Danze tradizionali, ritualità e patrimonio immateriale: nuove prospettive di ricerca

Danza_Ndt_2A Lecce due giornate di confronto tra ricerca storica, pratiche rituali e salvaguardia delle tradizioni coreutiche 

Vincenzo Santoro, da Blogfoolk Magazine, Numero 763 del 14 ottobre 2026 

Si è svolto a Lecce il 3 e 4 ottobre scorsi, presso il Museo Sigismondo Castromediano, il convegno Danza e rito. Tra sacro e profano, pratiche rituali e forme del patrimonio, tappa del progetto biennale “Dal Salento ad Aquileia”, promosso d’intesa tra la Regione Puglia e la Regione Friuli Venezia Giulia e realizzato dalla Fondazione La Notte della Taranta insieme alla Fondazione Aquileia e all’Unione dei Gruppi Folcloristici del Friuli Venezia Giulia. Il confronto ha ripreso le questioni emerse nel laboratorio svoltosi ad Aquileia nel marzo 2026, che aveva messo in dialogo due tradizioni coreutico-musicali distanti non solo geograficamente: la pizzica salentina e la furlana friulana. La comparazione tra queste due tradizioni – come sottolineato da Fanny Bortone nel suo intervento introduttivo – non mirava tanto a individuare una radice comune, quanto a interrogare le fonti, le pratiche e i metodi con cui è possibile studiarle. Le relazioni hanno dunque approfondito i rapporti tra documentazione scritta e iconografica, repertori musicali, pratiche corporee, memorie locali e forme di tutela, distinguendo tra ritualità, performance spettacolare, ricostruzione folklorica e processi di patrimonializzazione. L’apertura alla dimensione mediterranea ha ampliato la prospettiva, ponendo al centro le modalità con cui le tradizioni vengono trasmesse, reinterpretate e adattate a contesti sociali e culturali differenti.
La danza e il sacro nella storia
La prima sessione ha indagato alcune matrici storiche e religiose delle pratiche coreutiche. Si è aperta con l’intervento di Gabriele Pellizzari, che, riprendendo il paradigma storiografico proposto da Gilberto Pressacco (in particolare nel suggestivo e problematico saggio Sermone, cantu, choreis et… marculis. Cenni di storia della danza in Friuli, Forum edizioni 1991), ha esplorato le possibili connessioni tra le tradizioni ascetiche dei terapeuti di Alessandria d’Egitto e la cultura cristiana aquileiese. L’attenzione si è concentrata, più che sulle somiglianze formali tra le specifiche forme di danza, canto e pratiche di guarigione, sui significati religiosi loro attribuiti nei diversi contesti storici.
Donatella Tronca ha affrontato la danza come dispositivo capace di rendere visibile e, al tempo stesso, trasformare il rapporto tra immagini interiori, emozioni e movimento corporeo. A partire dalle concezioni antiche del ritmo e della musica come strumenti di regolazione dell’agitazione, la relazione ha evidenziato il potenziale trasformativo della ripetizione ritmica e della pratica rituale. Particolare rilievo è stato attribuito al canto e alla liturgia cristiana, nei quali voce, postura, ritmo e memoria concorrono a ricomporre l’interiorità. La danza è stata così interpretata come uno spazio in cui il turbamento può essere rielaborato e ricondotto a una condizione di equilibrio.
Alessandro Di Muro ha presentato i risultati degli studi sulla grande Grotta di San Michele a Olevano sul Tusciano, nel salernitano, uno dei più importanti complessi religiosi altomedievali europei. Fondato verso la fine del VI secolo e ampliato nei secoli successivi, il santuario conserva strutture architettoniche e testimonianze archeologiche di straordinario interesse. L’analisi degli affreschi e dei reperti suggerisce anche una possibile funzione terapeutica del complesso. Particolarmente significativo è il rinvenimento di quindici flauti in osso e resti di strumenti a percussione, riferibili alla seconda metà del X secolo e interpretati, attraverso il confronto tra fonti letterarie e dati archeologici, come possibili oggetti rituali impiegati in pratiche coreutico-musicali rivolte a individui ritenuti posseduti.
 
Cartografie rituali fra passato e presente
La seconda sessione, dedicata alle trasformazioni delle pratiche tradizionali, ha messo in luce la complessità dei processi attraverso cui le danze si modificano e assumono nuovi significati.
Valter Colle ha ricostruito le vere e proprie metamorfosi occorse alla furlana negli ultimi due secoli, mostrando, attraverso l’incrocio di documentazione storica e testimonianze orali, come i cambiamenti socioeconomici abbiano modificato profondamente sia le modalità espressive della danza sia la sua percezione collettiva. Accanto alla persistenza di elementi nella tradizione orale, si osserva il passaggio da forme di mitizzazione a processi di mistificazione, che sollevano interrogativi sull’autenticità e sulla continuità delle tradizioni.
Marco Lutzu ha analizzato l’evoluzione delle danze tradizionali sarde negli ultimi decenni, evidenziandone la crescente diffusione e la partecipazione sempre più significativa delle giovani generazioni. Le pratiche si presentano tuttavia in forme differenti: dalle esibizioni dei gruppi folkloristici alle occasioni rituali e comunitarie nelle quali il ballo conserva una funzione sociale. La varietà dei contesti dimostra come repertori, modalità esecutive e forme coreutiche possano essere contemporaneamente conservati e trasformati.
La sessione si è conclusa con una mia relazione dedicata alla costruzione di una nuova «cartografia storica» del tarantismo mediterraneo, rituale di remote origini in cui come è noto hanno un ruolo determinante musica e danza. Muovendo dal quadro interpretativo di Ernesto de Martino e aggiornandolo attraverso la documentazione emersa dalle ricerche più recenti, ho cercato di delineare un percorso di diffusione (o di “emersione”) che, a partire dal XVII secolo e dalle origini pugliesi, coinvolge l’Italia centro-meridionale, le grandi isole e la Spagna. Questa prospettiva permette di superare una lettura circoscritta – e direi “ombelicale” – del fenomeno e di ricostruire una più ampia rete di relazioni rituali e culturali nel Mediterraneo.
Salvaguardia, trasformazione e rifunzionalizzazione
La terza sessione ha affrontato criticamente le politiche e le pratiche di tutela del patrimonio culturale immateriale.
Placida Staro ha proposto una analisi delle trasformazioni della musica e della danza tradizionali italiane negli ultimi cinquant’anni, considerando le pratiche popolari come luoghi di produzione e rielaborazione della memoria collettiva, sottoposti alle pressioni della spettacolarizzazione e dell’industria culturale. Ne emerge una tensione tra radicamento locale, standardizzazione delle espressioni e consumo globale, con possibili conseguenze sulla partecipazione individuale e sulla capacità creativa delle comunità. Il tema al centro dell’intervento di Eugenio Imbriani è stato quello dell’uso pubblico della cultura popolare, sempre più spesso inserita nelle strategie di promozione territoriale e turistica. Le “tradizioni”, oggetti di per sé complessi e controversi e comunque sottoposti a continua rivisitazione e risemantizzazione, vengono presentate come elementi rappresentativi delle identità locali e trasformate in prodotti destinati al mercato dell’offerta turistica, con il rischio che gli aspetti più spettacolari ed esotici prevalgano sulla complessità dei contesti culturali da cui esse provengono.
Infine, Claudio Rizzoni e Omerita Ranalli, funzionari antropologi dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura, hanno illustrato alcune esperienze di salvaguardia e valorizzazione delle tradizioni musicali e coreutiche di trasmissione orale. I casi esaminati hanno mostrato esiti differenti, riconducibili anche alle molteplici interpretazioni del concetto di salvaguardia introdotto dalla Convenzione UNESCO del 2003. In questo quadro, gli archivi sonori assumono un ruolo centrale: non semplici depositi documentari ma strumenti da cui avviare percorsi partecipativi capaci di coinvolgere le comunità nella definizione e nella trasmissione delle proprie identità culturali. In tale varietà di riflessioni, il convegno ha mostrato come le danze tradizionali non siano testimonianze immobili del passato ma pratiche ridefinite dall’incontro tra memoria, esperienza corporea e contesti sociali. Studiare e salvaguardare questo patrimonio significa riconoscerne sia le continuità che le trasformazioni, senza appiattire la complessità delle culture locali sulle esigenze della spettacolarizzazione o della promozione turistica.
 
Conclusioni e prospettive
Nelle sue conclusioni, il presidente della Fondazione Notte della Taranta, Massimo Bray, ha ricordato che il progetto “Dal Salento ad Aquileia” si proponeva di mettere a confronto due patrimoni coreutici – la pizzica e la furlana – così distanti per storia, geografia e forme di trasmissione, per approfondirne la conoscenza reciproca e trarne delle indicazioni più generali, anche sul piano metodologico. In questa prospettiva, l’ipotesi formulata da Gilberto Pressacco è stata assunta come una pista di ricerca da verificare attraverso le fonti e discussa apertamente, tanto nelle sue potenzialità quanto nei suoi limiti documentari, nel laboratorio svoltosi ad Aquileia lo scorso marzo.  Le tre sessioni delle giornate leccesi, ha proseguito Bray, hanno raccolto questa eredità, ampliandone ulteriormente l’orizzonte: dal rapporto tra danza, estasi e cura nella storia, alle cartografie rituali del Mediterraneo, fino alle pratiche di salvaguardia e rifunzionalizzazione dei patrimoni culturali. Il convegno, ha concluso il presidente della Fondazione, lascia in eredità domande più precise rispetto a quelle iniziali, nuove prospettive di indagine da sviluppare attraverso il lavoro sugli archivi e una rete di relazioni tra studiosi, istituzioni e comunità di pratica di due regioni geograficamente distanti (e non solo). Un patrimonio di conoscenze, interrogativi e collaborazioni sul quale si intende continuare a lavorare. È proprio questo l’auspicio emerso tra i molti partecipanti alle due giornate leccesi: che, accanto all’organizzazione di eventi e manifestazioni spettacolari, la Fondazione Notte della Taranta possa consolidare il proprio ruolo anche come interlocutore stabile per la ricerca e l’approfondimento culturale. In questa prospettiva, il convegno di Lecce, di cui si attende una prossima pubblicazione degli atti, potrebbe rappresentare non soltanto la conclusione di un progetto ma il punto di partenza per nuove occasioni di studio, confronto e collaborazione.
Il convegno si può visualizzare integralmente qui: https://www.youtube.com/playlist?list=PLF-P0-gvnWwU 
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