Nuove testimonianze sull’ultima tarantata di Alessano

tel-s-paolAlla fine degli anni ’90, nel periodo dell’intensa esperienza amministrativa che feci presso il mio Comune natio (Alessano), anche per lo stimolo dovuto ad alcune attività che avviammo insieme al caro Sergio Torsello, in un momento in cui la cosa non era per niente scontata (ne ho scritto qui), venne fuori che anche nel nostro paese era presente una memoria viva del tarantismo. In particolare, dai racconti di alcuni anziani scoprimmo che ancora negli anni ’50-’60 una signora, di nome Rosa, era stata affetta dal “male”, per cui nel periodo giusto (giugno) dava in escandescenze, smaniava di ballare ed infine doveva recarsi, come voleva la tradizione, a Galatina per chiedere la grazia a San Paolo presso la cappella a lui dedicata. Con nostra grande sorpresa, scoprimmo che la signora era la nonna di un nostro amico (e “compagno”), allora quasi sessantenne; da un suo racconto – vivido e un po’ inquietante – apprendemmo di come da bambino aveva spesso assistito alle singolari esibizioni di Rosa, le cui cause riuscì a comprendere solo più tardi.

Il caso si presentava di grande interesse, anche perché rappresentava il fenomeno proprio nel momento del suo declino: Rosa nel periodo giusto per “curarsi” cercava i “suoni”, che le assicuravano tre fratelli tamburellisti. A un certo punto i tre fratelli emigrarono in Svizzera e lei non ebbe più quel sollievo, cosa che le provocò delle gravi crisi, per cui dovette in qualche modo “arrangiarsi” in casa, procurandosi da sola un po’ di ritmo e di canto rudimentali, che però non bastavano. Il nostro amico ci riportò alcune strofe del canto di Rosa, e ci raccontò dei “fiureddi”, una specie di malva spontanea, che durante le crisi chiedeva per alleviare la sua pena. Insomma, si poteva seguire la dinamica del fenomeno proprio nel momento della sua dissoluzione, avvenuta per la cause socio-culturali che tutti conosciamo.

Peraltro la presenza del tarantismo in paese smentiva una ipotesi, che pure Sergio aveva avanzato in un suo articolo, sul fatto che Alessano, per la presenza di una antica chiesetta dedicata a San Paolo con relativo pozzo, fosse, come Galatina, esentata – per intercessione del Santo – dagli attacchi delle tarantole. E invece no: toccava pure a noi.

Dopo l’uscita di un articolo in cui un rinomato “tarantologo” (cit.) con cui allora collaboravamo aveva raccontato questa storia in maniera molto confusa (per usare un eufemismo), il caro Sergio decise di scriverne in maniera più seria e circostanziata. Il pezzo, al solito rigoroso e molto suggestivo (e in cui decise di chiamare la protagonista “Nena”), fu pubblicato da una gloriosa rivista locale, “Pietre”, e lo si può leggere qui: http://lnx.vincenzosantoro.it/2018/04/19/storia-di-nena-lultima-tarantata-di-alessano/

Qualche tempo fa, ritornando agli studi più importanti sul tarantismo per preparare un mio saggio, ho ripreso in mano il libro dove sono stati pubblicati i “materiali” della celebre spedizione di ricerca condotta da Ernesto de Martino nel 1959 (Etnografia del tarantismo pugliese. I materiali della spedizione nel Salento del 1959, a cura di Amalia Signorelli e Valerio Panza, introduzione e commenti di Amalia Signorelli, Argo, Lecce 2011). Leggendo con attenzione questo testo magmatico e ricchissimo di preziose informazioni, mi sono accorto di una cosa che nella prima lettura avevo visto solo in parte. Fra i paesi interessati dal fenomeno è ricordato anche Alessano (più volte, fra cui a p. 175 e 176, dove si intuisce che era programmata una visita in loco di Diego Carpitella, l’etnomusicologo collaboratore di de Martino), e fra i potenziali contatti dell’équipe demartinina è citato un professionista alessanese molto noto, anche per il suo impegno politico, l’avvocato Alfredo Marasco. A p. 184 è riportato questo appunto:

Avv. Marasco, Alessano. Sulle tarantolate. Andarci a nome di M. Verrienti-De Raho -> telefonata altera.

La nota a pag. 282 riferisce di una sua disponibilità ad aiutare i ricercatori (“ci aiuterebbe”).

Ma la cosa più importante è che nell’elenco delle tarantate (e dei tarantati: in netta minoranza, ma c’erano anche gli uomini) redatto da de Martino e dai suoi collaboratori (sempre a pag. 282), più ampio di quello della Terra del rimorso (il libro in cui come è noto confluirono i risultati della ricerca), è presente anche la nostra Rosa, con l’iniziale del cognome, corretta: “P.”. La signora risulta essere stata osservata (ed evidentemente interrogata) a Galatina nella cappella di San Paolo il 28 giugno da Vittoria De Palma, una delle componenti dell’équipe, compagna di de Martino: è riportata per lei l’età di 60 anni, che era tarantata da 33 anni e  un suo indirizzo, “via Cesare Alessio 20″ (che è inesistente: potrebbe essere Corte Cesare Aresio oppure via Alessio Comneno, strade del centro antico, anche se noi sappiamo che la signora abitava in Santa Maria del Foggiaro, nella zona del vecchio quartiere ebraico).

Di tutto questo non c’è traccia nella Terra del rimorso, probabilmente perché, per ragioni che non conosciamo, il caso di Rosa non fu approfondito dai membri dell’équipe (i paesini del Capo de finibus terrae sono stati sempre troppo lontani da tutto). Rimangono, oltre alle sempre più lontane memorie del paese, solo queste brevi tracce, riemerse dalle carte della mitica spedizione demartiniana, a dare una piccola luce ad una vicenda umana emblematica, emozionante e poco conosciuta.

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