L’Archivio Sonoro Pugliese, 4mila documenti di storia orale. Un patrimonio a rischio oblio

 

San Vito dei Normanni, 2004. Antonio Zurlo e Sante Arpino, canto sull'organetto (Fondo Amati-Bagorda, foto F. Calderaro)di Vincenzo Santoro, L’Edicola, 13 novembre 2025

Al serrato dibattito che ha accompagnato, fin dagli esordi, il “movimento” pugliese di rivalutazione delle musiche di tradizione, attiene un tema carsico che periodicamente riemerge. Si tratta dell’istanza, incessantemente sostenuta dagli operatori più avvertiti, volta a promuovere – oltre alle politiche di “valorizzazione” incentrate prevalentemente su iniziative di carattere spettacolare – interventi di salvaguardia della “memoria musicale”, in particolare attraverso la realizzazione di archivi e biblioteche specializzati in cui potere conservare e fruire la (fortunatamente) vasta documentazione sulle tradizioni musicali regionali, compresa l’ampia e articolata produzione di studi e ricerche dedicata al fenomeno storico del tarantismo.

Nonostante le tante proposte avanzate negli anni, di concreto in questa direzione è venuto fuori poco e nulla, anche perché le istituzioni locali si sono concentrate soprattutto sul sostegno a piccoli e grandi eventi, che come è noto hanno dato alla nostra regione una notorietà nazionale e internazionale.

Unica eccezione, esito congiunto di una forte “spinta dal basso”, dell’intraprendenza di alcuni operatori culturali, contestualmente alla disponibilità delle istituzioni “depositarie” e di taluni ricercatori, è quella dell’Archivio Sonoro Pugliese. Avviato nel 2007 a cura dell’Associazione Altrosud, è stato concepito come piattaforma digitale che consente di consultare i documenti raccolti, disponibili online in forma parziale (per ragioni legate ai diritti dei soggetti proprietari) e integralmente presso postazioni dedicate collocate all’interno della Biblioteca Nazionale di Bari, realizzata con il sostegno dell’allora MiBACT e la collaborazione della Regione Puglia.

Nel corso di diversi anni di lavoro sono stati resi disponibili quasi 4.000 documenti, in gran parte canti, ma anche interviste, fotografie e video, introdotti da schede di contestualizzazione redatte da esperti: un patrimonio di straordinario valore, esteso all’intero territorio regionale, dal foggiano al Salento, con una preziosa pluralità di espressioni, documentate attraverso ricerche condotte dagli anni Cinquanta fino a periodi più recenti (www.archiviosonoro.org/puglia).

Nonostante l’importanza del lavoro svolto, non è stato purtroppo possibile assicurare la continuità nella fruizione in loco e ad oggi le postazioni presso la Biblioteca Nazionale non risultano più attive. Rimane dunque il sito che, nonostante l’accessibilità limitata dei materiali (proprio in questi giorni, tuttavia, l’associazione che ne cura la gestione ha annunciato che, d’intesa con i proprietari, una parte significativa dei materiali sarà presto resa integralmente accessibile anche online), rappresenta con tutta evidenza una straordinaria risorsa, che meriterebbe di essere adeguatamente diffusa e implementata.

Inoltre negli anni sono state presentate alle istituzioni competenti diverse proposte per la creazione di una bibliomediateca pubblica che potesse accogliere stabilmente l’Archivio Sonoro, dotata di personale qualificato per la sua gestione, valorizzazione e ampliamento attraverso l’acquisizione di nuovi fondi documentali, sia pubblici che privati, e con più punti di accesso al pubblico (ad esempio nella rete delle biblioteche di pubblica lettura). Tuttavia, tutte queste sollecitazioni – nonostante annunci e intenti dichiarati – non hanno mai trovato concreta realizzazione.

Negli ultimi tempi il tema degli archivi sonori e documentari è tornato oggetto di discussione, e sono stati anche avviati – con ulteriori finanziamenti pubblici – alcuni progetti che, per quanto parziali, si muovono nella direzione attesa. Tuttavia, sorprendentemente, queste meritorie iniziative sembrano ignorare l’esistenza dell’Archivio Sonoro Pugliese, addirittura anche quando intervengono sugli stessi contesti e materiali documentali. Con il risultato che, invece di impiegare fondi pubblici per progredire e favorire la messa in rete delle diverse realtà esistenti, si rischia di destinarli alla duplicazione di interventi e contenuti già disponibili.

 

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