di Vincenzo Santoro
in Salento imprevisto e misterioso, a cura di Mario Cazzato, Edizioni del Grifo – ArtWork cultura 2025
Il tarantismo salentino, come ampiamente noto, è l’esito del “sincretismo” fra un sistema rituale rimasto, nel corso di una lunga fase, sostanzialmente autonomo dal cristianesimo – che prevedeva il ricorso a musica e danza per curare gli effetti del morso della mitica taranta – e un peculiare culto “popolare” riferito a san Paolo, che trova la genesi in un passo degli Atti degli apostoli (28, 1-6) in cui si riferisce che l’apostolo, naufragato a Malta, subì il morso di una vipera, il cui veleno però, miracolosamente, non fece effetto, proclamando la potenza del santo e il suo “dominio” sui serpenti e altri esseri simili, fra cui gli scorpioni e i ragni.
Come testimoniato dall’illustre studioso Ernesto de Martino nella celebre opera La terra del rimorso (1961) – frutto anche di una accurata ricerca sul campo, che lo portò ad osservare il rituale ancora in funzione – i tarantati salentini, a partire dalla fine del ’700, oltre ad esperire la terapia coreutico-musicale nei paesi di provenienza, convenivano ogni 28 e 29 giugno – giorni della festa del santo – nella cappella di Galatina, appellandosi al loro “protettore” e chiedendo la grazia di essere liberati dagli effetti del morso velenoso. Una volta entrati nella piccola cappella, in quello spazio angusto, senza l’ausilio “ordinatore” della musica, erano esposti all’insorgenza simultanea delle rispettive crisi, secondo modalità nel corso del tempo sempre più dissimili e scomposte. La prassi rituale, in assenza di specifici impedimenti, si concludeva con l’accesso al pozzo contiguo per berne l’acqua ritenuta miracolosa ma che produceva, come si legge nelle molteplici descrizioni trasmesse, soprattutto violente crisi di vomito, con tutte le sgradevoli conseguenze del caso.
L’episodio di Malta, mito di fondazione del patronato paolino, ha generato a sua volta (come ricostruisco nel saggio contenuto nel recente Tarantelle, santi e guaritori. Forme e figure di un culto popolare, Itinerarti 2024) un complesso insieme di credenze, in particolare in ambito popolare, che ascrivono a san Paolo e ad alcuni suoi seguaci il “dominio” di serpenti e altri animali velenosi (scorpioni, ragni eccetera), nonché una serie rilevante di testimonianze iconografiche che differiscono dall’immagine canonica che mostra Saulo sulla via per Damasco al momento della conversione, folgorato e atterrito dal messaggio divino, oppure dotato degli attributi del libro e della spada: in alcuni casi e in contesti circoscritti infatti l’Apostolo è rappresentato in associazione agli “animali di san Paolo”, in particolare serpenti, ma anche scorpioni, ragni e non solo, in una sorta di singolare “bestiario de venenis”.
Questa singolare linea iconografica, diffusa un po’ in tutto il Sud dell’Italia, trova numerose attestazioni nel Salento meridionale, terra dove le pratiche magico-religiose collegate al culto di san Paolo sono ampiamente documentate.
A cominciare proprio da Galatina, centro in cui i due filoni di tradizioni popolari a cui si è finora accennato trovano una enigmatica convergenza, in particolare nella sintesi iconografica offerta dalla pala d’altare della cappella, un tempo meta del dolente pellegrinaggio dei tarantati provenienti da tutta la provincia per chiedere la concessione della “grazia” risanatrice da parte del santo. Questo cruciale riferimento simbolico, realizzato dal pittore ruffanese Saverio Lillo nel 1795, raffigura infatti un monumentale ritratto di san Paolo con alle spalle l’episodio della vipera di Malta. Si tratta di una sorta di ex voto per una guarigione dal morso del ragno e ad essere stato protetto in questo caso è un uomo (significativa smentita del senso comune che riferisce il tarantismo in maniera quasi esclusiva al genere femminile), rappresentato in basso a sinistra della tela, sorretto da donne che probabilmente avevano un qualche ruolo nella gestione del processo di cura. Nell’angolo opposto, il trittico degli animali su cui il santo esercitava il suo “potere” – il serpente, lo scorpione e il ragno – che ricorre in altri contesti simili.
Tale specifica iconografia paolina “de venenis” ritorna in diverse altre evidenze nella provincia di Lecce, anche precedenti alla tela galatinese. Fra le più significative quelle nel Capo di Leuca.
Nella chiesetta rurale di Santa Maria di Vereto a Patù (Le), ad esempio, all’interno del perimetro dell’antica città messapica e romana di Veretum, è stato di recente rinvenuto e restaurato un dipinto murario di fattura vernacolare ma stupefacente per contenuti, risalente probabilmente alla fine del XVI secolo. Intorno all’immagine di San Paolo con la consueta spada (a cui sono avvinghiati dei serpenti) si distinguono vari rettili (due intrecciati a caduceo), uno scorpione, forse un rospo e anche un ragnetto.
Sempre nel Capo di Leuca, a pochi chilometri da Vereto, nella chiesa di Santa Marina dalla bella facciata barocca bipartita, posta ai margini del piccolo centro di Ruggiano (frazione di Salve), in anni non lontani è riemersa un’immagine del santo, qui in coppia con san Pietro, attorniato da serpentelli, che anche in questo caso si attorcigliano intorno alla spada.
Restando ancora in questo lembo estremo della terra salentina, poco fuori dall’abitato di Gagliano del Capo, su un’altra delle direttrici per il santuario mariano de finibus terrae, si trova la chiesa di san Francesco da Paola con l’annesso convento. Nell’edificio sacro è collocata una statua in pietra locale di buona fattura, della seconda metà del XVII secolo, che ritrae san Paolo sempre con il solito serpente avvinghiato intorno alla spada. Nella stessa località sono emerse ulteriori tracce di pratiche magico religiose dirette alla protezione contro i serpenti e il loro veleno.
Ad arricchire ulteriormente lo scenario, alcuni anni fa, durante lo svuotamento delle tombe situate nei sotterranei della chiesa matrice, è stata ritrovata una rara medaglietta devozionale, chedovrebbe risalire ai sec. XVII-XVIII, con l’immagine di san Domenico di Cocullo che, nelle lontane montagne degli Abruzzi, svolgeva per la cultura popolare funzioni di “signore dei serpenti”, in parte analoghe a quelle del “collega” Paolo.
Non lontano dai centri del Capo di Leuca finora considerati, a Ruffano, nella Chiesa Madre, è presente una tela settecentesca che ritrae san Paolo con dei serpenti che spuntano da sotto la spada, in una postura simile a quella che si ritrova in una piccola scultura all’aperto nel centro antico di Scorrano, mentre a Novoli, nella chiesa del Buon Consiglio in via Pendino, è conservata una tela dipinta nel 1835 dal pittore leccese Alessandro Calabrese (1804-1873) con la figura sacra, in questo caso senza spada, con ai piedi un serpentello che lo osserva e una tela con un ragno.
Emblematico è ancora il dipinto situato nella grotta bizantina di san Paolo a Giurdignano, nei dintorni di Otranto, dove accanto alla tipica immagine dell’apostolo è raffigurata una ragnatela con il suo ragno (si tratta forse di una interpolazione recente, che non rappresenta necessariamente, come ripetuto in molte pubblicazioni turistiche di vario genere, un legame con il tarantismo, ma piuttosto con la credenza magico religiosa di cui stiamo trattando, molto più antica e ramificata).
Per concludere una rassegna che potrebbe continuare e meriterebbe una puntuale raccolta, in area grecanica, a Soleto, in particolare in via Sogliano, si trova un’edicola con il dipinto del santo, in cui sullo sfondo si distinguono la celebre guglia “di Raimondello”, il libro, la spada, il serpente ed il pozzo; in via Regina Elena invece, molto rovinato, un dipinto murario di san Paolo col serpente; infine, nella chiesa Matrice, sull’altare del SS. Crocefisso, fa bella mostra di sé una tela, probabilmente del 1778, raffigurante il santo e sullo sfondo l’episodio di Malta. Sempre nella Grecìa Salentina, a Martignano, sull’altare maggiore della chiesa di Santa Maria dei Martiri, è presente una statua settecentesca del santo con un serpente avvinghiato intorno alla grande spada. Analoga iconografia si ritrova nella figura del santo in cartapesta, a cui secondo la
memoria locale in passato si rivolgevano anche i tarantati della zona, collocata nella piccola cappella a lui dedicata poco al di fuori del suggestivo borgo di Acaya.
Nel Salento fuori dalla attuale provincia di Lecce se ne trovano pochissimi esempi: uno dei più significativi è attestato nel brindisino meridionale, a San Pietro Vernotico – località in cui è documentato un pozzo la cui acqua “miracolosa” in passato attirava i tarantati – dove nella chiesa di San Pietro Aposto è presente una tela settecentesca raffigurante il santo con la spada attorno a cui fa bella mostra di sé un bel serpentello.