Oltre la spettacolarizzazione: quale futuro per la Notte della Taranta?

SayfUn nuovo contributo al dibattito aperto da LeccePrima: oltre le polemiche stagionali sul Concertone e sul ruolo della Rai, la questione diventa il progetto culturale complessivo. Archivi, ricerca, formazione e memoria: che è stato fatto, in quasi 30 anni?

di Vincenzo Santoro, da Lecceprima.it del 10 settembre 2026

Dopo il concertone finale della Notte della Taranta 2026, il 29-mo della serie, si è riaperta la consueta discussione sulla spettacolarizzazione della tradizione popolare salentina e sul ruolo della televisione, e in particolare della Rai, nella costruzione dell’evento. È un confronto che, come negli anni passati, ha coinvolto – soprattutto sui social – pubblico, intellettuali e rappresentanti delle istituzioni, fino a tradursi, in alcuni casi, nella richiesta di un profondo ripensamento della manifestazione.

Un dibattito di questa intensità non sorprende, dal momento in cui non ci troviamo semplicemente di fronte a uno spettacolo musicale, ma a una iniziativa che interviene su repertori nei quali una parte significativa della popolazione salentina (ma anche, su un piano diverso, cospicui gruppi di appassionati “forestieri”) riconosce un tratto della propria identità, legato al rapporto con la propria terra, alla memoria familiare e comunitaria e alla storia culturale del territorio.

È proprio questa densità di significati a rendere inevitabilmente problematico il rapporto tra la tradizione codificata e il grande spettacolo. Da una parte c’è l’esigenza di innovare, contaminare, coinvolgere un pubblico sempre più ampio; dall’altra, l’aspettativa di chi, proprio attraverso quel palco, vuole vedere rappresentata una certa idea della tradizione salentina, considerata autentica, o comunque percepita come tale. Esigenze non necessariamente inconciliabili, ma tra le quali diventa sempre più difficile trovare un punto di equilibrio.

A tutto questo si è aggiunto, negli ultimi anni, il peso crescente della Rai e, più in generale, delle logiche proprie della televisione generalista, con i suoi tempi, i suoi linguaggi e le sue modalità di costruzione dello spettacolo. La dimensione televisiva non si limita infatti ad ampliare la platea del Concertone, ma finisce inevitabilmente per condizionarne la scaletta e le forme attraverso le quali musica e danza vengono portate sul palco di Melpignano. Questo si riflette anche nelle scelte artistiche e, in particolare, nella presenza di ospiti che talvolta producono contraddizioni difficili da ricomporre. Emblematica, da questo punto di vista, è stata nel 2019 la scelta di Belén Rodríguez come conduttrice della diretta televisiva; ma altrettanto straniante, sia pure su un piano diverso, nel 2024 l’esibizione di Geolier.

Un dibattito “stagionale”

Confesso però di trovare sempre meno interessanti tali dibattiti “stagionali”. La polemica sulla spettacolarizzazione poteva avere un senso nei primi anni, quando si era ancora in una fase di sperimentazione e ci si poteva interrogare sul rapporto tra una tradizione musicale locale e la sua trasformazione in un grande evento di massa. Oggi, piaccia o no, la Notte della Taranta ha assunto strutturalmente una dimensione nazionale e internazionale nella quale la costruzione dello spettacolo costituisce inevitabilmente un elemento decisivo, difficilmente reversibile anche qualora vi fosse la volontà della direzione artistica e degli altri attori istituzionali coinvolti. Una volontà che, peraltro, non mi pare particolarmente plausibile: è difficile immaginare che si rimetta radicalmente in discussione un modello che, almeno sul piano della visibilità e della promozione territoriale, ha dimostrato una notevole efficacia. Forse si potrebbero limitare alcuni aspetti più spiccatamente commerciali e provare a guardare verso linguaggi più raffinati e percorsi di ricerca artistica (magari in quella direzione “mediterranea” più volte annunciata), come in qualche modo è stato in passato: ma questo comporterebbe quasi certamente una perdita di interesse da parte della Rai, un “indietro tutta” sulla cui praticabilità reale ho moltissimi dubbi.

Qual è il progetto culturale complessivo?

A mio parere, sarebbe invece molto più importante – e più utile – allargare lo sguardo e interrogarsi criticamente sul progetto culturale complessivo che è stato, o non è stato, sviluppato intorno alla Notte della Taranta.

Va ricordato, innanzitutto, che il grande concerto di Melpignano esisteva già prima della nascita della Fondazione. Quest’ultima è stata costituita nel 2008, su iniziativa degli enti pubblici territoriali, con una missione che andava ben oltre l’organizzazione dello spettacolo. Il nucleo del progetto originario era proprio la creazione di un soggetto capace di occuparsi in maniera organica del patrimonio etnomusicale del Salento: ricerca e documentazione, formazione, conservazione e trasmissione della memoria, produzione culturale e valorizzazione del patrimonio, accanto naturalmente alla realizzazione degli eventi.

È soprattutto su questo terreno che, a mio giudizio, sarebbe necessario fare oggi un bilancio. Se qualcuno volesse studiare seriamente la tradizione musicale salentina e pugliese, a chi dovrebbe rivolgersi? Dove potrebbe trovare una biblioteca specializzata, un archivio strutturato, una raccolta organica delle fonti sonore e audiovisive, una documentazione sistematica sulle tradizioni musicali del territorio e su un fenomeno storicamente complesso come il tarantismo?

E ancora: quali sono oggi i luoghi della formazione e della trasmissione? Quali strutture permanenti consentono alle nuove generazioni di conoscere la storia di queste musiche, i repertori, gli strumenti, le tecniche esecutive e i contesti sociali e culturali nei quali quelle pratiche sono nate e si sono trasformate? Sono domande che rimangono in larga misura aperte. Ed è forse proprio qui, più che nella ricorrente discussione sulla maggiore o minore “autenticità” del Concertone, che andrebbe cercato il nodo più problematico dell’esperienza della Notte della Taranta: nella distanza tra la capacità acquisita di produrre e comunicare un grande evento e la costruzione, assai più difficile, di infrastrutture culturali permanenti destinate a studiare, conservare, trasmettere e rielaborare criticamente il patrimonio sul quale quell’evento continua a fondarsi.

Cosa può crescere accanto al Concertone?

Non penso che la soluzione sia ridimensionare la Notte della Taranta, né tantomeno contrapporre il Concertone alla tradizione. Al contrario, il successo raggiunto dalla manifestazione rappresenta una risorsa straordinaria.

La Fondazione dovrebbe essere molto più di una macchina organizzativa del Festival e del Concertone: un soggetto culturale capace di attivare e dare continuità a queste funzioni.

È una questione che, del resto, risale alle “origini” del movimento culturale sorto intorno alla ri-valorizzazione delle tradizioni musicali locali, quando, per iniziativa di un gruppo un po’ visionario di musicisti, operatori culturali e amministratori pubblici, nacque – nel 1997, dopo lungo lavorìo – l’Istituto Diego Carpitella, proprio per costruire nel Salento un centro culturale capace di mettere insieme ricerca, documentazione, produzione e divulgazione delle culture popolari.

Quel nodo si ripropone oggi con ancora maggiore forza, dopo quasi trent’anni di esperienza e diciotto anni di attività della Fondazione, nata anche per dare maggiore solidità e continuità istituzionale a quelle idee. Il progetto culturale più ampio che era stato immaginato allora continua a essere un obiettivo non raggiunto. O, per usare un’espressione più incisiva del compianto Sergio Torsello, una “promessa tradita”.

Interrogarsi sul rapporto fra patrimonio culturale e turismo

Per questo credo che il dibattito, per essere utile, debba cambiare prospettiva. Il problema non è più soltanto dimostrare che il Concertone funziona o intrattenersi sulla qualità delle esibizioni degli ospiti più noti, magari sulla base di conoscenze insufficienti del patrimonio musicale su cui si interviene o, peggio ancora, dei propri gusti personali. Occorre piuttosto tradurre il successo della manifestazione in una politica culturale più ampia, che investa sulla conoscenza oltre che sulla promozione, sulla formazione oltre che sull’intrattenimento, sulla conservazione della memoria oltre che sulla sua rappresentazione spettacolare.

Questo significa in primo luogo, e vale la pena ribadirlo, costruire luoghi e strumenti permanenti: archivi, biblioteche e centri di documentazione; percorsi di ricerca e formazione; attività rivolte alle scuole; residenze artistiche; occasioni di confronto tra studiosi, musicisti e comunità locali. Significa anche affrontare il rapporto tra patrimonio e turismo. Se la Notte della Taranta è diventata uno dei principali strumenti attraverso cui il Salento si presenta all’esterno, occorre fare in modo che questa enorme capacità di attrazione contribuisca a generare forme di turismo culturale più consapevoli e diffuse sul territorio, fondate su una conoscenza della storia culturale che non si esaurisca in una sua rappresentazione immediata e modaiola, semplificata e poco rispettosa delle complessità che l’hanno attraversata.

Il soggetto naturalmente chiamato a promuovere un progetto di questo tipo sarebbe la Fondazione, costituita e sostenuta attraverso rilevanti risorse pubbliche anche per perseguire finalità che vanno oltre la realizzazione del Festival e del Concertone. Se, tuttavia, dovesse confermarsi l’indisponibilità a lavorare in tale direzione, sarebbe forse arrivato il momento di valutare la necessità di nuovi soggetti e nuove strategie che possano raccogliere e sviluppare quelle funzioni rimaste finora in larga misura incompiute.

 

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