Il Salento riscopre i “Canti di Passione”

Un grande successo di pubblico per la rassegna itinerante della Grecìa.
di Livio Romano – Corriere del Mezzogiorno 03/04/2007

A volte fai duemila chilometri per scoprire che, nel brutto quartiere che ospita il B&b prenotato su internet, i bambini per strada fanno l’identico gioco dei bulletti di Altamura o di Latiano. Altre volte ti sposti di poche decine di chilometri e scopri contrade più esotiche di qualsivolgia Glascow o Agadir. E’ la straordinarietà dell’Italia, si dice. Così faccio, in questi giorni prepasquali. Metto un cd delle Vibrazioni Popolari con i versi dello straordinario performer Elio Coriano, e dirigo l’auto verso quel microcosmo linguistico e culturale che sta nel cuore del Tacco e che risponde al nome di Grecìa salentina. Mi accompagna un’incantevole bruna venuta fuori dai quadri di Theofilos. Voglio annusare l’aria di quest’ennesima manifestazione di alto profilo culturale che i buoni governi di questi paeselli hanno messo su. Musiche sulla Passione di Cristo. Ensemble provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo. Rappresentazioni sonore degli ultimi giorni prima dell’Immolazione in un amalgama di suoni che salda le tradizioni cattoliche con quelle ortodosse fino a metter dentro l’islamismo e l’ebraismo in un trip interculturale dal quale si esce stregati e, per una volta, noi che di rado guidiamo senza una band americana che picchi le casse, consci d’esser dentro un’unica grande civiltà mediterranea.
Per raggiungere la Grecìa devi lasciare la statale e scivolare giù per declivi soffici che portano a questa piana da cui svettano torri ricamate che non sai se appartengono a templi bizantini o a una moschea. Il giro comincia con la Kavanàh di Moni Ovadia, la “partecipazione” al canto che mescola inni sacri ebraici e suoni tzigani trasformandosi in breve nella “voluttà di un canto”, come d’anagramma cabalistico che altera il “bereshit” ebraico (“in principio”) in Taev Shir, la prima gemmazione d’identità. Con questa “voluttà” addosso faccio tappa a Calimera, cinema Elio dapprima, dove cogliamo qualche minuto del Vangelo di Pasolini, stele ateniense dopo, da guardare seduti per aspergersi di spirito ellenico.
La mia cicerone è una brava cantante di ariette in lingua gricanica. E così mi canta, la Diva, prima di andare a sentire la voce magnetica, nera, da Janis Joplin grika di Ninfa Giannuzzi. I deludenti siciliani Al Qantarah che portano sulla scena partiture e strumenti medievali provenienti dalla tradizione araba e persiana. Ancora girando per frazioni minuscole e villaggi di cui non sospettavi l’esistenza, la passione di Gesù è declinata come virtuosismo da una band, La Totarella, che nasce dove confluiscono le pendici del Pollino e i primi lembi di Calabria. Decisamente meno esaltante delle zampogne lucane risulta invece il coro cipriota “Ioannis Koukouzelis”, proveniente da Nikosìa occupata dai turchi. Ma ci pensano i portoghesi Banda Larga a tirare su il morale. Con uno spettacolo che s’avvale della proiezione di immagini della Encomendazione delle anime (quelle parcheggiate nel Purgatorio, si intende) la band mette in scena pochissimi saturnali permessi durante la Xàcaras de Quaresma. Anche gli andalusi Santa Maria del Sur ricevono ovazioni entusiaste. Dal suono maestoso della tromba al leggero battito dei tamburi agli strumenti di legno: la banda esprime il gemito e le grida che accompagnano la rituale parata sacrificale.
Ma è solo ascoltando l’immenso Nabil Salameh e Antonio Castrignanò che ti si rizzano i peli sulle braccia. Del primo c’è poco da raccontare, giustamente celebre qual è. Accompagna in lingua araba e con eleganza riguardosa i melismi dei “canti del carrettiere” che rappresentano il tappeto sul quale si muove con disinvoltura CAstrignanò intonando una lancinante versione di Santu Lazzaru. Ho chiesto alla figura di Theofilos da dove spuntasse questo canto così apprezzato dal pubblico più attempato. Stupefatta mi ha spiegato che nella settimana santa i poveri giravano per masserie questuando cibo, e lì mi son sentito davvero un forestiero che capita in uno dei posti più esotici mai visitati.

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