Articolo originariamente pubblicato su Insula Europea, 30 ottobre 2025
La monografia di Laura Faranda, antropologa dell’Università La Sapienza di Roma, Peripezie di una santa. Il culto di Sayyida‘Ā’isha al-Mannūbiyya nella Tunisi contemporanea, meritoriamente pubblicata alcuni mesi fa dalle Edizioni del Museo Pasqualino di Palermo, ci restituisce i risultati di una ricerca etnografica, condotta in Tunisia dal 2018 al 2024, sulle pratiche cultuali, quasi esclusivamente femminili e ancora oggi attive, dedicate alla santa islamica medievale Sayyida‘Ā’isha al-Mannūbiyya.
Si tratta di rituali articolati in fenomeni di possessione mediati dalla musica e dalla danza, pratiche terapeutiche finalizzate a “contrastare la potenza destabilizzante delle entità ‘invisibili’ che affollano e pervadono la vita” delle devote della santa, secondo uno schema ampiamente noto in letteratura (non si può che rimandare al classico Musica e trance. I rapporti fra la musica e i fenomeni di possessione di Gilbert Rouget, Einaudi 1986 e 2019), che trova in questi luoghi una sua particolare ed eclatante declinazione.
Il volume si apre con una ricostruzione della biografia di Sayyida ʿĀʾisha al-Mannūbiyya, nota come “l’amazzone della santità”, sulla base di fonti agiografiche e bibliografiche, e nel confronto con quanto emerso dall’indagine sulla memoria orale condotta dall’autrice.
Il secondo capitolo restituisce invece la ricerca etnografica, imperniata prevalentemente sul rapporto di fiducia reciproca e alleanza di genere con un gruppo di fedeli, quasi esclusivamente donne, che hanno consentito alla studiosa di partecipare ai riti, di ascoltare le proprie storie, condividere “il cibo, il tempo della preghiera, quello della musica, dei suoni, dei silenzi, delle emozioni, dell’ascolto, della narrazione”. Con una scrittura attenta, sorvegliata e sempre problematizzante, vengono descritte le varie fasi dei riti: dall’accoglienza delle donne nei santuari agli appariscenti rituali di possessione, la cui esperienza diretta, condizionata dall’acquisita prossimità con le protagoniste, provoca nell’autrice un profondo spaesamento, nonostante si tratti di pratiche ampiamente documentate in molti di studi sulla trance.
Le hadra (termine traducibile con l’espressione “presenza divina”), cioè le pratiche rituali in onore della Santa, vengono documentate in due luoghi distinti, oggi compresi nell’area metropolitana di Tunisi: il santuario/mausoleo (zāwiya) alla Manouba, dove si svolgono la domenica, e quello di Gorjani, in cui si celebra ogni lunedì. A inquadrare il contesto emerge inoltre il conflitto, non affatto risolto, tra il culto e l’ascesa del fondamentalismo islamico in Tunisia, la cui influenza – crescente anche all’interno delle istituzioni – ha raggiunto un punto critico nel 2012, quando uno dei santuari dedicati alla santa, nel suo villaggio natale, è stato distrutto da un incendio doloso durante i moti della cosiddetta “Primavera araba”. Un atto di violenza esplicitamente rivolto contro “le donne e la loro libertà di azione, di culto e di pensiero”, a cui le devote hanno reagito manifestando al suono del bendir – il tamburo tradizionale che apre le cerimonie sufi –, raccogliendo fondi e riuscendo a riaprire il santuario, restituendolo alla devozione.
Nel terzo capitolo, le esperienze delle protagoniste diventano narrazioni in prima persona tramite l’espediente del “dialogo creativo”: un’ermeneutica fondata sul confronto e sull’ascolto reciproco, distante da qualsiasi “ambizione di restituzione etnografica oggettivante”. L’autrice privilegia infatti un approccio volto a cogliere “i profili enigmatici e il lessico sfuggente nel quale si radica il pensiero della differenza”. In queste “storie che curano” emergono allora biografie complesse e vissuti di sofferenza, dentro i quali il culto assume una funzione simbolica e terapeutica, capace di alleviare i disagi individuali e sociali che li attraversano, in un “mondo affollato di presenze invisibili e costantemente esposto a uno stato di crisi”. Tra le diverse testimonianze raccolte ce n’è solo una maschile: un ‘figlio della santa’, devoto fin dall’infanzia e unico esecutore maschile e voce solista ad accompagnare i riti.
Nella parte significativamente intitolata “Riparare il disordine”, l’antropologa si propone di rappresentare e interpretare i viaggi – concreti ma al tempo stesso iniziatici e mistici – compiuti dalle devote della Santa verso i suoi santuari, dove all’interno di contesti ritualizzati e protetti, le partecipanti vengono incoraggiate, attraverso il canto, la musica e la danza, a sperimentare stati non ordinari di coscienza che rendono possibile “l’incontro con entità sovrannaturali”. Tali esperienze, inscritte nel perimetro simbolico del rito, nominato dall’autrice “teatro della trance”, agiscono come forme di rigenerazione rispetto alle sofferenze individuali e collettive delle donne, consentendo loro di affrontare, seppur temporaneamente, le difficoltà di vite complicate e precarie, e rivelano persistenze culturali e rituali riconducibili all’arcaico patrimonio mediterraneo.
L’ultimo capitolo, a cura dell’etnomusicologa Sara Antonini, è dedicato più specificamente all’universo musicale della hadra, con una descrizione puntuale e approfondita dello svolgimento del rito e delle figure che vi prendono parte, analizzando nel dettaglio il repertorio musicale impiegato – in cui spiccano i tamburi tradizionali, in particolare il bendir – e le dinamiche coreutiche che accompagnano la celebrazione. Le pratiche di danza, intense e cariche di tensione emotiva, sono contraddistinte da frequenti episodi di trance, talvolta di natura violenta, vissuti dalle devote e guidati o modulati dai ritmi incalzanti prodotti dall’ensemble musicale, che ne determina l’andamento e l’intensità.
Questo scenario etnografico ha suggerito a Laura Faranda, attenta studiosa delle specifiche tematiche, prudenti “iperboli comparative” col mondo antico. ʿĀʾisha al-Mannūbiyya si configura come una “regina della santità islamica”, la cui vicenda leggendaria fa emergere un archetipo femminile corroborato e ricorrente nelle mitologie del Mediterraneo, approfondito dall’autrice con notevole finezza interpretativa. Sullo sfondo si delinea la figura della vergine sacra e indocile, sfuggente e nomade, incarnata emblematicamente da Artemide, signora dei boschi e delle fiere, invocata dalle giovani donne perché assicuri fecondità e armonia coniugale. Allo stesso modo il riso di Demetra in lutto di fronte ai gephyrismi, il turpiloquio sacro, sembra riecheggiare nel riso liberatorio e complice delle donne provocate con espressioni oscene dalla ministra del culto durante le cerimonie nella zāwiya di Manouba. E si potrebbe continuare.
In questo sforzo esegetico, l’autrice riconosce di aver avuto come autorevole ispirazione (e “conforto”) Ernesto de Martino quando, nella Terra del rimorso (1961), richiama “i significativi, policentrici echi mediterranei del tarantismo”, fenomeno a suo parere generatosi in età medievale a seguito di una riplasmazione di lungo periodo di antecedenti rituali “orgiastici e iniziatici” dell’antichità classica, ma accomunato ad ulteriori fenomeni storico-religiosi diffusi in diversi altri contesti spaziali (Nord-Africa, Penisola Arabica, Etiopia e una parte del Sudan). Nonostante la Tunisia fosse una delle terre comprese in questa rete rituale mediterranea delineata dall’insigne storico delle religioni in relazione al tarantismo, Faranda nel suo saggio sfugge alla tentazione di evidenziare e analizzare similitudini con il culto di ‘Ā’isha al-Mannūbiyya. Non manca tuttavia di osservare come i due rituali sembrino rispondere a istanze analoghe, configurandosi come strategie simboliche di compensazione e antidoti efficaci nei confronti dei momenti più critici dell’esistenza:
“Come le tarantate salentine, anche le donne devote di Ā’isha ammettono, riconoscono o anche solo denominano come malattia una determinata condizione critica; e come nel tarantismo, la hadra ne disciplina le forme, introducendo modellamenti reattivi e regole culturalmente funzionali al superamento del tempo critico”.
Ma le similitudini emergono spontaneamente dalle descrizioni prodotte nel contesto dell’osservazione partecipante, e diventano ancora più pregnanti se si confrontano le immagini delle “danze rituali” filmate in alcuni documentari sul culto tunisino (per esempio quello di Ahmed Rahal, Sainte Manoubia soufisme et spiritualité féminine, 1992, https://www.canal-u.tv/chaines/smm/techniques-du-corps/sainte-manoubia-soufisme-et-spiritualite-feminine) con la documentazione visiva sul tarantismo salentino degli anni ’50-’70 (che in entrambi i casi incorporano significativi rimandi iconografici alle rappresentazioni di carattere orgiastico – in particolare femminili – presenti in tanti manufatti dell’antichità greco-romana).
Tra i tanti temi trattati in un volume denso, complesso e stimolante, quello delle “prossimità” tra i due fenomeni all’interno di una “rete rituale mediterranea” di lunga durata sembra essere una traccia da percorrere sulla scorta demartiniana ma anche alla luce dei più recenti contributi di ricerca, che offrono un quadro notevolmente più ricco e articolato del fenomeno, di cui ho cercato di dare conto in Il tarantismo mediterraneo (Itinerarti 2021).
