina non offriva risposte, un rituale riconosciuto dalla comunità poteva dare sollievo. La comunità che sta insieme e cura è uno degli insegnamenti più importanti di questo antico rituale».</p>
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		<title>La lunga via mediterranea della taranta dalla Puglia alla Spagna a ritmo della cura</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 19:55:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Santoro, Rota e Bonasia ricostruiscono sette secoli di credenze, rituali collettivi e pratiche terapeutiche affidate al suono Dalle testimonianze medievali alle indagini mediche, dal teatro barocco alle partiture e alle memorie raccolte nel Novecento di Felice Blasi, da L&#8217;Edicola, 10 agosto 2026 Per secoli un ragno ha messo in movimento corpi, credenze, musiche e saperi lungo le sponde del Mediterraneo.... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/09/08/la-lunga-via-mediterranea-della-taranta-dalla-puglia-alla-spagna-a-ritmo-della-cura/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/09/1f20e4fe-90a7-4aad-85f5-61c52465544f.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4890" src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/09/1f20e4fe-90a7-4aad-85f5-61c52465544f-272x300.jpg" alt="1f20e4fe-90a7-4aad-85f5-61c52465544f" width="272" height="300" /></a>Santoro, Rota e Bonasia ricostruiscono sette secoli di credenze, rituali collettivi e pratiche terapeutiche affidate al suono</em><br />
<em>Dalle testimonianze medievali alle indagini mediche, dal teatro barocco alle partiture e alle memorie raccolte nel Novecento</em></p>
<p>di <strong>Felice Blasi</strong>, da <em>L&#8217;Edicola</em>, 10 agosto 2026</p>
<p>Per secoli un ragno ha messo in movimento corpi, credenze, musiche e saperi lungo le sponde del Mediterraneo. Il suo morso, reale oppure immaginato, ha attraversato campagne e trattati medici, stanze contadine e teatri, rituali comunitari e partiture, lasciando tracce che dalla Puglia conducono fino alla Spagna. Questa geografia mobile attraversa <em><strong><span style="color: #ff0000;"><a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/07/20/tarantelas-riti-musiche-e-danze-fra-sud-italia-e-spagna/">¡Tarantelas! Riti, musiche e danze fra Sud Italia e Spagna</a></span></strong> </em>(Besa), il volume di <span style="color: #800000;">Vincenzo Santoro</span>, <span style="color: #800000;">Daniela Rota</span> e <span style="color: #800000;">Lucrezia Bonasia</span>, costruito all’incrocio fra antropologia, storia culturale, musicologia e ricerca sulle fonti, che sarà presentato domani alle 21 nell’Agorà della Libreria Idrusa di Alessano.</p>
<p><strong>Il corpo e la cura</strong><br />
Santoro parte dalle descrizioni originarie e più elementari del tarantismo: il morso della taranta provocherebbe un’afflizione che soltanto determinate musiche riescono a contrastare. I suonatori provano melodie diverse finché il corpo reagisce, riconosce quella adatta e comincia a muoversi. Il ballo può durare ore o giorni, accompagnato da colori, acqua, piante e oggetti rituali. Attorno al tarantato si raccolgono familiari, vicini e musicisti. «Ci si cura insieme», scrive Santoro, con una formula efficace. La terapia appartiene infatti a una comunità che riconosce la crisi, le assegna un linguaggio e costruisce le condizioni rituali per governarla.<br />
È anche la ragione della straordinaria durata del fenomeno, documentato almeno dal tardo Medioevo e sopravvissuto in Puglia fino agli anni Settanta del Novecento. Nel Salento, dalla metà del Settecento, il rito incontra il culto popolare di san Paolo. Galatina rappresenta l’approdo religioso del percorso, mentre la terapia coreutico-musicale si svolge principalmente nelle abitazioni e nei paesi dei tarantati.</p>
<p><strong>La tela mediterranea</strong><br />
Il passaggio teorico più rilevante arriva quando lo sguardo supera il Salento. La Puglia rimane per Santoro la «patria» del tarantismo, ma Sicilia, Sardegna, Corsica e soprattutto Spagna restituiscono varianti di uno stesso meccanismo culturale. Cambiano i protagonisti: in Puglia prevalgono, almeno nelle testimonianze più recenti, le donne; in Spagna e Sardegna soprattutto gli uomini. Cambia il rapporto con il sacro e cambiano le musiche. Rimane la cura attraverso suono e movimento.<br />
Su questa base torna decisiva la comparazione di Ernesto de Martino e la sua ipotesi di una rete di «influenze afromediterranee». Il confronto con rituali di possessione diffusi dall’Africa settentrionale fino al mondo afroamericano non autorizza genealogie semplicistiche, ma allarga la domanda: società lontane hanno elaborato forme nelle quali musica, danza e partecipazione collettiva intervengono sulla crisi individuale. Il Mediterraneo del libro assume così l’aspetto di una trama di somiglianze, scambi e trasformazioni.</p>
<p><strong>La taranta spagnola</strong><br />
È la Spagna a offrire le sorprese maggiori. Nel Seicento il tarantismo entra persino nel teatro di <span style="color: #993300;">Calderón de la Barca</span> e <span style="color: #993300;">Louis Vélez de Guevara</span>. Nell’<span style="color: #ff0000;"><em>Entremés de la Franchota</em></span> compaiono versi molto vicini a quelli trascritti da <span style="color: #993300;">Athanasius Kircher</span> e ancora riconoscibili tre secoli più tardi nelle parole raccolte da de Martino nel Salento. La memoria sembra attraversare epoche, lingue e confini.<br />
Nel Settecento le testimonianze diventano più consistenti. Le «epidemie» registrate in diverse regioni spagnole inducono le autorità a promuovere indagini mediche. Il <span style="color: #ff0000;"><em>Tarantismo observado en España</em></span> di <span style="color: #993300;">Francisco Xavier Cid</span>, pubblicato nel 1787, raccoglie numerosi casi e documenta la convinzione che la musica possieda un’efficacia terapeutica. Accanto alle tarantelle appaiono <em>guaracha</em>, <em>Máscara de Cádiz</em> e altri repertori; in Aragona viene utilizzata la danza tradizionale detta «jota». È un passaggio cruciale: il principio terapeutico non dipende necessariamente da una melodia immutabile, perché ogni comunità può riconoscere nella propria musica lo strumento capace di dialogare con il corpo afflitto.</p>
<p><strong>Musiche in viaggio</strong><br />
Daniela Rota segue questa circolazione attraverso quella che definisce una «Breve storia della tarantella spagnola, d’arte e di cura». Il titolo del suo saggio racchiude già il problema: una forma musicale può vivere contemporaneamente nella terapia, nell’intrattenimento e nella composizione colta. Kircher costituisce uno snodo fondamentale perché le sue trascrizioni seicentesche favoriscono la propagazione europea di formule che ricompaiono poi in autori spagnoli come Gaspar Sanz, Lucas Ruiz de Ribayaz, Diego Fernández de Huete e Santiago de Murcia.<br />
Tra «Lume della Ragione» e «onda del Sentimento», secondo due formule scelte dalla stessa Rota per scandire il percorso, la tarantella attraversa anche la trasformazione del gusto europeo fino all’Ottocento romantico. La storia musicale mostra così una tradizione continuamente rielaborata: motivi, successioni armoniche e strutture ritmiche circolano, vengono copiati, modificati e adattati a nuovi strumenti e nuove funzioni.</p>
<p><strong>La memoria del suono</strong><br />
La «Tarantologia per chitarra» curata da Lucrezia Bonasia completa il percorso attraverso il lavoro sulle partiture. Antiche intavolature vengono decifrate, accordature ricostruite, sistemi di notazione ormai scomparsi tradotti per lo strumento moderno. In alcuni casi gli errori delle fonti richiedono ipotesi filologiche dichiarate; altrove una stessa formula musicale riaffiora a distanza di decenni o secoli.<br />
È qui che emerge con maggiore evidenza il merito di ¡TARANTELAS!. Le culture popolari appaiono profondamente mobili, capaci di attraversare territori e classi sociali, oralità e scrittura, medicina e spettacolo. Il tarantismo pugliese conserva la propria fisionomia, ma il confronto con la Spagna ne modifica la prospettiva e permette di riconoscere un orizzonte mediterraneo molto più vasto.<br />
Alla fine rimangono le partiture. Dopo secoli trascorsi fra il morso della taranta, il sudore dei corpi, la paura, la religione e la medicina, quelle note possono essere eseguite ancora. Per un fenomeno che ha affidato alla musica il compito di ricomporre una crisi, è forse la forma più coerente di memoria.</p>
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		<title>Notizie sul tarantismo nel nord barese nell&#8217;800 (Terlizzi, Bitonto, Molfetta, Trani)</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 06:59:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[tarantismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>In questi giorni sto attentamente riguardando, dopo una prima lettura di alcuni mesi fa (per certe cose occorre decantazione), un libro veramente importante dedicato ai temi tarantoleschi, Corpi inquieti. Le narrazioni mediche e culturali del tarantismo di Fabio Frisino (Editrice Bibliografica 2025), su cui sto preparando una recensione meditata. Uno dei principali meriti del libro è l&#8217;attenzione &#8211; in questi termini... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/07/24/notizie-sul-tarantismo-nel-nord-barese-nell800-terlizzi-bitonto-molfetta-trani/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/07/Screenshot-2026-07-24-alle-08.20.28.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-4874" src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/07/Screenshot-2026-07-24-alle-08.20.28-300x270.png" alt="Screenshot 2026-07-24 alle 08.20.28" width="300" height="270" /></a>In questi giorni sto attentamente riguardando, dopo una prima lettura di alcuni mesi fa (per certe cose occorre decantazione), un libro veramente importante dedicato ai temi tarantoleschi, <span style="color: #ff0000;"><em>Corpi inquieti. Le narrazioni mediche e culturali del tarantismo</em></span> di <span style="color: #993300;">Fabio Frisino</span> (Editrice Bibliografica 2025), su cui sto preparando una recensione meditata.<br />
Uno dei principali meriti del libro è l&#8217;attenzione &#8211; in questi termini credo inedita &#8211; data al serrato dibattito medico e naturalistico che intorno al fenomeno si sviluppò nell&#8217;Ottocento, coinvolgendo studiosi locali in dialogo con Napoli e le capitali scientifiche internazionali dell&#8217;epoca, in cui ovviamente spiccava Parigi. Mi ricordo che già Sergio Torsello pensava che fosse un tema di grande rilevanza e che in qualche modo ci si stava dedicando. Ma su questo avrò modo di ritornare con più attenzione.</p>
<p>All&#8217;interno di questa attenta analisi Frisino propone anche alcuni documenti più o meno inediti, che, oltre a dare conto del dibattito e delle interpretazioni, ci forniscono notizie sulla diffusione del fenomeno. Di qualche interesse è questo breve articolo, pubblicato sul numero del dicembre 1843 dell&#8217;<strong>Osservatore medico</strong>, un importante periodico specialistico stampato a Napoli, dove si da notizia in sintesi di una memoria letta il 25 settembre 1843 presso l&#8217;Accademia Medico Chirurgica di quella che allora era la Capitale del Regno da un medico di Trani, <span style="color: #993300;">Luigi Ventura</span>, riguardante le sue esperienze relative a quello che viene definito &#8220;morbo popolare&#8221;.</p>
<p>Insomma, tale articolo ci informa che il dott.. Ventura nel corso della sua ultra trentennale carriera ebbe a osservare &#8220;solo&#8221; sette casi di tarantismo: &#8220;due nel 1809 a Terlizzi, uno in Bitonto nel 1810, altro simile in Molfetta e nel 1811 due altri soli casi in Trani sua residenza&#8221;. Tutti riferiti a &#8220;donne del popolo&#8221;, ognuna delle quali &#8220;faceva una danza lasciva e strana a suon di viola, convellendosi tutta sino a sudare per ogni membro&#8221;. Inoltre, &#8220;dimandate poi queste ove stesse il morso del velenoso insetto, diceano di non saperlo; ma tener per fermo aver mangiato qualche frutta rosicchiata o pesta dalla tarantola, ed a quel ballo essere state indotte dalle premure delle parenti o delle vicine&#8221;.</p>
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		<title>¡TARANTELAS! Riti, musiche e danze fra Sud Italia e Spagna</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 15:12:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[Tarantella]]></category>
		<category><![CDATA[tarantismo]]></category>
		<category><![CDATA[tarantismo mediterraneo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>¡TARANTELAS! Riti, musiche e danze fra Sud Italia e Spagna di Vincenzo Santoro, Daniela Rota, Lucrezia Bonasia BesaMuci Editore 2026 Il libro indaga le multiformi relazioni culturali che, intorno al tema dei poteri &#8220;magici&#8221; della musica nel curare gli effetti del morso della &#8220;tarantola&#8221;, si stabilirono, a partire dal XVII secolo, fra l&#8217;Italia meridionale e la Spagna. Vincenzo Santoro propone... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/07/20/tarantelas-riti-musiche-e-danze-fra-sud-italia-e-spagna/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><span style="color: #ff0000;"><a href="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/07/748312010_807185492388137_8596068899261240633_n.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4869" src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/07/748312010_807185492388137_8596068899261240633_n-225x300.jpg" alt="748312010_807185492388137_8596068899261240633_n" width="225" height="300" /></a>¡TARANTELAS!</span></em></strong><br />
<strong><em><span style="color: #ff0000;">Riti, musiche e danze fra Sud Italia e Spagna</span></em></strong><br />
di <span style="color: #993300;">Vincenzo Santoro</span>, <span style="color: #993300;">Daniela Rota</span>, <span style="color: #993300;">Lucrezia Bonasia</span><br />
BesaMuci Editore 2026</p>
<p>Il libro indaga le multiformi relazioni culturali che, intorno al tema dei poteri &#8220;magici&#8221; della musica nel curare gli effetti del morso della &#8220;tarantola&#8221;, si stabilirono, a partire dal XVII secolo, fra l&#8217;Italia meridionale e la Spagna.<br />
Vincenzo Santoro propone una ricostruzione storica della imponente presenza del tarantismo in terra iberica, dalle &#8220;epidemie coreutiche&#8221; della fine del &#8216;700 fino agli ultimi anni del secolo scorso, nel quadro più ampio della diffusione mediterranea dell&#8217;antico rito.<br />
Daniela Rota ripercorre a grandi linee la storia della &#8216;tarantela&#8217;, documentata da una trentina di esemplari superstiti, prodotti in terra di Spagna a partire dalla metà del &#8216;600, spesso ricalcati su qualche prototipo italiano (in primis sulla &#8216;clausula in tono hypodorio&#8217; trascritta da Padre Kircher nel suo &#8216;Magnes&#8217;) e variamente destinati a fini d’arte, di cura o d’intrattenimento. Di dette &#8216;tarantelas&#8217;, conservate presso le maggiori biblioteche spagnole, originariamente rivolte all’antica chitarra spagnola e redatte in sistemi semiografici speciali poi caduti in disuso, Lucrezia Bonasia ha realizzato la trascrizione in notazione moderna e ne ha registrato l’esecuzione su chitarra, ascoltabile tramite QR code.</p>
<p><strong>Vincenzo Santoro</strong>, responsabile del dipartimento Cultura, Turismo e Agricoltura dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, è impegnato da molti anni nell’organizzazione di iniziative ed eventi sulle musiche e culture popolari del Mezzogiorno (fra cui la recente mostra <em><span style="color: #ff0000;">Il Salento di Annabella Rossi. La ricerca visiva sul tarantismo e oltre</span></em>, allestita presso la Biblioteca Bernardini di Lecce e in altri Comuni del Salento). Su questi temi ha all’attivo diverse pubblicazioni: la più recente<em> Il tarantismo mediterraneo. Una cartografia culturale</em>, 2021.</p>
<p><strong>Daniela Rota</strong>, musicologa, titolare per quarant’anni della cattedra di <em>Storia ed Estetica della Musica</em> presso il Conservatorio “Giovanni Paisiello” di Taranto, si occupa da più di trent’anni della trattatistica musicologica gesuita d’età barocca.  Ha pubblicato la traduzione dal latino e l’edizione critica degli scritti sul tarantismo dei padri Athanasius Kircher e Caspar Schott in riviste, atti di convegni, pubblicazioni miscellanee, nonché nel volume<em> <span style="color: #ff0000;">I Gesuiti e le tarantole</span></em> (2012), relazionando sull’argomento in convegni nazionali e internazionali.</p>
<p><strong>Lucrezia Bonasia</strong>, chitarrista classica, diplomata con lode presso il Conservatorio &#8220;Luigi Boccherini&#8221; di Lucca e successivamente perfezionatasi presso l’Università di Alicante (Spagna), vincitrice di concorsi internazionali (l’&#8221;Alirio Diaz&#8221; di Roma, il &#8220;KTTNB&#8221; di Riga, il &#8220;Silk Way&#8221; di Mosca &#8230;), direttrice artistica del <em>Valle d’Itria Guitar Festival</em>, alla carriera concertistica e didattica affianca un’intensa attività di ricercatrice, compositrice e <em>sound designer</em> per media visivi. Ha pubblicato per l&#8217;etichetta DotGuitar il disco <span style="color: #ff0000;"><em>To Andrés Segovia, the sound of dedication</em></span> (2023).</p>
<p>Il libro si può acquistare da subito presso la Libreria Idrusa di Alessano (Le) (scrivendo a libreriaidrusa@libero.it ) e da settembre sui normali canali di vendita.</p>
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		<title>San Paolo &#8216;dei serpenti&#8217;. L&#8217;effigie di Vereto e l&#8217;enigmatica storia di un culto popolare</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 08:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[audio, video, foto...]]></category>
		<category><![CDATA[San Paolo]]></category>
		<category><![CDATA[tarantismo]]></category>
		<category><![CDATA[Vereto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Venerdì 26 giugno 2026, davanti alla Chiesa della Madonna di Vereto, ho tenuto una conferenza dal titolo “San Paolo ‘dei serpenti’. L’effigie di Vereto e l’enigmatica storia di un culto popolare”. La edificio custodisce uno splendido dipinto murale, risalente alle fine del XVI secolo, restaurato nel 2018 grazie a una vasta mobilitazione di popolo. Raffigura San Paolo in una posa solenne, con due... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/06/29/san-paolo-dei-serpenti-leffigie-di-vereto-e-lenigmatica-storia-di-un-culto-popolare/">Read more &#187;</a></p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto"><img class="alignleft size-medium wp-image-4861" src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/06/732655444_991305560558750_8696218970434872773_n-240x300.jpg" alt="732655444_991305560558750_8696218970434872773_n" width="240" height="300" />Venerdì 26 giugno 2026, davanti alla Chiesa della Madonna di Vereto, ho tenuto una conferenza dal titolo “San Paolo ‘dei serpenti’. L’effigie di Vereto e l’enigmatica storia di un culto popolare”.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">La edificio custodisce uno splendido dipinto murale, risalente alle fine del XVI secolo, restaurato nel 2018 grazie a una vasta mobilitazione di popolo.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Raffigura San Paolo in una posa solenne, con due serpenti attorcigliati attorno alla spada e un piccolo bestiario di animali velenosi ai suoi piedi: un serpente, un ragno, uno scorpione e un rospo con la bocca aperta.</div>
</div>
<div class="x14z9mp xat24cr x1lziwak x1vvkbs xtlvy1s x126k92a">
<div dir="auto">Quest’opera è considerata una delle rappresentazioni più antiche e originali dell’iconografia &#8220;popolare&#8221; paolina nel Salento, come sottolineava già nel 2010 Sergio Torsello.</div>
<div dir="auto">Partendo da questa immagine straordinaria, ho cercato di ripercorrere la storia e le varie e complesse diramazioni del &#8220;mitologema&#8221; popolare paolino, riportando anche le altre numerose evidenze iconografiche che si riscontrano nella parte meridionale del Salento, fino a quella più importante ed emblematica: la pala di altare della Cappella di San Paolo a Galatina, dove, nella seconda metà del 1700, tale culto popolare ne incontrò un altro altrettanto suggestivo: il tarantismo.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">La conferenza è stata registrata dal benemerito Michele Bonfrate, che ringrazio sentitamente, per cui è disponibile anche per chi non c&#8217;era.</div>
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<p>&nbsp;</p>
<p><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/UzXpNLRcO8w?si=bDIvDnqD0A-yp0QO" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Ancora sulle tracce del tarantismo</title>
		<link>https://www.vincenzosantoro.it/2026/06/23/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 07:07:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Amalia Signorelli]]></category>
		<category><![CDATA[Ernesto de Martino]]></category>
		<category><![CDATA[Galatina]]></category>
		<category><![CDATA[La terra del rimorso]]></category>
		<category><![CDATA[tarantismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Vincenzo Santoro Articolo originariamente pubblicato su Insula Europea, 5 giugno 2026 A testimoniare quanto il fenomeno del tarantismo continui ad esercitare una significativa e sorprendente attrattiva basterebbe richiamare le continue uscite editoriali che, in modi diversi, tornano a confrontarsi con l’argomento, arricchendo ulteriormente una letteratura già sterminata. Tra i contributi più recenti si distingue, per originalità e qualità, il... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/06/23/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/">Read more &#187;</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/06/23/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/">Ancora sulle tracce del tarantismo</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.vincenzosantoro.it">Vincenzo Santoro</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Santoro</p>
<p><a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/">Articolo originariamente pubblicato su Insula Europea, 5 giugno 2026</a></p>
<p>A testimoniare quanto il fenomeno del tarantismo continui ad esercitare una significativa e sorprendente attrattiva basterebbe richiamare le continue uscite editoriali che, in modi diversi, tornano a confrontarsi con l’argomento, arricchendo ulteriormente una letteratura già sterminata.</p>
<p><img class="size-medium wp-image-19831 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.insulaeuropea.eu/wp-content/uploads/2026/06/copertina-libro.webp?resize=214%2C300&amp;ssl=1" sizes="auto, (max-width: 214px) 100vw, 214px" srcset="https://i0.wp.com/www.insulaeuropea.eu/wp-content/uploads/2026/06/copertina-libro.webp?resize=214%2C300&amp;ssl=1 214w, https://i0.wp.com/www.insulaeuropea.eu/wp-content/uploads/2026/06/copertina-libro.webp?w=712&amp;ssl=1 712w" alt="" width="214" height="300" data-recalc-dims="1" data-attachment-id="19831" data-permalink="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/copertina-libro-3/" data-orig-file="https://i0.wp.com/www.insulaeuropea.eu/wp-content/uploads/2026/06/copertina-libro.webp?fit=712%2C1000&amp;ssl=1" data-orig-size="712,1000" data-comments-opened="0" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="copertina libro" data-image-description="" data-image-caption="" data-large-file="https://i0.wp.com/www.insulaeuropea.eu/wp-content/uploads/2026/06/copertina-libro.webp?fit=712%2C1000&amp;ssl=1" />Tra i contributi più recenti si distingue, per originalità e qualità, il volume pubblicato da Squilibri, <span style="color: #ff0000;"><strong><em>Sulle tracce del tarantismo</em>. <em>Una lezione di Amalia Signorelli</em></strong></span><a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/#_ftn1" name="_ftnref1"><span style="color: #ff0000;"><strong>[</strong></span>1]</a>. Il punto di maggiore interesse della pubblicazione, oltre all’agile volumetto curato da Alberto Baldi, risiede nel video allegato tramite QR code, che documenta una lezione dell’antropologa Amalia Signorelli tenuta presso l’Università Federico II di Napoli il 7 giugno 2006 e riproposta a distanza di vent’anni.</p>
<p>Come è noto, Signorelli partecipò giovanissima alla spedizione salentina del 1959 diretta da Ernesto de Martino insieme a un’équipe multidisciplinare di ricercatori<a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Da quell’esperienza nacque la celebre monografia <span style="color: #ff0000;"><em>La terra del rimorso</em></span>, pubblicata dal Saggiatore nel 1961, che comprende anche una <em>Appendice V</em>, <em>Dati relativi alle condizioni economiche dei tarantati</em>, redatta dalla studiosa. Sugli stessi temi sarebbe tornata anche negli anni successivi, pubblicando densi saggi e curando in particolare, insieme a Valerio Panza, il volume <span style="color: #ff0000;"><em>Etnografia del tarantismo pugliese. I materiali della spedizione nel Salento del 1959</em></span> (Argo 2011), preziosa raccolta di documenti e materiali di ricerca solo parzialmente confluiti nell’opera demartiniana. A ciò si aggiunge l’importante riflessione a più voci contenuta nel numero 67/68 della rivista “La ricerca folklorica”, dal titolo <span style="color: #ff0000;"><em>Ernesto de Martino: etnografia e storia</em> </span>(Grafo Edizioni 2013), dedicato all’eredità scientifica dell’antropologo napoletano.</p>
<p>La “docu-lezione”, realizzata con la collaborazione di alcuni allievi della studiosa, costituisce un documento di notevole interesse sotto diversi aspetti. Innanzitutto per la sua chiara finalità esplicativa: in poco più di un’ora riesce infatti a offrire una sintesi efficace del fenomeno del tarantismo, presentandosi come un prezioso strumento didattico. Particolarmente intensa – e in alcuni passaggi davvero emozionante – risulta inoltre la parte del video in cui Signorelli rievoca l’esperienza della spedizione del 1959, affidandosi ai propri ricordi e alle celebri fotografie di Franco Pinna, per il cui lavoro manifesta profonda ammirazione. Emergono così numerosi spunti di riflessione, soprattutto in relazione al rapporto tra de Martino e i giovani collaboratori che lo accompagnavano, chiamati a confrontarsi con una realtà complessa, enigmatica e profondamente straniante, destinata a lasciare in tutti loro un segno duraturo.</p>
<p><a href="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/06/0c70fa87-a50e-46cc-8dad-6609b3a6773a.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4856" src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/06/0c70fa87-a50e-46cc-8dad-6609b3a6773a-300x195.jpeg" alt="0c70fa87-a50e-46cc-8dad-6609b3a6773a" width="300" height="195" /></a>Le suggestive immagini scandiscono diversi momenti dedicati alla descrizione del metodo dell’“osservazione partecipante”. In una scena Vittoria De Palma e Annabella Rossi osservano le tarantate sedute nella cappella, mentre una giovanissima Signorelli – elegantissima – aiuta a sostenere una tarantata che supplica san Paolo davanti all’armadio che custodisce la statua del santo. Nel rivedersi in quell’immagine, la studiosa si emoziona riconoscendosi e commentando, quasi presentandosi alle nuove generazioni: “sono io”. In un altro passaggio emblematico, la studiosa si rivolge agli studenti con una certa severità, affermando che “la partecipazione di un antropologo non sta né nel cuore né nelle tette, sta nel cervello, è intrisa di lucidità mentale”; una disposizione tutt’altro che semplice da acquisire, tanto che – ricorda – “non a caso de Martino a questo ci aveva addestrato per otto mesi”. Proseguendo nel racconto, Signorelli rievoca anche un episodio avvenuto molti anni dopo in Calabria, quando si è “messa a tarantare con le tarantate”. Era una situazione, racconta, “dove c’erano i suoni”: due donne “cominciarono a tarantare …[…] e io mi sganciai dall’equipe con cui stavo e mi misi a tarantare con loro, perché la taranta è contagiosa, ce la portiamo dentro tutte e si risveglia”. Tiene però a precisare come un simile coinvolgimento non possa costituire un modello di osservazione antropologica in un contesto di ricerca scientifica:</p>
<p>quando io sto studiando il tarantismo la mia taranta deve dormire, non può risvegliarsi; […] sarebbe l’atto di più grande slealtà che si possa fare nei confronti di persone che oltre tutto tu stai veramente trasformando in oggetti… perché non è vero che uno li rispetta, se vuoi studiare non li puoi rispettare fino in fondo, li devi in qualche modo reificare, oggettivare, sennò che studi? La dignità, la serietà, l’onestà dell’antropologo sta nello studiarli sul serio… la l’indegnità dell’antropologo sta nell’andare lì a giocare al nativo, quella è la vera indegnità.</p>
<p>Da notare come, a fronte di una esegesi così feconda e complessa delle fotografie storiche, Signorelli non faccia ricorso alle pur significative documentazioni video risalenti a quegli anni.</p>
<p>Non manca una stuzzicante componente aneddotica: Signorelli che, per immedesimarsi con le donne incontrate, arrivò ad andare con alcune di loro a infilzare il tabacco, fino a ferirsi (“ci provai per un pomeriggio e alla fine avevo le mani che sanguinavano”); il ricordo della lunga ed estenuante permanenza, insieme alle colleghe dell’équipe demartiniana, nella cappella di san Paolo fra il 28 e il 29 giugno per osservare le tarantate (“e vi assicuro che se aveste sentito la puzza…”); oppure ancora la descrizione di de Martino e Carpitella, “seri” ma decisamente partecipi, mentre una tarantata illustra il ballo. Ci viene detto anche che la donna fu retribuita per la dimostrazione – circostanza che, secondo Signorelli, può risultare lecita in determinate situazioni e con molte cautele, soprattutto quando consente di accrescere le informazioni disponibili.</p>
<p>Nel complesso, emerge come l’incontro con un fenomeno tanto intenso e drammatico, e con la variegata umanità che ne risultava coinvolta in forme estreme e perturbanti, abbia profondamente colpito la studiosa. In diversi passaggi della lezione – fra cui durante l’esecuzione di una pizzica per voce e tamburello eseguita da Rugiada Ligorio – Signorelli sembra infatti più volte commuoversi nel ricordare alcuni dei momenti più significativi di quell’esperienza.</p>
<p>Non sempre comunque le interpretazioni dell’insigne antropologa – in qualche misura già presenti in alcuni suoi scritti sul tema – appaiono del tutto convincenti. Ad esempio quando sembra sostenere, sulla base della propria esperienza sul campo e forse di una solo parziale lettura delle fonti storiche, una sorta di “’femminilità’ del tarantismo”, tesi già affiorata nella sua introduzione a <em>Etnografia del tarantismo pugliese</em><a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>, dove peraltro lei stessa riconosce come tale questione “non venne mai tematizzata né sul campo né nel testo” demartiniano. In realtà, un esame complessivo della documentazione storica – che contempli anche materiali emersi più recentemente – pur confermando, almeno per quanto riguarda la Puglia, una maggiore presenza femminile, restituisce un numero considerevole di casi maschili. Tali presenze aumentano sensibilmente se si prendono in considerazione le testimonianze più antiche e le aree esterne al Salento leccese, fino a giungere a situazioni opposte in altri territori di ampia diffusione del fenomeno – in particolare Sicilia, Sardegna e Spagna – dove il coinvolgimento risulta prevalentemente, se non esclusivamente, maschile<a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>. Credo tuttavia che proprio nell’insistenza di Signorelli su questi aspetti vada colto uno stimolo importante: interrogarsi su quanto le dinamiche interpretative di genere possano avere influito, nel tempo, nella costruzione culturale del tarantismo e nelle modalità attraverso cui esso è stato rappresentato e trasmesso.</p>
<p>Il libro a sua volta contiene una serie di scritti a corredo del video, utili a chiarirne la storia, le modalità di realizzazione e il rapporto con l’esperienza concreta della ricerca sul campo del 1959. A questi si aggiungono alcuni contributi di studiosi dell’ateneo napoletano che, a vario titolo, hanno condiviso interessi intellettuali e accademici con Signorelli. Ne emerge il profilo di una studiosa dal percorso estremamente ricco e articolato, di cui vengono ricordati anche aspetti meno convenzionali, come il ruolo assunto negli ultimi anni della sua vita di arguta e implacabile polemista in popolari trasmissioni televisive.</p>
<p>Nell’intervento del curatore Alberto Baldi emerge inoltre la postura critica assunta da Signorelli rispetto ai processi di trasformazione in banale intrattenimento delle musiche “curative” con cui aveva avuto un contatto così intenso nella fatale estate del 1959, avvenuti soprattutto nel Salento della <em>Notte della taranta</em>, “ove a mordere era ora il business”: a questo proposito, vengono ricordati anche alcuni tentativi di coinvolgimento della studiosa nel cantiere melpignanese, da lei tuttavia cortesemente declinati.</p>
<p>Vorrei però per concludere soffermandomi su uno dei saggi che ho trovato più significativi: <em>L’altra taranta: corpo, sintomo, sofferenza. Note da un’etnografia in ospedale </em>di Eugenio Zito. Il contributo si distingue per originalità e interesse, riportando sorprendenti informazioni su alcune emergenze recenti del tarantismo campano, studiato negli anni Settanta – come è forse ancora poco noto – da un’altra importante protagonista della spedizione demartiniana, Annabella Rossi.</p>
<p>Zito ricostruisce infatti la storia di Antonietta (nome di fantasia), incontrata nel 2006 durante una ricerca sul campo svolta in ambito ospedaliero sui processi di “umanizzazione delle cure biomediche”. Originaria di un paese del Cilento, Antonietta – donna “di bassa scolarità”, nata nel 1956 – vive con la famiglia, in una abitazione isolata, dedicandosi all’allevamento di animali e a lavori agricoli. A quarantasette anni si trova improvvisamente ad affrontare un evento drammatico: alla figlia terzogenita, appena dodicenne, viene diagnosticata una forma severa di diabete infantile, che rende necessario il ricovero presso un centro ospedaliero universitario di Napoli.</p>
<p>La situazione segna profondamente la donna, anche per il carico di responsabilità terapeutiche che comporta. Al tredicesimo giorno del ricovero, di fronte all’esito infausto di un esame diagnostico, crolla e cade in quella che lo psichiatra chiamato a intervenire definisce una “crisi isterica”. Zito descrive la scena – a cui assistette personalmente e che turbò profondamente tutti i presenti – come “un improvviso crollo di forze fisiche e psichiche ed una brusca caduta sul pavimento in stato catatonico”, cui segue una sintomatologia che in parte sembra richiamare quella del tarantismo: “iniziali urla, tremore intenso localizzato dapprima alle gambe e poi esteso al resto del corpo, oscillazione ripetuta di gambe e piedi, quindi intensi e singolari movimenti delle braccia e degli occhi, più generale agitazione psicomotoria e impulso irrefrenabile a danzare”. Negli appunti del suo diario di ricerca, riportati nel saggio, tali analogie con l’antico rituale emergono in maniera ancora più evidente. Antonietta dapprima giace immobile; poi un tremore comincia a propagarsi sempre più violentemente dal piede, come se proprio lì fosse stata “pizzicata”. Prende a urlare e dimenarsi, le si incendia il viso; quindi si alza e comincia a muoversi freneticamente, prima in modo apparentemente disordinato e poi “come se volesse provare a dare un ordine alla sua ipercinesi nella direzione di disegnare con i movimenti del corpo una sorta di coreografia secondo una sequenza circolare, come se fosse colta da un irrefrenabile desiderio di danzare a cui gradualmente prova a dare una forma più ordinata, pur in assenza di musica…”.</p>
<p>Dopo il drammatico esordio, la crisi si risolse fortunatamente nel giro di circa venti minuti, anche grazie ai sedativi somministrati dallo psichiatra intervenuto sul posto.</p>
<p>L’antropologo, dopo il primo incontro avvenuto proprio in occasione della crisi, ebbe modo di approfondire quanto avvenuto nel corso di successivi colloqui con Antonietta, da cui emersero con ancora maggiore evidenza i rimandi al tarantismo. La donna afferma infatti di non ricordare quasi nulla dell’accaduto, se non di aver avvertito a un certo punto un dolore che partiva dal piede, attribuendone la causa a “qualcosa” che l’aveva <em>pizzicata</em> poco prima nel giardino dell’ospedale, dove l’erba era alta: “forse un ragno, oppure un altro insetto è entrato nella pantofola e poi mi ha morso dopo, non lo so”. Antonietta ricorda inoltre un’esperienza simile verificatasi diciotto anni prima, in concomitanza con la morte della madre, anche lei soggetta a crisi simili. Quando Antonietta aveva appena sei anni, durante un altro grave evento familiare traumatico – un serio incidente accorso al fratello – la madre “se la vide proprio brutta”. Vale la pena di riportare ampi stralci della narrazione riferita a questo episodio:</p>
<p>mamma il giorno dopo male si sentì, prima si agitò e urlò, e poi a terra cadde e cominciò a tremare tutta, soprattutto le gambe e i piedi e poi si era alzata ed aveva cominciato ad agitarsi, come se ballava, ma in modo strano. La stagione era, faceva caldo e tutta inzuppata di sudore stava, mentre tremava e faceva una specie di ballo, al paese dicevano che era stata pizzicata dalla tarantola, perciò stava così male. Un dottore la curò per alcuni giorni con una medicina, ma anche mia zia Giuseppina, sua sorella più piccola, veniva e stava con mamma e la abbracciava e la cullava come a una bambina per guarirla. Altre volte le faceva fare dei bagni d’acqua per calmarla dopo averla fatta ballare e sudare.</p>
<p>Nel racconto di Antonietta – reso ancora più straordinario dal fatto di riferirsi a tempi relativamente recenti – possiamo ancora ritrovare, sia pure in forma frammentaria e forse persino in assenza della musica, il dispiegamento di quel “dispositivo culturale” magistralmente descritto da Ernesto de Martino: la “crisi della presenza”, determinata in questo caso da situazioni critiche individuali o familiari; l’indomabile agitazione del corpo; l’irrefrenabile impulso alla danza; l’atto del “cullare”; perfino i “bagni d’acqua”. Ci troviamo qui di fronte alla particolare declinazione campana del tarantismo, come già accennato “scoperta” e indagata negli anni Settanta da Annabella Rossi e dai suoi allievi<a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, con le sue specifiche peculiarità, fra cui spicca soprattutto l’assenza di qualunque riferimento al culto popolare di san Paolo o altri elementi del cattolicesimo, così decisivi invece nel tarantismo galatinese osservato dall’etnologo napoletano.</p>
<p>La vicenda di Antonietta – come quella di sua madre – apre stimolanti suggestioni interpretative, ma accresce anche il rammarico per l’interruzione della ricerca di Annabella Rossi a causa della grave malattia che la colpì. Sorprende inoltre che, dopo di lei, nessuno abbia cercato di approfondire sistematicamente il fenomeno nei contesti in cui era stato individuato. Eppure, come dimostra la storia qui riferita, tali realtà, se ulteriormente indagate – soprattutto in anni in cui molti testimoni potevano ancora essere interpellati direttamente – avrebbero probabilmente riservato ulteriori elementi di conoscenza.</p>
<p><a href="mailto:santoro@anci.it">santoro@anci.it</a></p>
<p><a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> A cura di Alberto Baldi, con scritti di Alberto Baldi, Fulvia D’Aloisio, Adelina Miranda, Gianfranca Ranisio, Enzo Vinicio Alliegro, Eugenio Zito e Tamara Mykhaylyak. Libro con contenuti video. Squilibri, 2026.</p>
<p><a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Di cui facevano parte, oltre alla Signorelli, l’etnomusicologo Diego Carpitella, lo psichiatra Giovanni Jervis, il fotografo Franco Pinna, l’antropologa Annabella Rossi, l’assistente sociale Vittoria De Palma e la psicologa Letizia Jervis Comba.</p>
<p><a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> de Martino, Ernesto, <em>Etnografia del tarantismo pugliese. I materiali della spedizione nel Salento del 1959</em>, a cura di Amalia Signorelli e Valerio Panza, introduzione e commenti di Amalia Signorelli, Lecce, Argo, 2011, pp. 23-24.</p>
<p><a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Ho approfondito il tema della “femminilizzazione del tarantismo” nel mio <em>Il tarantismo mediterraneo. Una cartografia culturale</em> (Itinerarti 2021, pp. 214-218), a cui rimando per approfondimenti. Anche Glauco Sanga, nel suo saggio contenuto nel già citato numero speciale de “La ricerca folklorica” (L’etnografo impaziente, pp. 35-43) commenta criticamente la posizione di Signorelli, segnalando come “de Martino aveva trovato nei documenti storici un maggiore equilibrio di genere, e il successivo campo non l’aveva convinto del contrario” (p. 40).</p>
<p><a href="https://www.insulaeuropea.eu/2026/06/05/ancora-sulle-tracce-del-tarantismo/#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Partita quasi casualmente da segnalazioni, durante le lezioni tenute dalla Rossi all’università di Salerno, da parte di studenti originari dei paesi cilentani, la ricerca sul tarantismo in Campania, condotta insieme ad alcuni collaboratori, portò alla raccolta di un numero molto significativo di testimonianze dirette dell’area del Cilento, della Piana di Paestum e dei dintorni di Sessa Aurunca, ai confini con il Lazio, ma si interruppe per una grave malattia dell’antropologa. Dopo la sua prematura scomparsa (1984), una parte importante dei materiali raccolti confluì in <em>E il mondo si fece giallo. Il tarantismo in Campania</em>, Qualecultura, Vibo Valentia 1991, volume curato di Patrizia Ciambelli, Aurora Milillo ed Elisabetta Di Marino e arricchito da una introduzione di Luigi Maria Lombardi Satriani. Sulla diffusione del rituale della tarantola in questa regione vedi anche <em>Il tarantismo mediterraneo…</em>, cit., pp. 75-96, dove viene anche presentata la scarsa ma molto significativa letteratura storica sull’argomento.</p>
<p>La foto è stata scattata da Franco Pinna durante la spedizione di ricerca demartiniana nel Salento dell&#8217;estate del 1959. Ritrae una giovanissima (ed elegantissima) Amalia Signorelli che accompagna una anziana tarantata nella cappella di san Paolo a Galatina, e sullo sfondo si riconoscono anche Annabella Rossi e Vittoria De Palma.</p>
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		<title>Maledette. Le diverse dal XVII secolo ai giorni nostri</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2026 16:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[tarantismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#160; Maledette. Le diverse dal XVII secolo ai giorni nostri a cura di Maria Antonietta Epifani, Mario Adda Editore / Consiglio Regionale della Puglia, 2025 All’origine di questo libro c’è una serie di interrogativi ai quali gli Autori hanno cercato di dare una risposta, tenendo conto che le questioni poste non sono solo di ieri, ma investono la contemporaneità. Le... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/05/11/maledette-le-diverse-dal-xvii-secolo-ai-giorni-nostri/">Read more &#187;</a></p>
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<h1><a href="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/05/Epifani-copertina_page-0001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4849" src="https://www.vincenzosantoro.it/wp-content/uploads/2026/05/Epifani-copertina_page-0001-210x300.jpg" alt="Epifani copertina_page-0001" width="210" height="300" /></a>Maledette. Le diverse dal XVII secolo ai giorni nostri</h1>
<p>a cura di <strong>Maria Antonietta Epifani</strong>, Mario Adda Editore / Consiglio Regionale della Puglia, 2025</p>
<p>All’origine di questo libro c’è una serie di interrogativi ai quali gli Autori hanno cercato di dare una risposta, tenendo conto che le questioni poste non sono solo di ieri, ma investono la contemporaneità. Le protagoniste hanno pagato un prezzo molto alto per una colpa che non hanno commesso, se non quella di essere donne. Si è scelto di ridare la parola alle eroine invisibili, donne &#8220;contro&#8221;, nascoste tra le increspature della storia ufficiale se non cancellate completamente. Sentire le voci delle streghe e delle sante, delle tarantate e delle emarginate, delle vittime di mafia e della libertà, delle stuprate e delle condannate al silenzio, percepire il suono delle loro parole e l’affiorare dal silenzio dei loro corpi parlanti, ha generato riflessioni e approfondimenti. Ciò che è diverso e incompiuto, altro e insolito, originale ed esclusivo, pur considerando il suo potenziale trasformativo e rotto il cerchio della vergogna e del pudore, è stato sdoganato nella categoria della maledizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I contributi nel volume</p>
<p><em>Introduzione</em> Maria Antonietta Epifani<br />
<em>…per santità</em> Olga Sarcinella<br />
<em>…per marginalità </em>Maria Antonietta Epifani<br />
<em>…per stupro</em> Katiuscia di Rocco<br />
<em>…per tarantismo</em> Vincenzo Santoro<br />
…<em>per stregoneria</em> Maria Antonietta Epifani<br />
<em>…per mafia</em> Lucia Portolano<br />
<em>…per silenzio</em> Donatella Nisi<br />
<em>…per libertà</em> Maria Antonietta Epifani<br />
<em>Condannate al silenzio</em> Graziano Gala</p>
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		<title>Quando la taranta smise lentamente di mordere. Il lungo declino del tarantismo Jonico storico</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 11:25:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Quando la taranta smise lentamente di mordere. Il lungo declino del tarantismo Jonico storico Vincenzo Santoro, L’Edicola, 14 dicembre 2025 Alcune pubblicazioni uscite negli ultimi tempi arricchiscono ulteriormente il quadro della conoscenza dell’evoluzione storica del fenomeno del tarantismo nell’area jonica, in particolare per quanto riguarda la lunga fase del suo declino nel corso del secolo scorso. La prima è Lu... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/02/10/quando-la-taranta-smise-lentamente-di-mordere-il-lungo-declino-del-tarantismo-jonico-storico/">Read more &#187;</a></p>
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<p>Vincenzo Santoro, L’Edicola, 14 dicembre 2025</p>
<p>Alcune pubblicazioni uscite negli ultimi tempi arricchiscono ulteriormente il quadro della conoscenza dell’evoluzione storica del fenomeno del tarantismo nell’area jonica, in particolare per quanto riguarda la lunga fase del suo declino nel corso del secolo scorso. La prima è <em><span style="color: #993300;">Lu fazzulettu mia chinu ti rosi. Il tarantismo a Manduria e a Sava. Note storiche ed etnografiche</span></em> di <span style="color: #ff0000;">Gianfranco Mele</span> (Youcanprint, con prefazione di <span style="color: #ff0000;">Sandra Taveri</span>), che analizza la vasta documentazione del fenomeno nei due centri del tarantino meridionale. Assai significativa risulta la situazione di Manduria, dove una ricca e articolata serie di attestazioni degli ultimi tre secoli la configura quasi come una “capitale minore” del rito, caratterizzata da un particolarmente denso repertorio musicale e da manifestazioni talvolta insolite: tra queste, l’uso dell’acqua nelle pratiche terapeutiche, versata in grandi quantità sui tarantati durante i balli o raccolta in fosse e contenitori per una sorta di bagno risanatore. Mele affronta il tema con rigore metodologico, attingendo puntualmente ai testi storici e – soprattutto per Sava – ai risultati delle proprie ricerche sul campo, che gli hanno anche permesso di rintracciare rari testi musicali.</p>
<p>Nella stessa direzione si muove anche l’agile libretto di <span style="color: #ff0000;">Damiano Nicolella</span> <span style="color: #993300;"><em>Addò te pizzicò la tarantella. Il tarantismo in Terra d’Otranto</em></span> (Nabis Editrice), in cui vengono riportate le ultime labili tracce del fenomeno attraverso il ricordo di alcuni testimoni di Roccaforzata, Manduria, Fragagnano e Grottaglie, raccolto in prima persona dall’autore.</p>
<p>Se nella parte meridionale della provincia tarantina il fenomeno sembra spegnersi negli anni ’70 del ‘900, spostandosi verso nord la sua scomparsa pare anticiparsi di qualche decennio. Nel capoluogo le ultime memorie risalgono al massimo agli anni ’30-’40, come dimostrano le ricerche di Antonio Basile, ma anche un irresistibile video che circola sul web realizzato da Marcello Bellacicco nel 2006, in cui anziane signore raccontano, nella vivacissima lingua locale, ricordi di infanzia sui balli delle tarantate a Taranto Vecchia.</p>
<p>A Massafra invece, una ricerca in corso con <span style="color: #ff0000;">Antonio Tannoia</span> e <span style="color: #ff0000;">Francesco Laterza</span>, ha restituito un documento notarile del 1733 in cui si fa riferimento ad una donna del luogo che, in una abitazione fra le case-grotta ai piedi del Castello, ballò “colta dalla tarantola” al suono di un violino e di un’arpa, circondata da persone “accorse per il suono della tarantata”, nonché, un testo di Raffaele Grippa che ricorda come, ancora alla fine dell’800 le “attarantate” ancora ballassero “nelle grotte, sulle lamie, nelle piccole e povere case rurali”, fino a quattro o cinque per ogni stagione estiva. L’unica orchestrina a disposizione era composta da tre suonatori instancabili: Luigi De Carlo, barbiere, suonatore di violino, Giovanni Monacelli, calzolaio, suonatore di chitarra battente, Porzia Cardellicchio, battitrice di bambagia, suonatrice di tamburello. Ma “verso il principio di questo secolo il concerto si sconcertò”, in quanto “morirono la Cardellicchio e il Monacelli, e il De Carlo emigrò in Veneto”, e da allora “nessuna contadina fu più ‘pizzicata’”. Testimonianze vivide degli esiti di un rito secolare.</p>
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		<title>Quel dettaglio ignorato per tre secoli che riporta Taranto al centro della storia della Tarantola</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2026 11:06:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Quel dettaglio ignorato per tre secoli che riporta Taranto al centro della storia della Tarantola Vincenzo Santoro, “L’Edicola”, 12 dicembre 2025 Nel dibattito sulla centralità di Taranto e del suo territorio all’interno della parabola storica del tarantismo – che nelle ultime settimane ha trovato su queste pagine numerosi contributi di notevole interesse e autorevolezza – recenti acquisizioni sembrano apportare ulteriori... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/02/10/quel-dettaglio-ignorato-per-tre-secoli-che-riporta-taranto-al-centro-della-storia-della-tarantola/">Read more &#187;</a></p>
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<p>Vincenzo Santoro, “L’Edicola”, 12 dicembre 2025</p>
<p>Nel dibattito sulla centralità di Taranto e del suo territorio all’interno della parabola storica del tarantismo – che nelle ultime settimane ha trovato su queste pagine numerosi contributi di notevole interesse e autorevolezza – recenti acquisizioni sembrano apportare ulteriori elementi alla questione.</p>
<p>La più clamorosa è probabilmente quella di un dettaglio, finora mai notato, presente in una mappa di <span style="color: #ff0000;">Herman Moll,</span> <span style="color: #993300;"><em>A new map of Italy</em></span>, stampata a Londra nel 1714.</p>
<p>Di origini olandesi o forse tedesche, Moll fece una lunga e brillante carriera nella capitale inglese come cartografo ed editore, collaborando frequentemente con altri operatori del fiorente settore e guadagnandosi una reputazione tra gli intellettuali suoi contemporanei, tanto che arrivò a essere menzionato per nome nel celebre romanzo di Jonathan Swift, <em>I viaggi di Gulliver</em> (1726). Le sue opere, note per la loro bellezza formale, continuarono a essere apprezzate per molto tempo dopo la sua morte e oggi rimangono pregiati oggetti da collezione.</p>
<p>Tornata all’attenzione degli studiosi locali grazie alle preziose ricerche di Nazareno Valente, che cura uno spazio social dedicato a questi temi, la mappa – che a suo tempo ebbe una significativa diffusione – contiene un elemento particolarmente interessante: accanto a Taranto compare una lunga annotazione in inglese, traducibile come “il ragno chiamato Tarantula ha preso il suo nome da questa Città, perché ce ne sono in abbondanza nel suo territorio. La loro puntura è molto pericolosa: fa piangere, ballare, tremare, vomitare, ridere, svenire, se chi viene morso non è alleviato dalla musica che lo fa danzare e con quell’esercizio dissipa il veleno”.</p>
<p>Dal momento che, nell’economia complessiva dell’opera, un testo così esteso è riservato solo a “grandi attrazioni” italiane (come l’Etna, il Vesuvio, città colpite da calamità naturali o il santuario di Loreto frequentato da pellegrini “da tutta Europa”), ciò dimostra quanto il tarantismo fosse oggetto di forte attenzione anche internazionale, contribuendo a definire l’immagine della Puglia agli occhi degli osservatori stranieri e a ribadire la centralità di Taranto e zone limitrofe nella storia di tale fenomeno.</p>
<p>In questo Moll potrebbe aver avuto come fonte di ispirazione l’allora famosissimo erudito gesuita Athanasius Kircher (1602-1680), che aveva rivolto l’attenzione al tarantismo in diversi dei suoi ponderosi e fastosi trattati, assumendo la tesi della “centralità” tarantina, riportando una cospicua quantità di informazioni – a volte decisamente stravaganti – e allegando una inquietante mappa della Puglia meridionale su cui incombono terribili ragni.</p>
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		<title>Il Salento di Annabella Rossi. La ricerca visiva sul Tarantismo e oltre</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 15:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vincenzo Santoro]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Annabella Rossi]]></category>
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		<category><![CDATA[tarantismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il Salento di Annabella Rossi. La ricerca visiva sul Tarantismo e oltre a cura di Stefania Baldinotti e Vincenzo Santoro, con prefazioni di Leandro Ventura, Andrea Villani e Luigi De Luca e interventi di Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi, Omerita Ranalli e Vincenzo Santoro, Quaderni dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale – Ministero della Cultura, n. 06, Effigi Edizioni, Arcidosso (Gr) 2024... <a href="https://www.vincenzosantoro.it/2026/01/30/il-salento-di-annabella-rossi-la-ricerca-visiva-sul-tarantismo-e-oltre/">Read more &#187;</a></p>
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<p>a cura di Stefania Baldinotti e Vincenzo Santoro, con prefazioni di Leandro Ventura, Andrea Villani e Luigi De Luca e interventi di Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi, Omerita Ranalli e Vincenzo Santoro, Quaderni dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale – Ministero della Cultura, n. 06, Effigi Edizioni, Arcidosso (Gr) 2024</p>
<p>Nella ricorrenza del quarantesimo anniversario della scomparsa di Annabella Rossi l’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale, in collaborazione con il Museo delle Civiltà e il Polo Biblio-Museale di Lecce, propone con questo volume una valorizzazione del lavoro dell’antropologa che ci ha consegnato un ineguagliato fondo archivistico composto di documenti sonori, fotografici e cinematografici realizzati e raccolti nel corso della sua attività di ricerca.</p>
<p>Le immagini pubblicate in questo volume della collana “Visioni d’archivio” ci restituiscono materiali raffinati e appassionanti, testimonianza di come, pioneristicamente, l’uso della macchina fotografica e della ripresa video e sonora siano stati un elemento integrale e caratterizzante del mestiere dell’antropologo e dell’indagine sul campo nelle esplorazioni etno-antropologiche in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale.<br />
In questo volume, che esce in parallelo all’allestimento di una mostra presso la Biblioteca Bernardini di Lecce, viene restituita al pubblico una parte di questi materiali, non solo con l’intento di rivedere il passato di una terra profondamente mutata, ma come esito delle pratiche di indagine di Annabella Rossi e della sua riflessione sul ruolo e la funzione della ricerca antropologica nello studio delle culture meridionali italiane, proponendone anche un’esperienza radicata nelle sensibilità e nelle istanze della contemporaneità.</p>
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