Il dibattito sulla Notte della Taranta: «Ripensare lo scopo della Fondazione»

544789332_10163232901000349_1038503614449298906_nIntervista a Vincenzo Santoro

di Felice Blasi, L’Edicola 8 settembre 2025

Dopo il concerto finale della Notte della Taranta di Melpignano dello scorso 23 agosto si è aperta una discussione sulla spettacolarizzazione della tradizione popolare salentina, e sul ruolo della Rai, che ha coinvolto pubblico, intellettuali, figure istituzionali. Alcuni hanno sollecitato un profondo ripensamento di quell’evento. Al dibattito non si è sottratta la Fondazione Notte della Taranta, che in un comunicato del 26 agosto ha sollecitato un «confronto tra opinioni diverse: il nostro compito è ascoltare tutti e provare a migliorare, anno dopo anno. Come fenomeno culturale, la Notte della Taranta interpella questo territorio e la sua classe dirigente su diversi livelli». Oggi interviene Vincenzo Santoro, responsabile del Dipartimento Cultura, Turismo e Agricoltura dell’Associazione dei Comuni Italiani (ANCI), studioso e organizzatore da molti anni di iniziative sulle musiche e le culture popolari del Mezzogiorno.

Partiamo dalla frequente polemica sulla spettacolarizzazione, cosa ne pensi?

«Penso che i buoi sono abbondantemente scappati, nel senso che è una polemica che poteva avere un senso vent’anni fa. Ormai l’evento Notte della Taranta ha una sua autonomia e una storia quasi trentennale in cui la costruzione dello spettacolo è il tema decisivo. Diciamo che forse negli ultimi anni si è spinto verso forme più nazionalpopolari, anche attraverso la televisione, però va detto che fin dall’inizio il concertone era un evento. Si può discutere sulle modalità di fare spettacolarizzazione, ma se prendiamo la Notte della Taranta come spot etnomusicale del Salento e della Puglia, come macchina di promozione territoriale, funziona perfettamente. Il problema è che ovviamente questo non può bastare».

In che senso?

«Qui entriamo nelle contraddizioni di un evento che incide sulla tradizione musicale locale, tema che è sentito da moltissimi come identitario, che sta al cuore dell’attaccamento delle persone alla terra, alla storia culturale del loro territorio, in un processo tipico di patrimonializzazione, come lo chiamano gli antropologi. E quindi l’evento deve anche rispondere alle aspettative di chi vuole vedere rappresentata questa essenza, vera o presunta, sul palco. Poi c’è l’altro vincolo della televisione generalista che impone un po’ la scaletta e il modo di portare certe cose sul palco. Questo rapporto tra esigenze diverse genera quelle contraddizioni che ci obbligano a non dare letture troppo semplicistiche di questo fenomeno».

Cosa suggerirebbe in questa discussione pubblica?

«Io ritengo che sia necessario innanzitutto distinguere tra Festival e Fondazione Notte alla Taranta. Voglio ricordare che il concertone si faceva già prima, anche quando la Fondazione non c’era. La Fondazione nacque dopo un lunghissimo dibattito in cui ci si interrogava su quali scopi dovesse servire. E la risposta fu che avrebbe dovuto incentivare e realizzare tutti tutti gli aspetti culturali, oltre allo spettacolo del concertone. Di tutta questa attività che si sarebbe dovuta fare non c’è traccia. Se qualcuno volesse studiare la tradizione musicale salentina e pugliese, dove va? Chi si occupa di formazione? La famosa biblioteca storica sulla musica e sul tarantismo di cui si parlava allora, ancora non esiste. Sergio Torsello parlava di un ecomuseo del tarantismo, un luogo per un turismo culturale di un certo tipo. Non c’è niente di tutto questo. Ci sono tutta una serie di temi per cui la Notte della Taranta è nata e per cui era nato ancora prima l’Istituto Carpitella, da cui parte tutto. Quando fu fondato, l’Istituto Carpitella era considerato una costola dell’Istituto De Martino di Sesto Florentino, e non a caso era presente Ivan della Mea che nel 1996 era direttore di qu ell ’istituto. Sono passati quasi 30 anni, l’idea era allora di realizzare un centro culturale che facesse tutte queste cose. Sergio Blasi, come avete ricordato su queste pagine, si dimise dieci anni fa dicendo che non aveva creato la Fondazione perché si limitasse a fare il concertone e il festival. C’era un progetto culturale più ampio di cui non si vedevano le tracce dieci anni fa e non si vedono ancora oggi. Io proverei a riportare la discussione intellettuale e politica su questo, perché qui le responsabilità ci sono, investimenti ne sono stati fatti, però i risultati stento a vederli».

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