Quando la taranta smise lentamente di mordere. Il lungo declino del tarantismo Jonico storico

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Vincenzo Santoro, L’Edicola, 14 dicembre 2025

Alcune pubblicazioni uscite negli ultimi tempi arricchiscono ulteriormente il quadro della conoscenza dell’evoluzione storica del fenomeno del tarantismo nell’area jonica, in particolare per quanto riguarda la lunga fase del suo declino nel corso del secolo scorso. La prima è Lu fazzulettu mia chinu ti rosi. Il tarantismo a Manduria e a Sava. Note storiche ed etnografiche di Gianfranco Mele (Youcanprint, con prefazione di Sandra Taveri), che analizza la vasta documentazione del fenomeno nei due centri del tarantino meridionale. Assai significativa risulta la situazione di Manduria, dove una ricca e articolata serie di attestazioni degli ultimi tre secoli la configura quasi come una “capitale minore” del rito, caratterizzata da un particolarmente denso repertorio musicale e da manifestazioni talvolta insolite: tra queste, l’uso dell’acqua nelle pratiche terapeutiche, versata in grandi quantità sui tarantati durante i balli o raccolta in fosse e contenitori per una sorta di bagno risanatore. Mele affronta il tema con rigore metodologico, attingendo puntualmente ai testi storici e – soprattutto per Sava – ai risultati delle proprie ricerche sul campo, che gli hanno anche permesso di rintracciare rari testi musicali.

Nella stessa direzione si muove anche l’agile libretto di Damiano Nicolella Addò te pizzicò la tarantella. Il tarantismo in Terra d’Otranto (Nabis Editrice), in cui vengono riportate le ultime labili tracce del fenomeno attraverso il ricordo di alcuni testimoni di Roccaforzata, Manduria, Fragagnano e Grottaglie, raccolto in prima persona dall’autore.

Se nella parte meridionale della provincia tarantina il fenomeno sembra spegnersi negli anni ’70 del ‘900, spostandosi verso nord la sua scomparsa pare anticiparsi di qualche decennio. Nel capoluogo le ultime memorie risalgono al massimo agli anni ’30-’40, come dimostrano le ricerche di Antonio Basile, ma anche un irresistibile video che circola sul web realizzato da Marcello Bellacicco nel 2006, in cui anziane signore raccontano, nella vivacissima lingua locale, ricordi di infanzia sui balli delle tarantate a Taranto Vecchia.

A Massafra invece, una ricerca in corso con Antonio Tannoia e Francesco Laterza, ha restituito un documento notarile del 1733 in cui si fa riferimento ad una donna del luogo che, in una abitazione fra le case-grotta ai piedi del Castello, ballò “colta dalla tarantola” al suono di un violino e di un’arpa, circondata da persone “accorse per il suono della tarantata”, nonché, un testo di Raffaele Grippa che ricorda come, ancora alla fine dell’800 le “attarantate” ancora ballassero “nelle grotte, sulle lamie, nelle piccole e povere case rurali”, fino a quattro o cinque per ogni stagione estiva. L’unica orchestrina a disposizione era composta da tre suonatori instancabili: Luigi De Carlo, barbiere, suonatore di violino, Giovanni Monacelli, calzolaio, suonatore di chitarra battente, Porzia Cardellicchio, battitrice di bambagia, suonatrice di tamburello. Ma “verso il principio di questo secolo il concerto si sconcertò”, in quanto “morirono la Cardellicchio e il Monacelli, e il De Carlo emigrò in Veneto”, e da allora “nessuna contadina fu più ‘pizzicata’”. Testimonianze vivide degli esiti di un rito secolare.

 

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